Qualche commentatore ha messo in evidenza il cambio di passo di Enrico Letta nel trasformare il PD. Sono i vedovi del bipolarismo all’italiana, quelli di una lotta destra-contro-sinistra che si illudono sia un progetto strategico per il futuro. Sono quelli che si  illudono che uno scontro già sperimentato, fallimentare, egemonizzato dalle estreme non  porti di nuovo alla crisi attuale economica, sociale. Lo schema bipolare ha rincorso sia a destra che a sinistra le rivendicazioni, l’assistenzialismo clientelare, togliendo risorse al rilancio degli investimenti, all’occupazione strutturale, al sistema di welfare, salute, scuola e formazione, ad un’occupazione precaria che toglie orizzonte ai giovani.

Non basta certo rilanciare vecchie formule prodiane fallimentari come l’Ulivo, in versione  coalizione con 5S e Conte, o i temi dello ius soli e del voto ai sedicenni per far capire quale modello di società si intende perseguire. Che vuol dire “progressisti nei valori, riformisti nel metodo, radicali nei comportamenti”? In Repubblica i valori non si dividono in progressisti e conservatori: i valori condivisi sono quelli fissati nella Costituzione e valgono per tutti coloro che hanno condiviso e condividono il patto sociale che è la Repubblica.

Il metodo riformista in che cosa consiste? Nella riproposizione del vecchio schema socialista della concezione caritatevole e solidaristica della chiesa cattolica, come si capisce dalle citazioni di Letta, o invece di un’azione riformatrice, come diceva Ugo La Malfa, fatta di riforme strutturali all’interno di un meccanismo di sviluppo programmato, dove si risolvono i problemi delle zone più disagiate del paese, si persegue la piena occupazione e si sviluppano i consumi orizzontali, scuola, sanità e trasporti invece del consumismo verticale che consolida ingiustizie e divario sociale?

L’azione riformatrice liberaldemocratica è questa, non un sistema di potere che si rivolge alle categorie più influenti al fine della messa in sicurezza del potere e non della qualità del governo. L’unica espressione a sinistra di questo tipo dopo al 1989, è stata la riforma Treu del mondo del lavoro e le privatizzazioni e liberalizzazioni di Bersani, le lenzuolate. Quando arrivano l’Ulivo e Prodi si ritorna ad una fusione di massimalismo e populismo cui la destra contrappone localismo, sovranismo e corporativismo con lo strumento della concertazione, cioè la contrattazione fra stato e corporazioni, come era avvenuto ai tempi del fascismo.

In questa strategia che premia i forti e rende marginali chi lavora, chi vive in realtà meno ricche, in chi subisce la discriminazione di genere, in chi non vede riconosciuto il merito e fugge all’estero, in chi è tartassato dal fisco, in presenza di un’evasione senza riscontri in altri paesi, in chi dovrebbe avere risposte rapide e certe dal sistema giudiziario invece riceve solo ritardi di decine di anni e una giustizia politica che briga per incanalare l’agenda politica, questo sistema non poteva che sviluppare forme di protesta populiste e sovraniste che hanno finito per marginalizzare le forze riformatrici, ma anche quelle riformiste del paese.

Letta dice di riconoscersi nel governo Draghi, ma ha posto alcuni temi come lo ius soli e il voto ai sedicenni che creano problemi al governo impegnato in priorità che si chiamano emergenza sanitaria, economica e sociale. Tra l’altro, facendo finta di scandalizzarsi per una parte del decreto economico in cui si rottamano cartelle esattoriali inesigibili e che tutti i governi precedenti hanno eseguito dal 2011 in poi, senza che il PD si sia né opposto né scandalizzato. Una bandierina, come dice Draghi più populista che riformatrice, perché una forza riformatrice propone una riforma fiscale globale non queste proteste. L’hanno venduta come una vittoria della sinistra contro Salvini che proponeva una rottamazione maggiore. E questo sarebbe un metodo riformista? No è la solita minestra riscaldata di Prodi e Veltroni che prima avevano il demonio Craxi, poi Berlusconi, poi Salvini, domani Meloni? Cioè uno schema alternativo che non si sfida sul cosa fare al governo del paese, ma sul bene e sul male dove il bene è rappresentato dai valori “progressisti” e non dai valori della Costituzione anche per i conservatori.

