Si comincia sempre con una trappola semantica: un concetto muta progressivamente di significato per condurre alla costruzione di una struttura di pensiero alternativo, inevitabilmente antagonista. Accade così che dietro la “redistribuzione” si compiano manovre di esproprio proletario; dietro le “disuguaglianze” si puniscano i differenziali di rendimento; dietro la “giustizia sociale” si pratichi l’assistenzialismo. Ovviamente, in politica, per effetto del meccanismo del consenso elettorale, un elemento di populismo è inevitabile. Ma quando la trappola semantica raggiunge l’economia si innesca un spirale al ribasso che dall’equivoco porta dritti al dissesto di Stato ed al disordine sociale.

Ciò finora non è accaduto, ma l’Italia marcia veloce verso la linea di non ritorno. Il progressivo indebitamento del Paese è stato finora reso sostenibile dall’alto stock di risparmio privato. Ma il paradosso alto debito pubblico/alto risparmio privato, oltre ad essere distorsivo dell’efficienza nell’allocazione del capitale, diventa insostenibile nella stagione della solidarietà europea. Le risorse ricavate dal debito comune del programma Next Generation Ue impongono un vincolo esterno all’anomalia italiana già da tempo nel mirino dei partner europei. D’altra parte, sono anni che i tassi d’interesse negativi operano come una tassa patrimoniale occulta, erodendo il risparmio privato, che andrebbe avvicinato all’economia reale per finanziare lo sviluppo. I tempi insomma sono cambiati, l’orologio ha iniziato a segnare il conto alla rovescia verso la resa dei conti, ma nessuno sembra essersene accorto.

Recentemente, le forze politiche c.d. populiste hanno costruito un paradigma basato su una trappola semantica, la “decrescita felice”. Secondo tale programma, lo sviluppo economico implica devastazione ambientale, corruzione ed aumento delle disuguaglianze. E’ evidente che alcune regole di base si sono mostrate inadeguate, in particolare quelle della globalizzazione, che hanno innescato il capital-comunismo cinese; e quelle della moneta unica, che hanno prodotto un surplus commerciale esterno al prezzo di squilibri interni all’Eurozona. Ma la risposta non è né nell’anti-modernità, né nella de-industrializzazione. La decrescita felice ed il relativo programma sono un progetto ad alta intensità ideologica che mira alla trasformazione della società attraverso l’instaurazione della classe unica sottoproletaria soggetta al dirigismo di Stato.

Nei fatti, si assiste ad un ritorno prepotente dello statalismo, associato ad un modello di economia corporativa. L’intervento dello Stato in settori sempre più ampi dell’economia è evidente in operazioni del tutto prive di ragioni industriali: Alitalia, Aspi, Ilva, MPS, fino ad operazioni di salvataggio di produzioni dolciarie (Sammontana) o alimentari (Ferrarini). Il punto non detto è che lo statalismo viene finanziato dal contribuente, e, mancando una logica industriale nelle operazioni, l’extra costo è compensato con un conseguente aumento occulto della fiscalità generale o col debito, scaricando sul contribuente costi che il medesimo agendo da investitore razionale e diversificato non accetterebbe di incorrere.

Questa cultura politica riduce pertanto gli spazi della democrazia, sostituendo alla pluralità degli agenti razionali di mercato, un agente unico statalista che compie decisioni economiche collettive pagate con manovre confiscatorie della ricchezza privata.

L’altra anomalia linguistica, una trappola semantica divenuta culturale, è il concetto di umanesimo o centralità dell’uomo. Variamente declinato con le idee di equità, o di economia sociale di mercato, o di economia dei valori, esso viene utilizzata per giustificare strampalate fantasticherie new age. Ma l’unica vera ricetta per restituire centralità all’individuo nel sistema economica è un qualcosa ferocemente osteggiato in un sistema chiuso e soggetto a derive collettiviste: la meritocrazia. L’investimento in formazione,  ricerca e capitale intellettuale nell’economia della conoscenza restituiscono centralità all’individuo.

E’ lo sviluppo del capitalismo intellettuale, la rivoluzione silenziosa del terzo millennio. L’uomo ritrova un posto centrale nel sistema economico perché la conoscenza diventa il motore fondamentale dell’innovazione di imprese e sistemi-Paese.

Ma questo è un concetto troppo difficile da spiegare nella stagione politica che dice uno-vale-uno e finisce che uno-vale-l’altro. Uno vale uno nella dignità, ma non nelle competenze. Un’altra trappola semantica.

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(Questo saggio appare, leggermente adattato, nell’Almanacco Repubblicano 2020)

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.