Sono trascorsi, 42 anni da quando il 26 marzo del 1979 moriva Ugo La Malfa.

Ricordare un grande maestro, siciliano di nascita, a lungo parlamentare romagnolo, che aveva respiro europeo,  un grande repubblicano, uno statista che si è battuto  tutta la vita per cambiare la condizione del Paese, avendo ancora davanti agli occhi le immagini del suo funerale mi riempie il cuore di malinconia. Il suo sogno di fare dell’Italia, Paese povero e mal governato, un Paese moderno, bene amministrato, inserito nell’Occidente e nell’Europa, per molti aspetti è rimasto un sogno, una passione. Ma  quel giorno in cui la televisione diffuse le immagini del suo funerale non lo piansero solo i repubblicani italiani o i molti repubblicani dell’Emilia-Romagna che accorsero a Roma; l’intera nazione, che molte volte lo aveva misconosciuto, lo pianse, come scrisse Eugenio Scalfari.

Questo ricordo, della Voce repubblicana, non vuole suscitare emozioni rituali e rimpianti. Vogliamo, oggi, ricordare ai giovani che non lo hanno conosciuto, al Paese, diffidente e deluso dalla politica intesa come continua sfida per la conquista del potere, come chiusura nei particolarismi, nei localismi, nella mancanza di una cultura di governo dell’interesse generale, a coloro che non hanno  consapevolezza che i valori dell’Occidente rappresentano la possibilità di mantenere i livelli di civiltà democratica del nostro Paese: a tutti  questi vogliamo ricordare  l’analisi di Ugo La Malfa , le sue indicazioni, ancora modernissime, perché il perseguimento dell’Altra Italia, quella da lui sognata ed inseguita, diventi  un obiettivo concreto, un progetto, un modello per la classe dirigente democratica di oggi.

Non solo l’intransigenza dei principi, ma anche l’azione concreta per raggiungerli facendoli vivere nel confronto con la società e nel dibattito politico.

Una vita vissuta  da protagonista, interprete di quell’Italia di minoranza che aveva radici  nella cultura risorgimentale, passando attraverso Mazzini, Gobetti, Croce, Salvemini, e che  La Malfa poi raffinò in un pensiero moderno nella conoscenza del New Deal, di Keynes e soprattutto della scuola italiana di scienze della finanze di De Viti De Marco e, dopo la seconda guerra mondiale, con il “revisionismo” ideologico e riformatore delle forze di sinistra europea: dal laburismo alle socialdemocrazie tedesche e scandinave.

Molte volte, il ruolo di ammodernamento operato da La Malfa nella tradizione del PRI è stato interpretato come se le battaglie economiche prevalenti che egli svolgeva, negassero la continuità coi valori risorgimentali e del repubblicanesimo classico, legato indissolubilmente al pensiero di Mazzini e di Cattaneo. Non era così, molti ignoravano che il merito della nascita della Repubblica Italiana era da ascriversi in gran parte alla determinazione, all’intransigenza e alla lungimiranza del pensiero e dell’azione di Ugo La Malfa. La pregiudiziale repubblicana posta dal Partito d’Azione non fu solo la rivendicazione storica del risorgimento, come ad esempio faceva il PRI, ma anche la valutazione storica della situazione italiana. E La Malfa si trovò contro non solo i moderati come Benedetto Croce e molti dei suoi amici liberali, ma anche  i comunisti e i socialisti pronti al compromesso monarchico.

La tesi di La Malfa era che la monarchia se nel Risorgimento, come soleva dire Garibaldi, aveva unito gli italiani, nella fase che avrebbe seguito la sconfitta militare e la caduta del fascismo, per il ruolo negativo e complice che aveva giocato, avrebbe costituito un elemento di divisione del Paese. Dopo la guerra e la Resistenza, il problema della monarchia avrebbe impedito alle forze democratiche e della sinistra, uscite vincitrici, di partecipare alla gestione dello Stato, governando o stando costruttivamente all’opposizione e quindi il problema si sarebbe riproposto in un clima di tensione e di rottura fra gli italiani, mentre la soluzione repubblicana all’inizio della ripresa democratica sarebbe diventata un elemento di unione. Come poi in effetti fu.

