Non è possibile sottovalutare l’importanza politica dell’accordo raggiunto nei giorni scorsi tra Austria, Danimarca e Israele per la produzione di vaccini di nuova generazione. Accordo di primaria importanza prima di tutto perché apre la strada all’utilizzo in Europa dell’esperienza che lo Stato ebraico ha accumulato durante un anno di lotta conto il Covid-19 e che ha dato risultati così significativi da far parlare di “modello Israele”. Al tempo stesso non si può ignorare che questo accordo rompe una sorta di conventio ad excludendum che i Paesi dell’Unione Europea avevano di fatto messo in atto a partire dalla guerra dei Sei giorni del giugno 1967 e che ha portato, tra l’altro, in sede ONU a una serie impressionante di condanne senza alcun fondamento giuridico e politico, ma che avevano lo scopo di isolare lo Stato ebraico e alla fine costringerlo a una resa senza condizioni.

Israele ha resistito per più di cinquanta anni a questa pressione e adesso ne sta uscendo vittorioso e forte come non mai. Sono lontani i tempi della conferenza di Durban contro il razzismo del settembre 2001, durante la quale Israele fu messo sul banco degli imputati come sono lontani i tempi della conferenza di Khartoum del 1° settembre 1967, quando gli Stati arabi si ritrovarono uniti nel pronunciare i famosi tre no: no al riconoscimento di Israele, no alla pace con Israele, no alle trattative con Israele. Adesso una buona parte di quegli Stati che sottoscrissero quella dichiarazione hanno stabilito con Israele regolari rapporti diplomatici, compreso il Sudan nella cui capitale si tenne la conferenza.

Naturalmente sono stati l’accordo di Abramo e i successivi accordi con altri Stati arabi che hanno sancito questa nuova realtà, in preparazione già da molto tempo. Dobbiamo tuttavia chiederci come ha potuto Israele resistere a una pressione così pesante che vedeva dalla stessa parte sia i Paesi del blocco comunista, finché esso è esistito, e poi, dopo il 1989/1991, la Russia putiniana, la Cina, gli altri Paesi comunisti come il Vietnam il Laos, Cuba, gli Stati islamici e al tempo stesso il blocco dei Paesi europei. I fattori decisivi sono stati indubbiamente la volontà e la capacità di resistenza del popolo israeliano deciso a difendere a ogni costo la conquista dello Stato, unico vero baluardo per difendersi dalla possibilità di nuove ondate di antisemitismo che, infatti, non sono mancate. Israele ha anche potuto avere il sostegno nello stesso mondo occidentale di persone illuminate che hanno saputo contrastare gli indirizzi dei loro stessi governi. Ma non si può ignorare il ruolo decisivo che nella difesa di Israele hanno avuto gli Stati Uniti. Pur nel variare delle amministrazioni e nell’alternarsi di presidenti democratici e repubblicani, la difesa di Israele è sempre stata un cardine della politica estera americana.

In questo nuovo assetto del Medio Oriente e degli stessi rapporti tra Europa e Israele appare grottesca, oltre che faziosa, l’iniziativa della procuratrice gambiana della Corte penale internazionale di mettere sotto accusa per “crimini di guerra” Io Stato ebraico, colpevole di difendersi dalle azioni terroristiche di Hamas e non solo. Si tratta in realtà di un ultimo colpo di coda di una linea politica che ha fatto ormai il suo tempo e che si spera verrà definitivamente abbandonata quando l’attuale procuratrice lascerà il suo posto nel prossimo giugno.

Articolo precedenteLe FFAA un’articolazione dello Stato democratico
Articolo successivoUn soggetto autonomo per aiutare Draghi e la politica
Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).