Licenziare il Governatore di una Banca Centrale tre mesi dopo averlo nominato e dopo che quest’ultimo aveva adottato misure che sembravano rassicurare i mercati in un momento finanziario delicato, non è propriamente una decisione facile per nessuno. Il Presidente turco Erdogan, tuttavia, questa decisione l’ha presa, nei confronti di Naci Agbal, il Governatore della Banca Centrale del Paese. Egli avrà sicuramente avuto le sue ragioni per farlo – il Presidente, notoriamente, non ama che vengano imposti costi eccessivi per il credito – ma per il momento queste non sono note, ma è del tutto evidente come questa decisione abbia destato molta sorpresa e non sia stata presa nel modo migliore dai mercati. La lira turca, da tempo in sofferenza, ha registrato un tonfo del 14% rispetto al dollaro, ed è plausibile che il cosiddetto risk premium che gli investitori accettano nell’investire in Turchia possa crescere nelle prossime settimane. È tuttavia difficile che il paese possa adottare dei controlli sui capitali, una prassi piuttosto estranea alla sua storia.

Il Governatore era stato nominato nel novembre scorso, nell’ambito di un vasto rimpasto che aveva interessato tutta la squadra economica del Governo, e negli ultimi tempi aveva riscosso ampio plauso per l’innalzamento dei tassi di interesse per ricondurre sotto controllo l’inflazione. Quest’ultima, in Turchia è a livelli inconsueti – attualmente intorno al 15,6% a dispetto dell’obiettivo fissato dalla Banca centrale pari al 9,4 – rispetto anche ad un trend mondiale che vede invece questo fenomeno monetario come prossimo all’estinzione, nonostante le migliaia di miliardi di dollari ed euro iniettati nelle grandi economie industrializzate da Governi e Banche Centrali e tassi di interesse prossimi allo zero o addirittura al di sotto di questa soglia numerica. La struttura dell’economia turca, tuttavia, porta il Paese ad essere un importatore di inflazione a causa delle sue copiose importazioni alimentari, energetiche e di materie prime

Agbal ha reagito con un tweet da cui sono affiorati, contemporaneamente, sollievo e preoccupazione per il futuro: “Esprimo gratitudine per il mio licenziamento…che Dio possa garantire a tutti noi buona fortuna”.

La scelta del successore, Sahap Kavciouglu, ex parlamentare e professore di economia bancaria ha destato una certa apprensione. In un editoriale pubblicato da un quotidiano di orientamento islamista, Yeni Safak, questi avrebbe sostenuto che l’incremento dei tassi di interesse porterebbe indirettamente ad un aumento dell’inflazione, una tesi che cozzerebbe con le moderne teorie macroeconomiche. Non si può fare a meno di osservare, tuttavia, che negli ultimi anni, di smentite alle moderne teorie macroeconomiche se ne sono viste più di una.

Fin qui le ombre di questa incresciosa situazione, ma la Turchia presenta anche altri aspetti che lascerebbero ben sperare: un sistema bancario solido ed un’economia che, nonostante tutto, continua ad avere il migliore tasso di crescita tra quelle emergenti, subito dopo la Cina.

Membro della NATO e storica colonna meridionale del fianco sud dell’Alleanza, dopo aver bussato senza successo alle porte dell’Unione Europea per quasi mezzo secolo, la Turchia coltiva adesso ampie e diversificate ambizioni internazionali in Asia Centrale, Medio Oriente, Africa e, soprattutto, nel Mediterraneo, dove è diventata, nel giro di pochi anni, la principale variante geopolitica come confermato dall’attivismo sul dossier libico e sullo sfruttamento dei vasti bacini energetici presenti nei suoi fondali marini. Ambizioni che, naturalmente, hanno determinato significative tensioni con alcuni alleati NATO (Grecia e Francia in primis), con alcuni Paesi della regione (Egitto, Cipro, Israele) e con l’UE, con la quale, tuttavia un dialogo, ancorché critico, prosegue.

Se queste ambizioni siano coerenti con i fondamentali economici del Paese ed il suo quadro economico resta da vedere.

In conclusione, l’ultima decisione del Presidente Erdogan lascia perplessi, come altre prese in passato, ma è oggettivamente ancora presto per trarre conclusioni di medio-lungo termine sulle sue implicazioni economiche.