Un altro elemento decisivo per La Malfa fu  il fatto che il credito che gli Aventiniani e Giovanni Amendola avevano  riposto sulla monarchia come garante dello Statuto e delle libertà che esso sanciva, fu tradito, perché la monarchia non si oppose al fascismo e quindi era inaffidabile.

Qualcuno, dei suoi amici laici disponibile al compromesso, si trincerava dietro alla considerazione che la monarchia aveva avuto il ruolo di difesa della laicità dello stato nel periodo risorgimentale quando lo stato liberale e l’Unità d’Italia si erano formati contro il potere temporale e contro il potere clericale.

In effetti la monarchia non solo non poteva essere la garante dell’affermazione dello stato laico, ma addirittura poteva diventare il collante di pericolose rivincite antirisorgimentali.

I due partiti, Pri e P.d’A. svolsero la battaglia repubblicana con il medesimo fine, ma sotto due angolazioni diverse. La determinazione con cui La Malfa e il Partito d’Azione  sostennero questa pregiudiziale repubblicana in seno al CLN furono determinanti. La Malfa sosteneva che in mancanza di garanzie  di andare verso la Repubblica bisognava stare fuori dal governo e non dare nessun appoggio politico e  lo sostenne anche dopo la svolta di Salerno quando nell’Italia meridionale liberata, la monarchia contò sull’appoggio di Togliatti e di cinque dei partiti del CLN. Soltanto il Partito D’Azione rimase fuori e i due azionisti che parteciparono al governo Badoglio furono espulsi.

Fu comunque la posizione intransigente di La Malfa e del P.D’A. a tenere aperta la questione istituzionale e fu la determinazione con cui questo ruolo fu svolto che consentì poi l’accordo di Roma dell’8 giugno 1944, che fu creazione di Ugo La Malfa e che aprì la svolta verso la Repubblica.

La Malfa ottenuta la Repubblica non si fermò alla constatazione che la forma repubblicana avrebbe di per se risolto i problemi del paese; e sapeva che il governo del popolo non era  uno strumento automatico di sviluppo, di giustizia sociale, di trasformazione delle coscienze.

Indro Montanelli una volta scrisse “l’Italia più bella, più giusta, più moderna, più efficiente e lucente, io l’ho conosciuta e vissuta nelle proiezioni che me ne faceva Ugo La Malfa sotto i bombardamenti di Milano nel 1944, e fino ai tempi della Costituente, poi cominciò il suo grande lutto sull’idolo infranto”.

Il 2 giugno del 1946 il popolo strappò la Repubblica, ma la DC e il mondo più vasto che politicamente la Dc rappresentava, ottenne l’egemonia sulla Repubblica. Si era avverato quello che oltre un secolo e mezzo fa Giuseppe Mazzini in Fede ed Avvenire aveva magistralmente profetizzato: ”quel popolo che non s’è mosso per fede, ma per semplice reazione verso gli abusi della monarchia ne serberà gli antecedenti, la tradizione, l’educazione: avrete forma repubblicana e sostanza monarchica, la questione d’ordinamento politico cancellerà la vera suprema questione morale e sociale”.

La Malfa avverte subito questo pericolo e capisce la situazione del Paese diviso ideologicamente, con forze politiche e sociali tese ad egemonizzare lo sviluppo della società  e che per mantenere intatto il loro potere non pensano mai all’interesse generale; vede, lucidamente, le difficoltà in cui il Paese si dibatte e le azioni di trasformazione politica e sociale che occorre mettere in atto per avviare, l’Italia, stabilmente, verso obiettivi di rinnovamento e di giustizia sociale.

Egli capisce subito che la collocazione internazionale del PCI, filosovietica, lo avrebbe tenuto fuori dal gioco democratico e che la DC andava condizionata ,quindi, dalle forze di democrazia laica e socialiste non marxiste.

