Il percorso di Global Britain nel mondo multipolare dell’era VUCA – acronimo inglese che sta per volatilità, incertezza, complessità ed ambiguità – potrà essere seriamente valutato soltanto nel medio termine, cioè a 3-5 anni. Si tratta di un itinerario con un grande potenziale, eredità di un’altra epoca ma poggiante su perduranti valori (lingua, media, istituzioni) ed interessi (finanza, tecnologia, ricerca), ed al tempo stesso irto di non pochi ostacoli e limiti. Un esercizio di alta diplomazia globale – cioè strategica, di sicurezza, economica, finanziaria e tecnologica – attende pertanto “Global Britain”.
La sfera geografica di influenza e di soft power di Londra si estende dal Canada all’Australia passando dall’Africa anglofona al Golfo, dall’India/Pakistan a Singapore. Anche se l’eterogeneità del Commonwealth è evidente, il collaudato pragmatismo britannico ed i descritti assets, immateriali e materiali, offrono punti di riferimento ed opportunità concrete a tutti i soggetti statuali interessati. Non si tratta certamente di riesumare velleitarie ambizioni egemoniche bensì piuttosto di un multilateralismo “speciale” costruito su relazioni bilaterali e mirate.
Il divorzio consensuale dall’Unione Europea, rispetto alla quale per 46 anni Londra aveva peraltro tenacemente mantenuto una forte carica identitaria – basta pensare all’opt out dalla moneta unica nel 1991, naturale corollario della freddezza nei confronti della riunificazione tedesca dell’anno precedente  – avviene in un contesto internazionale multipolare dominato dalla sfida strategica fra Stati Uniti e Cina, dalla ricerca europea di un’autonomia strategica compatibile con i legami transatlantici, da una strisciante nuova Guerra Fredda con la Russia, da un Medio Oriente allargato dove le ambizioni neo-ottomane della Turchia si manifestano sullo sfondo del confronto fra Israele ed Iran e dell’incognita saudita.
Il deal di Natale con l’Unione Europea, reso possibile dall’interesse mercantile e dalla maggiore flessibilità della Germania rispetto all’approccio punitivo di Barnier e della Francia, offre una sponda ai servizi finanziari e tecnologici (Vodaphone, Sky) britannici sul Continente. Anche per l’industria della difesa sussistono spazi per intese con partners europei, dal programma Tempest fino all’ipotesi, per ora remota, di una convergenza con il rivale FCAS franco-tedesco-spagnolo.
Il rapporto con gli Stati Uniti, teoricamente privilegiato, non è privo di ombre ed incognite. Queste sono state accentuate dalla fine dell’Amministrazione Trump con la quale Boris Johnson aveva trovato spunti di assonanza critica quantomeno nei confronti dell’Unione Europea. Comunque la concorrenza tra la City e Wall Street non è una novità. L’attrazione della piazza londinese, innovativa e dinamica, in particolare sui surplus delle Petromonarchie si era già accentuata all’indomani dell’11 settembre ed oggi, a 20 anni di distanza, potrebbe avvantaggiarsi della possibile rimodulazione del rapporto tra Washington e Riad. La rete con le piazze offshore, dai Caraibi ad Hong Kong da Zurigo a Lussemburgo, è una realtà indiscutibile sui mercati finanziari e sui movimenti di capitali globali.
Anche nel difficile rapporto con la Cina, le sfumature ed i distinguo non mancano. Sia Washington che Londra puntano al containment di Pechino, anche attraverso i rapporti con India, Australia e Giappone che la prima coltiva nel Quad e la seconda intende rilanciare con una più attiva presenza nell’Indopacifico poggiante appunto sulla cornice del Commonwealth. Tuttavia, mentre per gli Stati Uniti il confronto con Pechino è strategico – l’imminente incontro in Alaska del Segretario di Stato Blinken e del National Security Advisor Sullivan con i loro omologhi cinesi chiarirà l’esistenza o meno di margini di possibile allentamento della tensione – per Londra si tratta di ribadire il rispetto dello statuto speciale di Hong Kong del 1997 e, più in generale, di un ritorno ad Est di Suez dopo il ritiro all’inizio degli anni ’70.
Resta da verificare quanto questo dinamismo britannico, al di fuori dello scacchiere atlantico, sia apprezzato dalla nuova Amministrazione americana. Altro più recente punto di frizione è dato dal drastico taglio dell’acquisto di F35 (da 140 a 50-60), motivato da Londra con la ricerca di risorse da destinare al programma Tempest, dal quale dipende il futuro dei campioni nazionali British Aerospace e Rolls Royce. La decisione è peraltro resa più agevole dagli analoghi orientamenti manifestati negli stessi Stati Uniti dal Congresso e dal Pentagono per un ridimensionamento del programma F 35.
In conclusione la ricerca del grand large si presenta come una percorso dove luci ed ombre, opportunità ed incognite coesistono. Lo shock della Brexit è stato finora paradossalmente attutito da quello della pandemia. Allorché quest’ultimo sarà riassorbito anche attraverso la spregiudicata guerra dei vaccini, di cui Astra Zenica è protagonista, sarà possibile misurare la reale portata della prova per un Paese celebre per il gusto delle scommesse.