Chi conosce la fabbrica di Naka alzi la mano. Nessuno? Si tratta di un impianto di produzione di chip giapponese (un centinaio di chilometri a nord di Tokyo) cruciale per le supply chains globali di semiconduttori. Appartiene al gruppo Renesas, che controlla il 30% del mercato globale dei chip, essenziali per i circuiti digitali di autoveicoli e apparecchiature elettroniche. Il 22 marzo le breaking news hanno informato di un incendio che ha colpito gli impianti di Naka, causando l’interruzione della produzione di wafer da 300 mm. Hidetoshi Shibata, CEO di Renesas ha dichiarato di essere preoccupato per l’enorme impatto sulle forniture globali di chip, sollevando timori non solo per il settore autoveicoli, ma anche per le supply chains di giganti della tecnologia, quali Apple. La questione si è rivelata di tale portata che, a seguito della notizia,  l’indice della Borsa di Tokyo ha perso il 2% Nikkei down 2% as Renesas fans fear of global chip supply shortages – The Mainichi Rischia infatti di essere il classico cerino in una polveriera: il mercato dei chips è in tensione da tempo, con ritardi ed interruzioni nelle forniture che già da mesi attanagliano il sistema, come già analizzato da questa rubrica il mese scorso Lo shock dei semiconduttori e le ripercussioni sul mercato dell’auto – La Voce Repubblicana Il punto è però che quello che sta accadendo nel mercato dei semiconduttori non è che la punta di un iceberg. Non si contano più i settori produttivi che hanno visto sconvolta la propria catena di fornitura nell’era pandemica. Qualche esempio potrà chiarire la drammaticità del quadro d’insieme. Iniziamo dal legno per imballaggi. Si tratta di un settore che in Italia pare di nicchia: 1.500 imprese per 1.7 miliardi euro di fatturato e circa 13.000 dipendenti diretti. In realtà, da esso dipende gran parte della logistica per l’industria nazionale, che si trova ad affrontare una situazione senza precedenti. I prezzi sono aumentati del 30% e da febbraio ha iniziato a manifestarsi anche penuria di materia prima. Ezio Daniele, presidente di Assoimballaggi-FederlegnoArredo nel mese ha dichiarato: “Opero in questo settore da 40 anni, ma non ho mai visto nulla del genere. Anche in passato è accaduto che i prezzi del legno aumentassero, ma non con questa rapidità e comunque i flussi delle forniture erano stati sempre regolari [..] Il problema, a questo punto non sono nemmeno più i prezzi…la criticità maggiore è il reperimento stesso della materia prima, che arriva con grande ritardo, per garantire ai clienti il nostro prodotto: imballaggi in legno e pallet necessari al trasporto della maggior parte delle merci, dall’alimentare ai medicinali, fino ai prodotti industriali”. Il settore degli imballaggi in legno, nonostante l’abbondanza di boschi nel Bel Paese, è fortemente dipendente dall’importazione della materia prima: due terzi del fabbisogno arriva da Germania, Austria e Francia. E su questi mercati si è creato un forte squilibrio tra domanda e offerta: la causa principale è la forte richiesta da parte degli acquirenti nordamericani e cinesi, disponibili a pagare di più. Ciò ha determinato l’impennata dei prezzi; “il rischio – secondo Daniele – è di non riuscire a soddisfare la richiesta dei clienti, oppure di dover alzare a nostra volta i prezzi con rialzi a due cifre, perché il costo incide per il 70% sul prodotto finale”. Passiamo ad un altro settore: la plastica. In tempi di rivoluzione ambientale, si penserà che il consumo sia diminuito. Al contrario! E’ fortemente aumentato, a causa della pandemia. Le imprese faticano ad approvvigionarsene, al punto di fermare le linee di produzione. Il rischio? La riduzione delle forniture di prodotti essenziali per fronteggiare la Covid-19, tra cui le siringhe per i vaccini, di cui il mondo sta chiedendo centinaia di milioni di pezzi in tempi rapidissimi. Ron Marsh, presidente