Quando nel 1945 La Malfa esortava Nenni ad una politica autonoma che accompagnasse la conversione di altri ceti verso la società democratica, egli sapeva che l’alleanza fra il partito socialista, il partito repubblicano e il Partito d’Azione avrebbe potuto essere il fulcro di una democrazia riformatrice. Il 2 giugno del 1946 queste tre forze ottennero 146 seggi contro i 106 del PCI e i 207 della DC.

Quale potere contrattuale queste forze avrebbero avuto nei confronti della Dc appare evidente; invece, quando 18 anni dopo i socialisti arrivarono al governo di centro sinistra il rapporto non era più di tre a quattro, ma di uno a tre e il Pci si era rafforzato a sinistra con la politica del fronte popolare.

Il centrismo è a quel punto l’equilibrio che la situazione consente; la liberalizzazione degli scambi portata avanti da La Malfa contro l’ostilità di Confindustria e dei sindacati, diedero respiro europeo ad un’Italia uscita distrutta dalla guerra e la tolsero dalle secche di una visione autarchica e nazionalista in cui sinistra ideologica e destra corporativa la stavano confinando.

La Malfa, pur in presenza di un miracolo economico, non rinuncia a confrontarsi con le forze politiche per cambiare il quadro politico e con le forze sociali, per condizionare le trasformazioni  del meccanismo di sviluppo spontaneo proponendo la cultura di governo delle società industriali avanzate poi concretizzatasi nella proposta di “Nota Aggiuntiva” del primo governo di centro sinistra.

E non rinuncia nemmeno all’idea politica di rendere compiuta la democrazia italiana cercando attraverso il ragionamento sui meccanismi dello sviluppo economico di rendere partecipi delle scelte fondamentali dello sviluppo le grandi masse popolari ed imprenditoriali, esercitando nei confronti delle ingiustizie e degli sprechi dello stato assistenziale la sua polemica di uomo controcorrente, che si muove in senso opposto alla maggior parte degli italiani.

Disse di lui ancora Montanelli  “era un politico che non amava il potere, un generale che più del comando amava la strategia; da qui l’accusa di una certa alterigia intellettuale”.

“Questo ”potente” che disdegnava i pennacchi e i galloni, che non volle mai una scorta, né una macchina con autista, né un posto riservato in aereo e in treno, di cui essendo quasi cieco avrebbe avuto assoluto bisogno, non sapeva nascondere la sua impazienza per i “peones” della politica, aveva per la popolarità e i media un aristocratico disprezzo… non fu mai un procacciatore di voti, un protagonista delle lotte di potere, ma per trent’anni la politica italiana non ebbe un suggeritore più onnipresente ed efficace di lui, sebbene la parte a cui più teneva e in cui  si sentiva a suo agio fosse quella del profeta inascoltato e solitario”.

Io credo non fosse così: La Malfa era un intransigente, ma non era né un sognatore né un aristocratico. Il suo punto di vista amava metterlo a confronto con gli altri e sapeva esercitare un fascino vero, non solo per noi giovani, ma persino sugli uomini di cultura, gli intellettuali, che voleva non organici ma autonomi, il suo dialogo con la cultura liberal-democratica è stato incessante basti pensare alla sua presenza nel Mondo di Pannunzio o a quell’insuperabile convegno Democrazia e cultura, che bisognerebbe riproporre oggi nel suo nome.

In tempi in cui la sinistra sosteneva l’intellettuale organico alle strategie del partito o in cui la pratica di molti intellettuali era quella di essere asserviti al potere, egli sosteneva l’autonomia degli uomini di cultura e degli scienziati e li spronava non tanto ad essere generici ripetitori di valori ideali, ma a studiare e farsi carico dei problemi più gravi del paese, trovare idee che smitizzassero le ideologie e le portassero sul terreno più concreto della ragione.

