La Federazione russa negli ultimi tre lustri ha ricominciato a svolgere un ruolo geopolitico nel continente africano, che aveva abbandonato in seguito al crollo dell’Unione sovietica.

La ripresa è stata piuttosto tardiva e coincide con una visita di Putin del 2006 in tre paesi africani; ma Mosca sta recuperando rapidamente il terreno perduto.

Per farlo con più efficacia si è dotata di una piattaforma strategica affacciata sul Mediterraneo: la Libia o meglio, la sua parte orientale, la Cirenaica.

Da questa vasta regione, la Russia sta già penetrando nel continente nero secondo una direttrice che, partendo dai porti costieri (Tobruk, Derna, Bengasi e Sirte), prosegue verso le basi aeree nel deserto libico di Al Jufra e di Brak, per arrivare fino in Congo e Repubblica centrafricana.

Abbandonata l’obsoleta ricetta sovietica, a base di propaganda ideologica ed armata rossa, gli strumenti odierni si sono fatti più sofisticati: guerra informativa e psicologica, intervento militare del Gruppo Wagner e diplomazia sia energetica che degli armamenti.

Il Gruppo Wagner è una private military company che impiega sul terreno un contingente di contractors russi stimati tra i 2.000 ed i 3.000, cui vanno ad aggiungersi un numero imprecisato di mercenari “importati” dal teatro siriano ed altri reperiti in loco, tra le tribù del Fezzan ed i confinanti Niger e Sudan; tutti questi elementi operano in stretto coordinamento con i vertici militari russi.

Si ripropongono quindi due modelli già sperimentati altrove dalla Federazione russa: uno è il modello ucraino della guerra ibrida o asimmetrica, che prevede l’impiego di truppe non appartenenti all’esercito regolare e l’altro è il modello Tartus, imperniato sulla creazione di una base navale come punto di accesso e rifornimento per la rete logistico militare dell’immediato retroterra.

Dove peraltro è già stata scavata dai russi una trincea fortificata di settanta chilometri ribattezzata “il vallo di Putin” che, a partire da Sirte, procede in pieno deserto verso la base aerea di Al Jufra; sembra debba avere un doppio impiego: linea di contenimento rispetto alle forze turche stanziate in Tripolitania ma anche rotta di passaggio per le pipelines che trasporteranno idrocarburi dall’interno verso la costa.

Una tale strategia prelude, chiaramente, ad una proiezione più ampia: sia nel tempo, perché la Russia è in Libia per restarci a lungo; che nello spazio, perché la colonizzazione militare della Cirenaica, grazie anche ai finanziamenti emiratini ed al beneplacito egiziano, costituisce al momento la principale direttrice di penetrazione terrestre russa nel cuore del continente africano.

Il network di accordi e collaborazioni in campo militare ed energetico è stato ampliato negli ultimi anni: soprattutto a partire dal 2014, con l’inizio delle sanzioni occidentali nei confronti della Russia, il paese ha firmato 19 accordi di cooperazione militare con i Paesi dell’Africa sub-sahariana, ed ora gli uomini di Putin stanno componendo il mosaico.

Già nell’agosto 2018 si aveva infatti notizia di un accordo tra Russia ed Eritrea per l’apertura nel corno d’Africa di un hub logistico-militare; nel 2019 è stata la volta dell’Etiopia e dello Zambia con accordi stipulati dall’agenzia nucleare russa Rosatom, per la costruzione di una centrale in ciascuno di questi due paesi; con la Somalia, già da tempo, ci sono accordi di cooperazione militare per l’addestramento dell’esercito. Infine, nel 2020 è stato reso pubblico un accordo con il Sudan per installare una base della marina russa sulle sue coste.

A ciò vanno aggiunti accordi, sembra già siglati, con Madagascar, Angola, Mozambico e Repubblica centrafricana per la costruzione di ulteriori basi militari in questi paesi e con Mali, Nigeria, Namibia, Guinea e Burundi per cooperazione militare ed addestramento di truppe locali.

Quali le ragioni preminenti di tale attivismo? Anzitutto la competizione globale per lo sfruttamento delle risorse economiche che, nel caso russo, non riguardano soltanto gli idrocarburi, ma anche le c.d. terre rare, senza le quali le produzioni ad alta tecnologia nel campo dell’intelligenza artificiale, delle tlc e degli armamenti di nuova generazione resterebbero al palo. Poi la diversificazione commerciale che, visto il perdurare delle sanzioni occidentali, richiede di cercare nuovi mercati sia di approvvigionamento che di sbocco. Vi è inoltre l’esigenza di stabilizzare il confine meridionale libico, la cui porosità, rispetto ai flussi incontrollati sia migratori che di matrice terroristica, è ormai conclamata.

Infine, ma non ultimo, c’è l’aspetto geopolitico riguardante il controllo delle rotte commerciali che, dall’Oceano indiano, attraverso gli stretti di Hormuz e di Suez, arrivano nel Mediterraneo; ma riguarda anche la possibilità di monitorare, più da vicino, le basi militari statunitensi ed europee in Africa.

Quale lo spazio di manovra per l’Italia e l’Unione europea in tale contesto?

Illuminanti, a tal proposito, le parole pronunciate dall’ex ministro Marco Minniti, intervenuto il 23 marzo scorso, durante l’ultimo Talk della Vento&Associati dedicato proprio alla Libia: “Con l’ingresso in campo di Turchia e Russia cambia lo scenario: la questione diventa europea e transatlantica persino. L’Unione europea, costituendosi come soggetto politico unitario, dovrebbe implementare un piano di ricostruzione economica, civile e sociale in Libia. La sua forza sta nella possibilità di investire ingenti risorse, opzione che, al momento, Turchia e Russia non sono in grado di attivare”.

Se il nano politico europeo riuscirà a dimostrarsi, in questo scenario, un gigante economico potrà avere una chance di figurare tra gli attori futuri di un palcoscenico che, per l’Italia è imprescindibile per i suoi interessi nazionali.