Nelle ultime settimane, da diverse fonti, arrivano preoccupanti notizie circa la ripresa delle ostilità tra i separatisti del Donbas, regione dell’Ucraina orientale, e l’esercito regolare del paese.

Siamo nel contesto di uno dei frozen conflicts dello spazio post-sovietico: quello che vede le autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk reclamare, manu militari, l’indipendenza dall’Ucraina, con lo sguardo rivolto al vicino russo, della cui sfera culturale, economica e politica si considerano parte integrante.

Nel novembre del 2013, il rifiuto, da parte dell’ex presidente ucraino Yanucovich, di firmare un accordo di libero scambio con l’UE, innescò una scintilla che portò ai tumulti di piazza Maidan ed alla conseguente reazione russa sfociata nella successiva annessione della Crimea e nell’insorgenza del separatismo in alcune regioni orientali del paese.

La precedente situazione di tregua armata lungo la linea di contatto sta evolvendo in guerriglia a bassa intensità, tra esercito ucraino e milizie separatiste: ogni giorno si registrano numerose violazioni degli accordi di cessate il fuoco.

L’Osce, infatti, riporta quotidianamente violazioni da ambo le parti, sia con armi da fuoco di piccolo calibro che con lanciagranate, mortai da 82 e 120 mm e persino missili anticarro, tutte armi il cui impiego sarebbe in teoria vietato, in base ai protocolli siglati nell’ambito del Gruppo di Minsk.

Per il momento i mezzi militari pesanti, carri armati e blindati, sono fermi per via delle condizioni del terreno che, ancora parzialmente gelato ed invaso dal fango, non consente spostamenti rapidi.

Pertanto, in questo frangente, il dominio degli spazi aerei assume una rilevanza ancora maggiore: le forze armate ucraine sembrano essere in netta superiorità da questo punto di vista perché negli ultimi due anni sembra abbiano acquistato almeno 16 droni da guerra turchi “Bayraktar”, che sono balzati agli onori della cronaca nel recente conflitto armeno-azero. Non sono invece note disponibilità di armamenti analoghi da parte delle milizie separatiste filorusse.

Un altro scenario da valutare con molta attenzione è quello marittimo e, nello specifico, quello del Mare di Azov, specchio d’acqua interno rispetto al più vasto Mar Nero, delimitato dallo stretto di Kerch che separa l’annessa Crimea dal mainland russo.

Due importanti città ucraine si affacciano sul Mar D’Azov: Maryupol posta a pochi chilometri dal fronte militare e sede dello strategico kombinat[1] metallurgico “Azovstal” e Berdyansk, dove i vertici militari ucraini stanno pianificando la nascita di una grande base navale per presidiare con maggior efficacia e deterrenza questo tratto di costa.

Non va infatti dimenticato che proprio nel Mare di Azov vi è lo sbocco dell’unica via di comunicazione tra il Mar Caspio ed il Mar Nero: si tratta del Volga-Don Kanal fatto scavare da Stalin negli anni cinquanta dai prigionieri di guerra e che, partendo dalla città di Volgograd (la ex Stalingrado) arriva fino a Rostov sul Don, alla foce dell’omonimo fiume.

Il problema per la marina militare ucraina è costituito dal fatto che ormai il Mar D’Azov è diventato una sorta di “lago russo”, sia per via della tenaglia terrestre realizzata annettendo la Crimea, sia in seguito alla costruzione del ponte che la unisce alla terraferma russa: questo è diventato una sorta di checkpoint obbligato per tutti i vascelli ucraini, che sono costretti a transitarvi per raggiungere il Mar Nero.

Proprio la Crimea in questi giorni è sede di esercitazioni da parte di brigate di paracadutisti russi appartenenti alla truppe speciali mentre sulla costa ucraina occidentale, nei pressi di Odessa, si registra la presenza di navi militari della Nato in manovra congiunta con la flotta ucraina.

Se a questo aggiungiamo il fatto che un elicottero russo martedì scorso ha invaso lo spazio aereo ucraino, a nord-est del paese nella regione di Sumy, sembra vi siano diversi indicatori che portano nella direzione di una pericolosa escalation militare, forse subito dopo il 2 maggio, giorno in cui si celebrerà la Pasqua ortodossa.

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[1] Il nome, di provenienza sovietica, indica un grande complesso industriale specializzato e con più stabilimenti produttivi, tra loro complementari