Un meeting FOMC tra i piu’ importanti degli ultimi tempi quello di mercoledì scorso.

Insieme a accadimenti già conosciuti e raggruppabili schematicamente nel forte rimbalzo dell’economia, costante crescita dei rendimenti obbligazionari e lo sviluppo delle dinamiche inflattive, ieri a dominava la domanda sul quando Federal Reserve  avrebbe iniziato a porre termine alla politica di allentamento monetario  o perlomeno il cogliere qualche indizio nel linguaggio di Jerome Powell e nel dot plot.

In tema di tassi vale rammentare che le banche centrali possono influenzare unicamente la parte brevissima e breve della curva posto che i rendimenti su quella lunga sono principalmente influenzati da aspettative sull’inflazione e sulla maggior remunerazione richiesta per l’eventuale maggior rischio implicito nel fattore tempo.

Ed è dunque l’inflazione reale e attesa e le sue dinamiche a rappresentare il punto di caduta. Il forward 5 anni su inflazione attesa in USA, a metà febbraio indicava 2.45% ora è poco distante a 2.37%: sempre  molto oltre il 2% teorico desiderato dalla banca Centrale.

E se il Governatore Powell non si è mostrato particolarmente preoccupato per i dati complessivi della pressione sui prezzi (rammentiamo che il livello di inflazione si deriva anche e soprattutto da altri elementi tra cui il CPI e ancor più dalla differenza del rendimento delle TIPS  indicizzate) non ha mancato di rimarcare che “una cosa è discutere dell’inflazione al 2% e un altro è conviverci”.

Lo stesso Powell ieri ha ammesso che “l’inflazione potrà oltrepassare il 2% sebbene per qualche tempo”.  La pressione inflattiva non sarà – a nostro avviso – così temporanea per due motivi:

–  il peso del programma ARPA da 1.9 trilioni di dollari e le altre misure che molto probabilmente verranno messe in atto e che andranno ad impattare sulle dinamiche di crescita dei prezzi;

– il successo della campagna vaccinale e il rapido allentamento delle misure di contenimento faranno si che che le famiglie riprenderanno le loro abitudini spendendo di più ed in maniera sostanziale in tempi rapidi.

Quest’ultimo è un ulteriore elemento di crescita  dell’inflazione ma che Powell ritiene di effetti  “modesti” e “temporanei”.

La nostra riflessione è che se le abitudini dei consumatori tornano rapidamente e in modo “impetuoso”, come è quasi certo, e soprattutto con i portafogli non vuoti e con un  tasso di disoccupazione in costante diminuzione e previsto per fine 2022 vicino al fisiologico raggiunto nel  pre-pandemia, sommessamente, ci sembra improbabile che la pressione sui prezzi possa essere solo temporanea, ovviamente invariati tutti gli altri elementi di politica monetaria.

Per quanto ad una posizione più hawkish sui tassi, osserviamo inoltre che sul monetario sia il Fed Fund 30gg che l’ED Eurodollaro sulle scadenze sino al dicembre 2023 implichino nei prezzi almeno due, se non tre, aumenti: direzione diametralmente opposta alle  dichiarazioni della FED e del dot plot, ovvero la tabella che rappresenta graficamente le opinioni personali di ciascun componente del FOMC e dal quale si visualizzano eventuali  aumenti e si quantificano le previsioni sui tassi laddove la FED esclude qualsiasi intervento sino appunto a fine  2023.

Forse un piccolo indizio lo possiamo ricavare dalle parole di Powell quando ha invitato ieri a  “non considerare troppo il dot plot”. Ma – aggiungiamo noi – le sue dichiarazioni e il linguaggio di ogni componente del FOMC sono omogenee e il refrain è: nessun aumento in vista.

Che i mercati abbiano inizialmente gradito le parole di Powell è indubbio: mercoledì in chiusura US nuovi massimi e giovedi mattina in europa con la mano sinistra gli azionari  venivano comprati e con quella destra si scaricavano obbligazioni governative con nuovi massimi nei rendimenti: lo scarico di governativi è poi proseguito nel pomeriggio arrivando ai livelli di gennaio 2020 a 1.706%, seguito dalla scivolata di equity tirati inizialmente in basso da una non inattesa iniziale e violenta rotazione dei tecnologici.

Il voler vedere cieli costantemente azzurri non è buona cosa: la immensa liquidità disponibile a costo zero, la previsione di ulteriori stimoli fiscali, la negazione da parte di FED di politiche restrittive a breve, i livelli di remunerazione del reddito fisso molto bassi  spostano gli operatori sempre più verso il rischio e i flussi verso i fondi lo confermano.

Alzare i tassi? Un loop logico che scontenta qualcuno e nella peggiore delle ipotesi tutti per breve tempo, vista la sparizione delle decorrelazioni in momenti di crisi. Powell ricorda bene cosa accadde ai mercati nel dicembre 2018 e parimenti l’attuale segretario al tesoro Janet Yellen nel dicembre 2015 e gennaio 2016. Oggi è ancora più complesso: il “gioco” si è fatto immensamente più importante, allettante e popolare.

Ce lo indica il valore della Velocità della Moneta (Velocity M3) che è al livello più basso mai registrato dal 1959. La rilevazione misura quante volte un dollaro è speso per comprare nel mercato interno beni e servizi nell’ unità di tempo. Una velocità tanto bassa – la discesa è iniziata puntualmente nel 2007 guadagnando  velocità e momentum nel 2008 – indica che la gran parte del denaro non è spesa commercialmente ma viene indirizzata verso i mercati finanziari, il risparmio e i fondi pensione.

E se l’inflazione è un evento normale, il QE eterno a cui assistiamo non è assolutamente in natura e a nostro parere non potrà andare avanti oltre i dodici mesi, ne può a lungo durare la manipolazione del pricing e della valutazione del rischio che ne deriva.

Quando il rischio è prezzato non correttamente  e soprattutto non percepito e sottovalutato, il disastro è alle porte.