Coloro che entrarono nel Partito repubblicano come me negli anni ’70 del secolo scorso, lo devono principalmente alla figura di Ugo La Malfa che chiamava i giovani a seguire la vita della Repubblica per estendere i diritti guadagnati e difenderli, come disse al congresso di Bologna e come aveva fatto nel referendum per il divorzio.
La Malfa si batteva per la modernizzazione del paese e modernizzare l’Italia significava ancorarla all’Europa. Non è un caso che l’ultimo discorso parlamentare di La Malfa, il 13 dicembre del 1978, fosse rivolto all’adesione immediata dell’Italia allo Sme. La Malfa era un uomo del Sud che conosceva direttamente l’arretratezza delle condizioni di queste regioni del Paese. Comprendeva più di chiunque come solo uno sviluppo industriale potesse superare tanta arretratezza. La politica dei redditi, prima ancora che una politica di equità sociale fu una politica di riscatto nazionale. La moralità, l’assoluta integrità di La Malfa sono doti che il paese cerca ancora oggi, perché egli stesso si rese conto come la politica di centrosinistra da lui voluta fortemente, non avesse corrisposto alle aspettative riposte in essa.
La Malfa si battè per le nazionalizzazioni senza nemmeno immaginare che queste potessero divenire il lascito clientelare delle forze politiche di governo e usciva dai governi quando capiva che le riforme promesse non avrebbero portato i risultati sperati. Non era un profeta di sventura, una Cassandra come lo si denigrava. La sua era una visione lucida e realistica dei ritardi della società italiana, del peso che si sarebbe accumulato negli anni. Il suo dialogo continuo con il partito comunista era dettato principalmente dalla speranza di un’evoluzione democratica di quella forza che aveva trovato al suo interno i nomi stessi della tradizione politica a cui La Malfa era più legato, come quello di Amendola.
Mentre discuteva con i comunisti, i socialisti venivano meno alla politica riformista, la democrazia cristiana li impantanava. Il suo giudizio sul centrosinistra divenne negativo al punto di ritornare in una coalizione centrista.
Cosa avrebbe davvero voluto La Malfa? Una coalizione democratica di forze laiche e liberali, le uniche forse in grado di governare il paese senza deludere le aspettative riformatrici necessarie al progresso della nazione. Quella coalizione di forze non c’era, c’era un Italia invasa dalla demagogia, e i pochi uomini di valore negli altri partiti forgiati dall’antifascismo, pensiamo a Riccardo Lombardi, si erano tirati indietro.
Sarà un caso che a distanza di 42 anni dalla morte di Ugo La Malfa i partiti imperiosi che hanno dominato la politica italiana senza più saper produrre risultati non esistano più? Esistono invece ancora le piccole forze laiche e liberali che hanno saputo resistere a ogni tempesta. Noi siamo ancora qui grazie alla testimonianza e alla politica di uomini come La Malfa. Per andare ancora avanti ci ancoriamo alle sue parole al Congresso di Roma, quando chiedeva alle nuove generazioni di mantenere la stessa passione civile e, se possibile, la stessa lungimiranza.