Ancora una volta l’ansia da effetto mediatico ha tradito i caposaldi della politica, intesa come arte del potere attenta ai risultati concreti. Il pur veterano Joe Biden (8 anni alla Casa Bianca con Obama) ha ceduto allo zeitgeist – riassumibile nell’esternazione di un’intervista televisiva – per manifestare la sua disistima del Presidente russo e per peggiorare ulteriormente un rapporto già compromesso dalla spirale di iniziative che negli ultimi venti anni hanno vanificato il grande successo dell’Occidente nella “prima” Guerra Fredda e la successiva normalizzazione che si era tradotta, anche con un attivo contributo italiano, nell’ammissione della Russia nel G8, nelle intese di Pratica di Mare e nello sforzo comune contro il terrorismo jihadista dopo l’11 settembre.

E’ verosimile che, usando un epiteto che Truman non usò nemmeno nei confronti di Stalin né Eisenhower nei confronti di Kruscev dopo la sanguinosa repressione della rivoluzione ungherese del 1956, il Presidente americano abbia creduto di regolare una volta per tutte il conto aperto con Putin, ma forse soprattutto ancorché indirettamente con Trump, sul tema delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 e del 2020.

A tale ultimo riguardo è plausibile che Mosca sia stata la fonte delle rivelazioni sui rapporti del figlio Hunter con la dirigenza ucraina emersa dai fatti del 2014 che avevano scatenato la reazione russa in Crimea e nel Donbass. Dopo gli allargamenti della NATO del 1998 e del 2002, è peraltro nota la sensibilità di Mosca verso quelle che sono percepite come ingerenze sull'”Estero vicino” (Georgia, Ucraina, Bielorussia), nozione discutibile sul piano della sovranità degli Stati ma assai cogente sul terreno degli equilibri geopolitici e strategici. A maggior ragione ciò è vero anche per le vicende politiche interne della stessa Russia, caratterizzate da episodi torbidi e pratiche  incompatibili con gli standards delle democrazie occidentali ma pur sempre rientranti nel perimetro degli affari interni di uno Stato sovrano, seconda potenza nucleare del Pianeta, con interessi strategici dal Medio Oriente all’Asia Centrale fino all’Estremo Oriente.

Aldilà della portata dell’episodio, tutta da verificare, esso è rivelatore delle possibili direttrici di politica estera della nuova Amministrazione americana e dei loro riflessi sui rapporti con i partners europei e sui loro interessi. Innanzitutto l’annunciato ritorno al metodo multilaterale – nell’ambito della NATO, delle crisi regionali nel Mediterraneo “allargato” o del rilancio di un approfondita collaborazione in campo commerciale e degli investimenti – rischia di non beneficiare di fughe in avanti che possano apparire suggerite anche da fattori di politica interna degli Stati Uniti. L’esigenza di un tessuto di intese euro-atlantiche è essenziale per evitare le improvvisazioni e gli scollamenti dell’era Trump ma anche dell’era Obama, come avvenuto nella stagione delle Primavere Arabe con le loro perduranti proiezioni dalla Libia alla Siria che tra l’altro hanno offerto opportunità di inserimento a soggetti quali la Turchia, l’Iran e la stessa Russia.

La stessa esigenza è evidente per quanto riguarda i nevralgici rapporti con la Cina. In attesa di valutare il bilancio dei colloqui di Anchorage tra Blinken, Sullivan ed i loro omologhi cinesi – sui rapporti bilaterali, sulla questione coreana e sugli equilibri nell’Indopacifico – rimane intatto l’interesse occidentale a non alimentare la saldatura tra Mosca e Pechino. La politica delle sanzioni, dirette e secondarie, rischia di rivelarsi sterile e persino controproducente per gli interessi materiali degli alleati europei ed asiatici.

Per concludere, una nota per sdrammatizzare. È possibile che, in un ragionevole arco di tempo, la naturale lievitazione delle tensioni possa decantarsi in un’inversione di tendenza nel quale il pragmatismo prenda il sopravvento: è il caso del confermato interesse di Washington a negoziare con Mosca un intesa sugli armamenti strategici. Auspicabile altresì un’ipotesi di convergenza sugli assetti nel Medio Oriente attraverso un JCPOA “plus” che risponda agli interessi di sicurezza di Israele, dell’Iran e dell’Arabia Saudita, propiziato dall’influenza che le due superpotenze possono esplicare sui soggetti regionali. Per un tale scenario gli  Europei, inclusa la Global Britain, potrebbero e dovrebbero manifestare la loro esistenza anche attraverso l’evoluzione di formule di matrice europea, ora dormienti, quali il 5+1 od il Quartetto. Ma forse è chiedere troppo….