Il dieci marzo del 1849 Mazzini rivolge all’Assemblea romana un discorso che i repubblicani farebbero bene tenere a mente con rigore. Mazzini dice: “Ho udito parlare intorno a me di dritta, di sinistra, di centro, denominazioni usurpate dalle teorica delle vecchie monarchie costituzionali”. Esse rispondevano “alla divisioni dei tre poteri e che tentano di rappresentarli, ma che sotto un governo Repubblicano, ch’è fondato sull’unità del potere, non significano cosa alcuna”. In un solo discorso Mazzini supera la definizione repubblicana data da Rousseau, “la repubblica è l’unica forma di governo fondata sulla legge”, ed anche l’interpretazione giacobina, per cui non sono ammessi partiti, “les factions sont criminelles”. Egli infatti aggiunge un altro concetto che certo non Rousseau e forse appena i robespierristi avevano per chiaro, ovvero l’unità del potere che fonda la Repubblica. Questa “unità del potere” crea molti malintesi, soprattutto in campo liberale. Vi è poi una tragica ambiguità nella dottrina del fascismo, dove l’unità del potere venne intesa come una sola persona che lo detiene. Eppure il pensiero mazziniano presumeva ben altro, ovvero la tradizione democratica per la quale “il sovrano è plurale”, ancora Rousseau. Chi è dunque questo detentore dell’unità del potere in Repubblica per Mazzini? Solo il parlamento. Mazzini si rivolge all’Assemblea romana, dove pure vi erano diversità e dissidi, invitandola a dare “uno spettacolo di pace e di fratellanza superiore a quello che presentano le assemblee delle monarchie”. E’ plausibile che questa visione del potere non sia semplicemente politica. Mazzini parla di unirsi tutti “nell’avvenire”, quindi al di fuori di una stretta dimensione circostanziale, e allude ad un’idea di Repubblica che ancora non si era conosciuta, un modello per il futuro, più ancora che per il presente. Mazzini possiede una mistica, ahinoi.
E’ evidente che la Repubblica italiana del secondo dopoguerra, quasi cent’anni dopo quella Romana, non ne poteva raccogliere i tratti distintivi per ovvie ragioni. Mazzini esclude un concordato con la Chiesa, si limita alla libertà di culto nei confini dello Stato. Come Saint Just nel 1793 contro i sentimenti scristianizzatori della Gironda. Mazzini, altresì, persegue la medesima centralità del potere giacobino, non ammette nessuna divisione. I magistrati sono eletti dai consoli. Ma i consoli durano tre anni e poi si dimettono come si dimette la stessa Assemblea. Ma senza partiti, si dirà, come si fa a rispettare il pluralismo? Mazzini è un individualista, non crede che sia possibile azzerare la particolarità dei singoli rappresentanti della nazione. Le loro specificità persisteranno comunque, e pure conta di riuscire ad armonizzarle, in una corretta interpretazione della volontà popolare. Il cardine del suo pensiero politico è pur sempre “Dio e popolo”, cioè solo il popolo attinge direttamente alla fonte naturale della legge suprema.
Qual è stato allora lo scoglio su cui si è infranto il tema mazziniano? L’unità nazionale conseguita dalla monarchia, l’inverso della sua proposta, ovvero i partiti e la divisione del potere.
Una costituzione repubblicana nata sulle spoglie di una monarchia agonizzante con tanti suoi protagonisti ancora vivi, non poteva prescindere da questo stato precedente. Per farlo, sarebbe occorsa forse una rivoluzione, non certo un referendum, una guerra combattuta prevalentemente da estranei.
Lo stesso partito repubblicano navigava in cattive acque e non dal 1918, quando Gobetti scriveva che “era morto” aderendo alla guerra dei Savoia, ma dal momento stesso in cui partecipò alla Camera del Regno.
E’ molto difficile ribaltare un corso storico e magari pretendere di recuperare il mazzinianesimo puro, quasi non ci fosse stata un’evoluzione successiva.
Quando però si torna a toccare la crisi dei partiti, con il professor Cacciari o persino, come dice il professor Asor Rosa, la  “fine della sinistra”, è utile il vecchio punto di vista mazziniano. Gli elementi propri di un’epoca destinata a scomparire, scompariranno anch’essi. Magari ci vorrà più di tempo, ma ormai ci siamo. Bisognerà far nascere una nuova Repubblica, sorella di quella di quasi due secoli fa.