La Russia è divenuta da almeno due secoli a questa parte la principale ossessione della  politica internazionale. Per comprenderlo disponiamo di esempi eclatanti a cui  sempre ricorrere. Il principale è fornito da Bonaparte. L’Imperatore voleva assolutamente l’accordo. Anche quando si trascinò fino a Mosca e vi rimase oltre un mese, Napoleone aspettava che lo Zar venisse a tendergli la mano. Dalle finestre del Cremlino avvolto in una coperta da cavallo, favoleggiava di ricostruire insieme la capitale ridotta in cenere. Napoleone e Alessandro, due fratelli. E’ difficile capire come il discendente di una piccola nobiltà di campagna di un’ isola piuttosto insignificante, pensasse di esercitare un qualche ascendente sullo Zar di tutte le russie, magari grazie al successo di qualche battaglia. Eppure fu così, nella sua vanità sconfinata, Bonaparte era convinto che Alessandro lo ammirasse e persino, gli fosse amico. Poiché la grandezza si accoppia con il ridicolo, gli aveva chiesto in moglie una sorella di circa quindici anni. Mai gli si rispose. Fu la Russia, più della Spagna, più dell’Inghilterra, la vera rovina di Napoleone. Ma lui non si rimproverò nemmeno nelle memorie di Sant’Elena, di non aver sterminato l’esercito russo quando avrebbe potuto, ovvero dopo la battaglia di Friedland nel 1807. Lamentò invece di non aver distrutto Berlino, che così poco fece per la sua disgrazia, più causata da un imbranato come il generale Grouchy che da quel diavolo di Blucher. Ci sarebbe da credere, insomma, che davvero Bonaparte amasse i russi, o per lo meno lo Zar Alessandro.

Un altro grande esempio offerto dalla storia, proviene da Hitler, il quale, nei confronti del russi si rivelò un po’ più scaltro di Bonaparte. Una volta assicuratosi che le orecchie di Stalin non fossero a punta, il Fuhrer chiese al suo ministro Ribbentrop di preparare un accordo. Inutile osservare che Hitler si potesse fidare di Ribbentrop, quando Bonaparte avrebbe dovuto far fucilare Talleyrand. Grazie al negoziato di Ribbentrop, Hitler occupò tranquillamente tutta l’Europa. Poi, a contrario di Bonaparte, Hitler, come quasi ogni altro popolo al mondo del resto, i russi li odiava davvero. Inebriato dai suoi successi pensò dunque di invaderli, e non per ricostruire insieme, proprio per annientarli. Deve essere stato divertente ascoltare i piani di Goering esposti la notte alla Cancelleria fino alle ore dell’alba, su come rendere 80 milioni di russi schiavi della Germania nazista. Meno di due anni e il “Reich millenario” venne spazzato via dalla crosta terrestre, non prima di aver lasciato il quadruplo degli effettivi francesi morti nelle steppe.

In fondo la politica più interessante di tutte da seguire nei confronti dei russi fu quella di un leader democratico, Winston Churchill. Poiché i bolscevichi assalendo l’ambasciata britannica a Pietroburgo gli assassinarono un suo amico diplomatico, Winston che aveva un temperamento melanconico, minacciò di impiccarli tutti. Fino al 1922, quale carica ricoprisse, Churchill fece l’impossibile perché l’Inghilterra, che non ne aveva nessuna voglia, sostenesse l’armata bianca di Denikin. Era pronto a partire lui stesso con un reggimento di ussari. Una volta che la vittoria dei bolscevichi fu sicura, Churchill si accese un sigaro, si versò un drink e consigliò al governo di sua Maestà una cordiale distensione. Tempo vent’anni, e con i bolscevichi avrebbe diviso il mondo a Yalta. Questo di Churchill, in politica, si chiama “realismo”. Una dote necessaria a chi si cimenta con questioni internazionali di una qualche rilevanza. Bisogna sempre preoccuparsi di non scivolare sul ghiaccio, soprattutto se già ci si inciampa sugli scalini di un aereo presidenziale.