Nel guanto di velluto, il presidente Joe Biden nasconde il pugno di ferro della guerra fredda. Biden è un uomo che appartiene ad una generazione diversa da Obama e non è un outsider come era Trump. E’ un uomo politico che ricorda le esitazioni fatali di Kennedy, come la determinazione feroce di Nixon e di Reagan nei confronti dei russi. Soprattutto, si ricorda i suoi errori commessi nei confronti della Siria da vice presidente. Fu Biden a dire che ci si poteva fidare della collaborazione con Assad sull’uso dei gas nervini e da presidente ha bombardato subito le postazioni siriane.

La politica Usa in medio oriente è a un punto morto dal fallito accordo di pace di Clinton a Camp David. Bush jr. intervenne in Iraq sulla base di una sciagura nazionale e si è giocato le penne. Obama si presentò con la mano tesa, doveva rilanciare il prestigio perduto dall’America nel mondo, dimenticandosi che sarebbe stato comunque costretto ad eliminare Bin Laden, un eroe del mondo islamico. Questo fu l’unico successo conseguito da Obama, il resto fu un disastro, dall’Egitto, alla morte di Stevens a Tripoli, alle primavere magrebine. Una sola scelta logica, ma azzardata, quella dell’intesa con l’Iran sul nucleare. Obama aveva chiaro che nel momento nel quale l’America rovesciava il sunnismo in Iraq ed in Afghanistan e ne combatteva i residui, l’Isis, doveva per lo meno trovare un accordo con gli sciiti in Iran.

Dispiace ovviamente per Israele, ma questo di Obama era un quadro politico razionale, cioè l’esigenza di recuperare uno dei principali punti di forza in medio oriente degli Stati Uniti, ovvero l’amicizia con l’Iran. Un’utopia? Non lo sapremo mai. Trump, la prima cosa che fece saltare, fu l’accordo nucleare con i mullah. D’altra parte, la rivalità iraniano-saudita, non si era mai esaurita e quindi l’America non poteva certo perdere il sostegno dei sauditi senza aver conseguito quello degli iraniani.

Trump aveva mostrato la prudenza, insieme ai limiti, del neofita. Io me ne esco e lascio che di tutto si occupi Israele che sono amici, i sauditi me ne saranno grati. Tanti saluti. Quanto  al caos mediterraneo ereditato da Obama, Trump si rivolse a due soli interlocutori: Conte, per mitigare i rapporti con Haftar, e Erdogan per difendere Serraj. L’Egitto tornò ad avere il suo pieno sostegno. Quale che sia il giudizio su questa politica di Trump, gli unici a giovarsene furono Putin, che non ebbe più un rivale autentico nell’area, e Assad che si è rafforzato. Ora, i primi due bersagli della politica estera di Biden sono Assad e Putin. La questione iraniana ancora non l’abbiamo vista affrontare dalla nuova amministrazione e questa, purtroppo, sarà, comunque la si metta, un tallone di Achille.

Con i russi non si deve precipitare le cose. Il giudizio su Putin è vecchio di vent’anni. Biden fa parte di quei democratici che non accettarono la quiescenza occidentale nei confronti del massacro compiuto in Cecenia. Bisogna capire se vi sono elementi nuovi per rilanciare l’accusa con questa determinazione, ma soprattutto se c’è qualcuno in Russia che possa coglierlo. Altrimenti siamo alle schermaglie e quindi nessuno può sapere cosa comportino. Soprattutto, la Russia è un rivale in medio oriente, ma a livello globale, il vero rivale dell’America è diventata da anni la Cina, non la Russia.