“Non possiamo che rammaricarci fortemente ed esprimere la nostra incomprensione davanti alla decisione del governo turco di uscire dalla Convenzione di Istambul”, ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Josep Borrell e pochi giorni fa, durante le celebrazioni dei dieci anni del Trattato, la Segretaria generale del Consiglio d’Europa Marija Pejcinovic Buric aveva detto “sono stati realizzati importanti progressi nella lotta contro queste forme di violenza”, ma “è necessario continuare ad agire con determinazione perché ostacoli e sfide restano numerosi”.

Da prima firmataria la Turchia è diventata la prima nazione ad uscire dal primo e più completo Trattato internazionale in tema di lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. Un fatto grave, allarmante che deve far riflettere.

La Convenzione di Istanbul (sottoscritta nel 2011 con la volontà dei 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa) e via via ratificata da una gran parte di questi, è nata con la volontà di prevenire la violenza e di favorire la protezione delle vittime in un contesto mondiale, anche occidentale. E’ doveroso inoltre ricordare come, la violenza sulle donne, sia un fenomeno strutturale, diffuso e omogeneo.

Se analizziamo, infatti, la mappa mondiale vediamo una situazione pressoché omogenea, che coinvolge anche quelle nazioni che fanno della difesa dei diritti e quindi del rispetto della dignità umana, della libertà e dell’uguaglianza il loro fondamento. Sono passati dieci anni ma la necessità di tutelare le donne è sempre più impellente. Basti pensare che proprio in Turchia la Convenzione è stata scarsamente attuata tanto che i dati della violenza sono tra i peggiori: tre femminicidi al giorno. E i dati del 2021, funestato dalla pandemia Covid-19, registrano una ulteriore escalation di violenza, a causa delle restrizioni di movimento, isolamento sociale ed insicurezza economica. Perché vale la pena ribadirlo: la maggior parte delle violenze avviene in contesti domestici.

E non è solo la Turchia a sottrarsi dalle azioni di contrasto alla violenza, già questa estate abbiamo registrato il passo indietro della Polonia di Duda e il rifiuto dell’Ungheria di Orban alla ratifica, dopo averla firmata.

Mentre ad Istanbul e Ankara migliaia di donne sono scese in piazza per protestare contro la scelta politica di Erdogan, si susseguono dure anche le reazioni a livello internazionale.
Agenzie delle Nazioni Unite hanno invitato il governo turco a riconsiderare il suo ritiro dal Trattato. Ora tocca all’Unione Europea far sentire il proprio peso prima che sia troppo tardi.
Per questo motivo ritengo che sia necessario esprimere solidarietà alle donne turche, ma bisogna fare di più.

Come? Per iniziare la Commissione sul femminicidio del Senato della Repubblica italiana, pur non potendo condurre inchieste in Paesi stranieri, potrà sia incontrare la delegazione parlamentare turca in occasione della 65° Commissione delle nazioni unite sullo status delle donne che è in corso e che si concluderà il 26 marzo sia confrontarsi con l’Ambasciatore turco in Italia per chiedere che la Turchia continui a prevenire la violenza e a proteggere le donne con la Convenzione Istanbul.