E che non fosse un aristocratico lo dimostra il fatto che tutta la sua azione politica e di governo, pur nell‘analisi sulla  grandezza delle trasformazioni della società e del meccanismo di sviluppo, pur nel pensare all’Italia inserita nell’economia e nei valori europei e occidentali, pur frequentando i grandi della finanza, egli ha sempre come riferimento costante la condizione dei deboli, dei miseri, delle zone sottosviluppate e dei disoccupati, l’operaio sacrificato dai parassitismi, il cittadino che non ha servizi efficienti, il giovane che il clientelismo e il parassitismo escludono dal posto di lavoro o rendono debitore e quindi  legato alla logica del voto di scambio; tutto questo insieme alla cultura di governo  dell’interesse generale come necessità di risoluzione dei problemi.

E’ vero che La Malfa concepì il P.d.’A. come il partito dei “ceti medi” e sosteneva che, attraverso l’ancoraggio alla democrazia ed il coinvolgimento dei ceti medi in una politica di riformismo strutturale, passasse la soluzione del problema politico italiano in senso democratico e progressista.

Ma la maturazione del concetto di democrazia integrale, acquisita nella militanza nel PRI, e la coerenza coi valori pluralistici della Costituzione lo portarono a cambiare opinione: infatti, nel 1970 in un dibattito svolto a Firenze con i giovani della rivista Controcorrente, quando qualcuno  gli fece notare che la sua era una posizione classista, e che criticare il classismo del proletariato dei comunisti contrapponendogli un classismo della borghesia seppur illuminata, era contraddittorio rispetto all’affermarsi della cultura dell’interesse generale che egli propugnava, La Malfa rispose così: “osservo che c’è un evoluzione della maniera con cui noi vediamo ormai tale problema, non accettiamo, infatti, più la concezione classista che sta alla base della classificazione delle forze politiche. Quando nel P.d’A. mi riferivo formalmente ai ceti medi, accettavo un‘impostazione classista e non me ne accorgevo. Secondo me, tale impostazione va respinta perché è puramente ideologica. Mi pare che il problema non sia di trovare le forze in quella o questa classe a sostegno del proprio programma politico, altrimenti non usciamo dalla crisi in cui ci troviamo. Il problema è di trovare nella coscienza del cittadino l’adesione a un metodo di azione politica riformatrice il più coerente possibile ai fini dell’interesse generale che si vogliono raggiungere”.

Questo è un punto cruciale dell’analisi e del contenuto politico del pensiero di Ugo La Malfa: la consapevolezza che la società democratica, per rimanere tale, per garantire la libertà e la giustizia sociale deve trovare  nella coscienza dei cittadini quelle virtù morali che preservano il senso comune e la solidarietà , quel senso del dovere di mazziniana memoria che riecheggia nelle sue parole quando dice – anche qui l’eredità e la tensione morale risorgimentale sono evidenti – ”Una delle esigenze fondamentali della società moderna non è soltanto la globalità della visione dei problemi , ma la sostituzione di nozione di responsabilità individuale o collegiale a quella di potere. Non vi deve essere potere politico o economico o culturale o morale, ma responsabilità politica, economica ,culturale e morale. L’imprenditore non è padrone della fabbrica ma vi esercita una funzione, come ve la esercitano gli operai. Il professore non è il padrone dell’Università ma vi esercita una funzione come ve la esercitano gli studenti. Una forza di sinistra democratica  deve vedere così i problemi di libertà, di autonomia, di partecipazione al compito decisionale delle società moderne”.

Essa, secondo La Malfa, deve spezzare l’autoritarismo e il potere personale ad ogni livello e convertirli in un esercizio di funzione, momento costitutivo di una visione generale dei problemi, e sa utilizzare dello spirito imprenditoriale, non burocratizzato, della borghesia e del capitalismo l’aspetto positivo e respingere l’aspetto negativo ed asociale.

