Ugo La Malfa aveva ben chiaro una cosa dell’Italia: un paese di Controriforma a prevalenza cattolica. Lo disse nella sua intervista, quattro anni prima di morire, ad Oriana Fallaci. Rifiutando ogni profilo rivoluzionario, non aveva nemmeno simpatia per le rivoluzioni quali che fossero, sostenne una salda azione riformatrice destinata all’insuccesso. La riforma è infatti un concetto di derivazione protestante che presuppone uno spirito severo, antidemagogico.
In Italia lo spirito severo non c’era, c’era invece stato un ventennio di demagogia spicciola e criminale che aveva fatto proseliti in tutta Europa, anche nei paesi protestanti. Con la particolarità che i protestanti non dispongono sempre di masse ingenti dalla loro parte e mai troppo a lungo.
Cromwell, ad esempio, dovette poggiarsi sull’esercito per purificare i costumi dell’Inghilterra che preferì richiamare un re cattolico. La Malfa non disponeva di un esercito e quei pochi sodali che aveva erano stati pure decimati, dai fratelli Rosselli ai tanti amici morti nelle Fosse ardeatine. Il dramma dell’azionismo fu questo, un partito principalmente militare che aveva speso i suoi pochi uomini in battaglia, mentre i sopravvissuti rimasti si guardavano in cagnesco. La rottura con i socialisti fu inevitabile, La Malfa li riteneva, a ragione, appartenenti a una tradizione politica diversa, ma quella con Parri fu drammatica. Parri era uomo da dire a Croce che non capiva niente del suo paese, tanto che quello nel 1936 ancora versava l’oro alla patria, per non dire del voto di fiducia al governo Mussolini dopo l’omicidio Matteotti. Eppure La Malfa non avrebbe voluto Parri presidente del consiglio e non per gelosia, ma perché esponeva troppo il loro piccolo partito in un paese tutto da ricostruire. L’ Italia era stata distrutta completamente, tanto da dire di se stesso, “sono un ministro dei trasporti che va a piedi”.
Questo sforzo insostenibile degli azionisti spalancò le porte alla democrazia cristiana ed in fondo al partito comunista, che detto fra noi erano molto meno selettivi di quanto fossero i vecchi azionisti e  riempirono le loro file di  fascisti.
L’appuntamento di La Malfa con il partito repubblicano era dunque scritto e pure fu subito oggetto di uno scontro feroce con il suo capo più autorevole e prestigioso, Pacciardi. Avessero mai trovato un’intesa La Malfa e Pacciardi sarebbe stata un’altra storia. Invece vi fu una rottura che lasciò un nervo scoperto. Eppure entrambi erano avversari della sinistra marxista e dell’idealismo crociano. Cosa li divise? L’idea dello Stato. Cercare di portare la tradizione marxista sul terreno della piena democrazia era per La Malfa assicurare la sopravvivenza della Repubblica. Per Pacciardi, una follia. La Malfa metteva in gioco la sua stessa formazione politica. Legato profondamente a Giovanni Amendola non riusciva ad accettare l’idea che il figlio Giorgio fosse divenuto comunista. Una frattura familiare che andava assolutamente colmata. E certo Ugo non poteva avere idea di quanti figli dell’azionismo torinese si iscrivevano in quegli anni a Lotta Continua. La Malfa si impegnò in un’opera di rieducazione impossibile, tanto da morire vice presidente del consiglio di un tripartito a guida Andreotti.
In verità la sua posizione politica preferita era sempre scomoda. Entra nel governo, ne esce, lo condanna, torna ad appoggiarlo. A La Malfa piaceva quasi trincerarsi nel suo partito repubblicano a denunciare l’incoscienza altrui. Poi non resisteva all’impulso e cercava di modificare le cose, di dare un contributo, e incredibilmente spesso vi riusciva e grazie a D-o su cose fondamentali, la Sme, la Banca d’Italia. Ma mai tanto da convincersi che lo sforzo compiuto ed il risultato non fossero vani.
Democristiani, socialisti, gli stessi comunisti, non sapevano  bene quale società davvero volessero costruire. I problemi italiani erano molto seri  già allora. Se La Malfa criticava i governi, ancora di più criticava il parlamento che si era dimenticato di essere organo di controllo dell’esecutivo. “Sembra la chiesa di Gerusalemme”, diceva e non aveva visto qualcuno presentarsi con un codice della protezione civile per surrogarne le funzioni. Eppure ne aveva lo stesso sconforto: “Siamo pochini e non ci ascolta nessuno”.
La Malfa avvertiva che la disgregazione economica ed istituzionale del Paese era ad un passo. Ed aveva anche individuato un responsabile dello sfascio, il “suo” centrosinistra che preso l’Italia nel suo momento migliore la fece marcire nel disordine e nell’anarchismo. Era capace di ritenersi persino colpevole di tutto questo. Credeva nella nazionalizzazione, senza essersi reso conto che avrebbe trascinato dietro di se il clientelismo politico e la cattiva amministrazione. “Perfino l’Iri”, diceva, ed è chiaro che non credesse a quello che vedeva, considerando le intenzioni nobilissime che sovrastavano l’Iri.
In un panorama desolato, aveva trovato un conforto in Aldo Moro. Glielo uccisero. Fu una questione nodale. A Rumor glielo diceva in faccia di non credere nelle riforme proposte dal suo governo, mentre a Moro credeva. Con Moro, la Dc ed il paese sarebbero potuti essere migliori. Rimasero solo gli eredi di Rumor con l’arguzia di Andreotti. Il figlio di Amendola, morì comunista e pure detestato in quel partito. I socialisti invece seppero evolversi dal complesso a sinistra del suo amico Riccardo Lombardi, e scelsero Craxi. Come direbbe un vecchio protestante di Koenisberg, difficile poter raddrizzare un legno storto. La Malfa fu l’uomo che lo stesso cercò di farlo.