della Polymers for Europe Alliance, ha recentemente lanciato un allarme: “Ci sono impianti rimasti senza materiali e altri che, pur avendo messo da parte scorte ragionevoli, ora rischiano di finirle. Un altro mese di emergenza e i supermercati resteranno a corto di imballaggi”. In Europa il prezzo delle materie plastiche ha cominciato ha cominciato a crescere lo scorso autunno, ma da febbraio l’impennata è diventata vertiginosa. Il polietilene a bassa densità (Ldpe), resina molto utilizzata nel packaging alimentare, ha raggiunto 1.900euro per tonnellata: si tratta di un record assoluto, con un rincaro del 50% da ottobre. Negli ultimi cinque mesi ci sono stati rialzi di prezzo superiori al 40% anche per il polipropilene (Pp) che ha raggiunto il costo di 1.600euro per tonnellata e per il pet delle bottiglie di plastica (polietilene tereftalato), mentre per il polistirene il rincaro sfiora il 70%. Procediamo con un terzo settore: la carta. Il cartone di recupero degli imballaggi (quello di maggiore qualità usato per gli scatoloni) ha raggiunto a marzo il costo di 170euro per tonnellata, il 50% in più di dicembre. Le condizioni del mercato cartario stanno peggiorando molto velocemente: nonostante gli obblighi di riciclo, si fa fatica a reperire la carta da macero in volumi rilevanti. Il prezzo, solitamente irrisorio, è più che decuplicato nell’ultimo anno, passando dagli 11euro per tonnellata di febbraio 2020 agli attuali 140euro per la carta mista raccolta nei cassettoni. Alberto Palaveri, presidente di Giflex (che rappresenta i produttori di imballaggi flessibili) avverte: “Se non cambia qualcosa al più presto, aprile e maggio saranno mesi complicati. Tra qualche settimana è possibile che alcune aziende di packaging dovranno fermarsi”. La causa? Un duplice shock domanda-offerta. La prima è aumentata con l’enorme incremento dell’e-commerce e delle consegne a domicilio. La seconda è diminuita, soprattutto per il venir meno del riciclo derivante dalla raccolta di ristoranti, aeroporti e stazioni ferroviarie. I problemi di fornitura dei settori appena analizzati, insieme a molti altri, sono ulteriormente enfatizzati da un tema comune: la crisi dei noli marittimi. Si tratta di uno stress senza precedenti che ha colpito la logistica dei trasporti marittimi a partire dallo scoppio della pandemia. In un primo momento la vertiginosa impennata dei noli delle porta-container aveva interessato soprattutto Cina e Stati Uniti, le prime a registrare una forte ripresa dei traffici marittimi dall’estate scorsa. Il boom delle esportazioni cinesi e il risveglio dei consumi americani si sono scontrati con le difficoltà crescenti di reperire le enormi scatole di metallo impiegate per spedire le merci. I contenitori vuoti erano rimasti bloccati in larga parte in Europa e Nord America, dove il lock-down aveva semi paralizzato le attività industriali per mesi. Riposizionarli si è rivelata un’impresa impossibile. Le rotte Cina-USA, super redditizie sono state quindi privilegiate e ciò ha prodotto ritardi e impossibilità delle consegne sulle altre rotte, principalmente quelle europee. I numeri parlano da soli: secondo lo Scfi (Shangai containerized freight index) il nolo di un container sulla rotta Shangai-Europe a luglio 2020 aveva un valore medio di 906 dollari; a febbraio 2021 tale valore era di 4.190 dollari, con un incremento del 360%(!). Si tratta un rincaro esorbitante, che per le merci di scarso valore spinge a rinunciare del tutto alla consegna, mettendo sotto pressione la catena di fornitura globale. La pandemia ha scoperchiato il vaso di Pandora: la difficile sostenibilità di supply chains troppo lunghe e fragili. Illusorio ritenere che a pagarne le spese possano essere solo le aziende: i rincari delle materie prime e dei costi di trasporto verranno presto trasferiti a valle, andando a colpire le tasche dei consumatori finali.