E La Malfa spiega magistralmente – Nell’intervista sul capitalismo – con Ronchey il suo pensiero, dove contesta  la definizione che i sistemi capitalisti e socialisti si distinguano solo dalla proprietà dei mezzi di produzione, sostenendo la tesi che il capitalismo è uno strumento neutro. Egli dice: ”Quando noi poniamo il problema del rapporto fra potere di consumo nelle società industriali e potere di consumo nelle altre società, il meccanismo capitalistico è neutro rispetto a questo problema, ma non è un meccanismo che produce ricchezza a non finire. E’ un meccanismo che produce ricchezza da distribuire …”,  poi aggiunge, “è superata la teoria marxista secondo cui  le forze politiche e sindacali sarebbero sovrastrutture e tutto dipenderebbe dalla struttura capitalistica. In democrazia, attraverso l’azione delle forze politiche, l’azione di governo e l’azione delle forze sindacali si possono mandare impulsi al sistema capitalistico.”

In sostanza, La Malfa afferma che attraverso la programmazione, la politica dei redditi e un concetto moderno di autonomia si possono governare in modo redistributivo le ricchezze accumulate dal meccanismo di sviluppo capitalistico verso consumi sociali, verso la risoluzione degli squilibri, verso una migliore giustizia sociale. Invece se prevale l’impostazione ideologica che considera il sistema capitalistico come il male assoluto, allora gli impulsi saranno contraddittori, i consumi saranno individuali e verticali e la redistribuzione non ci sarà, perché si sarà indebolito il meccanismo stesso nella sua capacità di produrre ricchezza.

Oggi tutti parlano di politica dei redditi e di concertazione, ma permane una concezione di difesa corporativa, che non si ispira alla cultura dell’interesse generale e molte volte  diventa oggetto di strumentalizzazione politica ai fini della conquista del potere, non ai fini della soluzione dei problemi del Paese, e questo dimostra che la lezione di Ugo La Malfa è ancora poco seguita.

Ma la Malfa non si occupò solo di economia, trattò anche con grande attenzione i problemi istituzionali: nel dibattito sulla riforma della Costituzione nel 1971, intervenne con un saggio di cui voglio leggere alcuni passi, perché quasi profeticamente analizzò ciò che sarebbe successo a voler modificare l’assetto istituzionale senza i necessari accorgimenti di maturazione politica.

Egli scrisse: “L’ordinamento costituzionale, l’assetto istituzionale di un Paese non cade dal cielo, non è un fatto arbitrario, ma una creazione storica, una elaborazione delle forze politiche: sono cioè le forze politiche che creano gli ordinamenti e sono esse che le possono fare bene o male funzionare, se bene o male ne interpretano lo spirito e il significato”.

E ancora:

 “la Repubblica italiana, nata dalla Resistenza, è stata creata con alcune caratteristiche istituzionali essenziali, che, o sono mantenute ferme e preservate insieme, o saranno travolte. Esse sono: pluralismo sociale e politico, che dà diritto di rappresentanza a tutte le correnti storiche, ideologiche e culturali della vita unitaria ed è il fondamento della libertà di associazione e di organizzazione in sindacati; conseguente proporzionalismo elettorale,   democrazia parlamentare, e cioè del governo espressione del Parlamento, di fronte al quale è responsabile; autonomismo, come principio della organizzazione politica amministrativa territoriale; infine carattere rigido della Costituzione che pone la norma costituzionale a un livello più alto rispetto alle altre fonti normative”. 

E poi un monito: “o le forze democratiche dell’Italia postfascista saranno capaci di avvalersi di questo ordinamento, oppure si riveleranno incapaci e creeranno in tal caso una situazione di ingovernabilità, di crisi, di marasma che avrà come esito sicuro la loro disfatta assieme al crollo istituzionale. Ed è perfettamente arbitrario o pura esercitazione di fantasia sforzarsi di immaginare che cosa possa prenderne il posto: la Repubblica Presidenziale, il bipartitismo o la pura e semplice tirannide di stile mediterraneo”.

Difendendo poi il sistema elettorale proporzionale, egli afferma che le alternative come i collegi uninominali non sono attuabili nella condizione politica del Paese.

