Il 15 marzo l’agenzia stampa Nova ha reso noto che la lira libanese ha toccato quota 13.000 contro dollaro americano: un ulteriore record negativo, che porta la svalutazione al 30% solo nelle ultime due settimane. Secondo il quotidiano libanese “L’Orient le Jour” la causa del nuovo tracollo della lira è stata la diminuzione dell’offerta fisica, a seguito dell’arresto di numerosi cambiavalute. Dal dicembre 1997 la valuta di Beirut è ancorata (pur non ufficialmente) al dollaro americano. Il PEG (letteralmente “picchetto”) a 1.507,5 contro 1 dollaro è di fatto saltato da tempo: dall’estate 2019 la lira ha perso il 90% del suo valore (!) Attualmente nel Paese vigono in parallelo tre tassi di cambio: oltre a quello ufficiale, il tasso di prelievo dei dollari libanesi (3.900 lire per 1 dollaro) e quello effettivo del mercato, in continuo deprezzamento (circa 13.000 lire per 1 dollaro). Le notizie del disagio sociale sono drammatiche: secondo gli ultimi dati della World Bank Lebanon Overview (worldbank.org) oltre il 45% della popolazione si trova sotto la soglia della povertà, di cui il 22% versa in condizioni estreme (triplicati in un solo anno). Negli ultimi 12 mesi i generi alimentari di prima necessità hanno subito un rincaro del 400%. Il salario minimo è crollato ad un valore di circa 65 dollari; dalla debacle non sono stati risparmiati nemmeno i militari, il cui stipendio, sempre a causa del collasso della lira, è passato da circa 800 a 120 dollari al mese. I dati macroeconomici confermano il tracollo: Byblos Bank (uno dei tre maggiori istituti di credito del Paese) indica un PIL in contrazione del 25% nel 2020; il rapporto debito pubblico/PIL oltre il 220%. A fine febbraio le riserve in valuta estera presso la banca centrale ammontavano a 18 miliardi $, con una diminuzione di oltre 12 miliardi $ rispetto all’anno precedente, deflusso causato dalla necessità di pagamento dei beni di prima necessità importati, tra cui farmaci e alimenti. Le proteste violente e il clima di scontento popolare completano il terribile scenario. Le notizie di blocchi alla circolazione stradale e autostradale causate da manifestanti sono pressoché continue: il 15 marzo la piazza dei Martiri di Beirut è stata invasa da cittadini inferociti che hanno inscenato proteste e bruciato pneumatici. Si tratta dell’ultimo messaggio rivolto dalla popolazione allo stremo. Nel contempo, ai buchi di bilancio si sono aggiunti i buchi nelle strade: sono ormai oltre 10.000 i tombini rubati in poche settimane per essere venduti sul mercato nero e ricavarne ferro. Potrebbe trattarsi dell’opera di gang, sempre più aggressive (le defezioni tra le forze dell’ordine sono in netto aumento), ma anche di semplici cittadini. I 70 kg di ferro del tombino, se riciclati, possono infatti valere fino a 100 $. Si tratta solo dell’ultimo terribile effetto collaterale della rabbia popolare, che rischia di trasformarsi in guerra civile. Ma come si è potuti arrivare a tutto questo in un Paese che fino a qualche decennio fa era tra i più ricchi dell’Area, da molti conosciuto come la “Svizzera mediorientale”? In effetti, il Libano è un “caso scuola” dove si può osservare la presenza di tutti gli ingredienti per la cosiddetta tempesta perfetta. Il cocktail è composto da almeno tre elementi: squilibri macroeconomici, immigrazione senza precedenti; corruzione e immobilismo della classe di potere. Iniziamo dall’ambito economico-finanziario: la scelta del PEG lira-dollaro messa in atto da Riad Salameh, governatore della banca centrale dal lontano 1993, ha accompagnato l’epoca della ricostruzione successiva alla guerra civile, che in circa 15 anni (1976-1990) ha lasciato un’eredità pesantissima: oltre 200.000 morti e un Paese in macerie. L’ancoraggio al dollaro, definito dallo stesso Salameh “un’operazione di ingegneria