Invece cosa intende Letta per radicalismo dei comportamenti lo si è capito perfettamente. Ha  ottenuto un’investitura quasi unanime senza dibattito, ha cecchinato i vertici del suo partito utilizzando la parità di genere, strumentalmente, per far fuori alcuni capi corrente dalla segreteria. Otto uomini e otto donne rigorosamente fedeli o allineati “senza se e senza ma” e poi, ha dato l’assalto ai capigruppo parlamentari violando lo statuto che parla dell’indipendenza dei gruppi. Ha annunciato misure restrittive, senza dire quali, per limitare la libertà dei parlamentari che la Costituzione definisce senza vincoli di mandato, che nella Repubblica del sistema elettorale proporzionale registrava zero spostamenti in altri partiti e che con il maggioritario che Letta vuole riproporre è diventato un vero e proprio mercato delle vacche, che interessa un terzo del parlamento.

Metterà due capigruppo donne, scelte in base alle quote rosa pur provocando tensione e dopo aver invece lasciato un fedele a capogruppo del PD in Europa. Al di là di tutto, è offensivo per le donne stesse essere chiamate a ricoprire ruoli di comando, non in base al loro merito, ma in base al gradimento e alla fedeltà al capo. La democrazia è tale se le cariche sono contendibili liberamente non se sottostai alle correnti e alla fedeltà verso il capo di turno. Alla lunga questo metodo coalizza risentimenti, non sprigiona energie migliori o giovani. Letta si è portato dietro dalla Francia un gruppo di studenti che sarà “la testa pensante del nuovo partito”. Il che vuol dire: cari dirigenti, cari iscritti, faccio io, elabora ed organizza il mio staff, voi siete inutili, sarete chiamati in Agorà democratiche a ratificare la linea del segretario.

Infine gli incontri coi partiti che dovrebbero formare la coalizione per poi allearsi con i 5S. Letta sostanzialmente offre a Renzi, ammesso che i 5S non pongano il veto, a Calenda, a +Europa un ruolo aggiuntivo per consolidare il perno dell’equilibrio del sistema che Letta crede sia il PD e trattare coi 5S che avrebbero un ruolo subalterno al PD. E’ un disegno molto infantile che Veltroni e Prodi realizzarono per vincere e che non fu capace di governare poi il paese, ma in quello schema l’Ulivo aveva oltre il doppio dei voti dell’attuale PD. Proporre un’alleanza a Conte senza garantirgli la presidenza del consiglio, tenuta in caldo per il partito maggiore della coalizione, che Letta spera sia l’ulivo-PD e quindi lui, è un misto tra il fantozzismo e l’ingenuità dell’alieno che ha azzerato la storia del fallimento di quella politica.

Quella stessa formula la si ripropone con lo stesso fervore e adattando una legge elettorale che non ha funzionato e che non funzionerebbe se si vuole impedire la transumanza parlamentare perché la rappresentanza legata alla cultura di riferimento non si fonde e non si limita in modo illiberale. Vedremo cosa succederà ma il PD sembra sempre più il partito dell’uomo solo al comando, delle correnti, di un sistema di potere che non solo non è riformatore ma è il perno del sistema corporativo del paese. Che un segretario nuovo non abbia detto la parola sinistra o socialismo nel suo discorso di insediamento che vuole essere il federatore della sinistra è perlomeno singolare. Un segretario del nuovo che non abbia speso una parola per condannare la magistratura che ha favorito la sinistra contro i Craxi, i Berlusconi, i Renzi, i Salvini rappresenta il vecchio partitismo dei complotti e delle divisioni. E’ il segretario che dice “avete bisogno di un nuovo partito non di un segretario nuovo” ma che in effetti è un segretario che usa metodi e azioni del vecchio partito. Abolire le correnti per essere un’unica corrente di potere, la vecchia DC imploderà presto perché non si occupa dei problemi del paese ma di beghe interne.