Dice La Malfa: ”Il sistema uninominale è certamente più idoneo a costituire maggioranze più solidali, a semplificare gli schieramenti politici spingendoli rapidamente verso il bipartitismo, ma il suo presupposto è che le forze politiche sulla scena abbiano il carattere, la configurazione, come si suol dire, di grandi partiti di servizio democratico nei quali il collante ideologico sia molto tenue. Condizione necessaria, ma non sufficiente, perchè ciò si verifichi sul piano politico è una società molto omogenea, fortemente equilibrata e stabilizzata nel suo sviluppo… Quanto si sia lontani in Italia da una condizione di omogeneità sociale e di caratterizzazione non ideologica dei partiti politici è fin troppo evidente” – conclude La Malfa – e ammonisce: ”In questa situazione l’abbandono del proporzionale non sarebbe un segno di maturazione democratica, di evoluzione positiva del sistema politico, bensì un segno inverso, di involuzione, di impoverimento della dialettica politica, che sarebbe ridotta a scontro irriducibile e perpetuo fra le due forze ideologiche maggiori.”

Quando Ugo La Malfa, sosteneva queste cose eravamo nel 1971 e quanto profetiche, purtroppo, si siano dimostrate le sue analisi è sotto gli occhi di tutti: oggi il bipolarismo è prigioniero delle forze estreme, ideologiche, i maggiori partiti spingono verso l’ideologizzazione e la demonizzazione dell’avversario e l’unica preoccupazione è la lotta per la conquista del potere; non certo il cercare soluzioni ai problemi degli squilibri territoriali e sociali o dello sviluppo, come  dovrebbe essere compito della politica e dei partiti intesi come servizio democratico, e quindi sfide di buon governo. Ma anche di fronte alle discutibili leggi cosiddette federaliste di oggi La Malfa avrebbe sicuramente dissentito. Contestando il modo con cui si intesero le Regioni e il proliferare di enti senza mai eliminarne alcuno, sostenne: “Spezzato il tessuto unitario dell’organizzazione statale costituito dall’ autoritarismo dei rapporti gerarchici, non si è compreso che era necessario elaborare una nuova fase coesiva democratica unitaria, non sulla permanenza del massimo possibile di competenze centrali, ma sulla instaurazione di una rete di rapporti di tipo nuovo tra Stato e Regioni, della creazione di un sistema di reciproche integrazioni che  avesse come riferimento costante e come metodo fermo la programmazione globale”.

Un modo moderno di intendere l’autonomia locale, cioè quella di concorrere alla definizione e realizzazione delle scelte globali delle linee di sviluppo del Paese. Quindi un ‘autonomia che unisce, non la vecchia contrapposizione stato- periferia, che riecheggia nelle impostazioni odierne e che rischiano di essere disgregatrici dell’unità del Paese.

A noi non interessa sapere come si sarebbe schierato La Malfa nell’evoluzione del sistema politico. Sappiamo che come sempre sarebbe stato dalla parte dei deboli, dell’Europa e dei valori dell’Occidente; e che sicuramente sarebbe stato la coscienza critica del Paese.

Egli sapeva, come noi sappiamo, che di fronte a tutto ciò che avviene sono prevalenti le responsabilità della classe dirigente, politica e non politica, di governo e di opposizione, economica, finanziaria e intellettuale e che solo con un forte pragmatismo innervato di valori, solo col rigore e la coerenza nel far corrispondere questi alla realtà dell’azione politica il Paese poteva e può modernizzarsi e svilupparsi nella democrazia.

Egli andava molte volte controcorrente, e per questo non si arrendeva allo scetticismo, alla sfiducia nella politica, alla fuga dall’impegno, alla chiusura di ognuno nel proprio particulare, faceva appello a virtù non scomparse del tutto nella coscienza degli italiani e  sollecitava la riscoperta dei fondamenti morali e delle regole della convivenza civile; egli sapeva che solo dall’impegno delle forze vive della società e dalle coscienze democratiche poteva esserci quell’ avvenire, quell’Altra Italia sognata e perseguita, ma ancora non realizzata.

Ricordandolo e assumendo l’impegno a portare avanti l’attualità del suo pensiero, studiando l’evoluzione della società e proponendo ai giovani la sua lezione, siamo certi di fare ciò che egli avrebbe voluto per il bene del nostro Paese.