Fa piacere sapere che anche un giurista rinomato come il senatore Ceccanti condivida la nostra stessa ripugnanza per lo strumento del DPCM. Già la primavera scorsa il senatore si era rivolto all’aula per chiedere al governo di ritornare alla procedura costituzionale. Praticamente fu sbeffeggiato. Ora ci ha riprovato.

Un governo repubblicano si instaura nel momento nel quale i suoi poteri  sono distinti da quelli del parlamento e nella repubblica parlamentare la stesura delle leggi è propria del parlamento, non del governo.

Vi è una procedura nella nostra costituzione che prevede  l’urgenza, ma mai l’emergenza e  solo per un  tempo circoscritto la deroga al governo. Questo tempo  è definito breve, quindi non certo un anno, e comunque senza proroghe.

Il decreto governativo è invece proprio di una repubblica presidenziale, ma è difficile trovarne uno che scavalchi completamente le camere, persino  in Francia, se non sotto Bonaparte, dove il parlamento divenne decorativo e la Repubblica abolita.

Solo nella costituzione della Repubblica di Weimar troviamo una clausola specifica che consente al presidente di sospendere il parlamento e di governare tramite un decreto. E questo in nome dell’emergenza. Infatti la Repubblica di Weimar era un sistema semipresidenziale rafforzato, in cui il presidente eletto incaricava personalmente la persona del capo del governo, il cancelliere del Reich. In questo caso, il presidente era stato votato singolarmente dalla nazione e separato dal contesto parlamentare, quando il cancelliere restava pur sempre un esponente della Camera.

Nella teoria, un decreto presidenziale che non sia emanato da un presidente eletto è inconcepibile in una costituzione della repubblica parlamentare. Nel caso di Weimar, poi  riscontriamo  anche una difficoltà pratica nella forma di quella  semipresidenziale.  Hindenburg nel 1932, di  fronte ad una crisi di governo annunciata,  pensò di presentare al parlamento il suo decreto di sospensione, con il quale avrebbe  trasferito tutti i poteri alla sua sola persona, salvando la  legislatura e  il governo. Fiutando la trappola, il presidente del Reichstag, il nazional socialista Hermann Goering, preferì piuttosto che restare altri tre anni sotto un governo Von Papen, far votare subito la sfiducia al governo, con cui la camera sarebbe stata sciolta immediatamente, cosa che avvenne.

Von Papen  rimase  travolto dal voto dell’aula insieme al decreto di Hindenburg e la Germania tornò alle elezioni dove il partito nazional socialista perse quasi la metà dei consensi avuti precedentemente, dal 32 al 18 per cento.

Sebbene strumentalmente, il partito nazional socialista  preferì ad una norma repubblicana, una via democratica, ovvero ridare voce al paese.  Se si doveva restare  sottoposti ai voleri presidenziali eccezionalmente ristabiliti dalla costituzione, tanto valeva perdere consensi. Poi, nonostante la sconfitta clamorosa, Hitler sfruttò la dabbenaggine  dei centristi per insediarsi alla cancelleria, e questo sulla base di un percorso perfettamente repubblicano che si mantenne tale fino all’incendio del Reichstag. Ancora pochi mesi quindi, ma tant’è.

I DPCM di Conte  non erano democratici perché appunto svuotavano il parlamento come avrebbe voluto fare Hindenburg, che almeno essendo un presidente eletto e costituzionalmente autorizzato,  ossequiava  la forma repubblicana. Conte manco quella.

Il presidente Draghi grazie ad una maggioranza parlamentare sufficientemente ampia, potrà invece ripristinare facilmente un governo costituzionale e democratico, come chiede l’ottimo senatore Ceccanti. Purtroppo, o per fortuna, non siamo il sistema inglese dove basta un solo deputato in più  per vincere una guerra.