finanziaria”, aveva causato forti afflussi di capitali esteri attirati da tassi di rendimento elevati e dal venir meno del rischio di cambio, secondo i dettami della teoria economica dell’optimum currency area mundell_61.pdf (sfu.ca). Il saldo positivo dei capitali aveva celato così per anni il deficit della bilancia commerciale (nel 2019 ha toccato il 23% del PIL!) di un Paese che importa tutti i beni essenziali la cui economia era basata unicamente sui servizi, tra i quali in primis le attività finanziarie. Nel maggio 2018, il governatore della banca centrale aveva dichiarato: “I depositi totali nel Paese superano di oltre tre volte il PIL nazionale. Questo grazie alle rimesse dei libanesi all’estero, circa 7 miliardi dollari all’anno (15% del PIL). Sono un fattore essenziale”. L’apparente solidità della struttura finanziaria del Libano è stata messa in crisi dalla guerra che imperversa in Siria dal 2011, che ha causato uno degli esodi di massa di maggior rilievo nella storia della regione. Oltre un milione e mezzo di rifugiati siriani sono entrati nel Paese dei cedri: si tratta di quasi un quarto dell’intera popolazione libanese (circa 6.5 milioni di persone). Se nel primo periodo la situazione pareva sotto controllo, povertà dilagante e crisi economica hanno preso man mano il sopravvento. Venuta meno la fiducia, i capitali esteri hanno invertito la direzione, iniziando a defluire dai conti di Beirut, palesando gli squilibri economici preesistenti. La crisi era già al suo culmine prima della pandemia: il 9 marzo 2020 il Libano dichiara default a causa del mancato rimborso di un eurobond di 1.2 miliardi dollari. Da quel momento la situazione si è avvitata come in una spirale tra svalutazione monetaria, iperinflazione, fuga di capitali e recessione economica. Quasi a non averne a sufficienza, in piena emergenza Covid-19, il 4 agosto scorso si verifica una gigantesca esplosione che distrugge interamente il porto di Beirut e tutta l’area circostante. Viene messo in ginocchio lo snodo logistico cruciale del Paese, da cui transitava l’80% delle merci importate, e distrutti enormi silos contenenti grano essenziale per la sussistenza alimentare della popolazione. Il bilancio dell’esplosione, causata dal nitrato di ammonio stoccato in un magazzino portuale, è terribile: oltre 200 morti, 7000 feriti e 300.000 senza tetto. Vengono arrestati 16 funzionari del porto e il presidente francese Macron fa immediatamente visita a Beirut, promettendo aiuti al Paese formalmente indipendente da Parigi da meno di ottant’anni (1943) e chiedendo immediate riforme per evitare che la collera della popolazione tracimi. Infatti, il terzo elemento del collasso libanese è proprio questo: una classe politica corrotta ed incapace di ogni tipo di riforma. Il Paese, calderone multi-etnico e multi-confessionale si regge su un equilibrio anacronistico: gli accordi di Taif (1989) che misero fine alla guerra civile prevedono che il premier debba essere un musulmano sunnita, il presidente della repubblica un cristiano maronita e il capo del parlamento un musulmano sciita. L’influenza di forze straniere ha fatto il resto: per l’Iran, presente attraverso il gruppo paramilitare sciita Hezbollah, il Libano è l’irrinunciabile ponte sul Mediterraneo, ma l’interesse per l’influenza è massima anche per Arabia Saudita ed Emirati, la cui contrapposizione con Teheran cresce di intensità da tempo. La prossimità di altri giganti geopolitici e militari quali Israele, Turchia ed Egitto fa ritenere che in Libano si stia combattendo una pericolosa guerra di procura tra forze straniere, il cui esito, oltre alla morte preannunciata dell’antica terra dove scorrevano latte e miele, rischia di provocare un terremoto finanziario, sociale e geopolitico dalle conseguenze imprevedibili per l’intera area mediorientale.