Il rapporto transatlantico tra USA ed Europa è stata la pietra angolare sul quale è stata edificata la stabilizzazione dell’ordine internazionale dopo il trauma della Seconda guerra mondiale. Il cosiddetto rule-based world order, e questo è stato reso possibile grazie alla leadership, politica, economica, finanziaria e militare degli Stati Uniti e la cooperazione delle nazioni europee con questi ultimi, attraverso la NATO, nonché attraverso la cooperazione tra le stesse nazioni del vecchio continente con la progressiva costituzione dell’Unione Europea.

Il prolungato periodo di pace e sviluppo economico e sociale usufruito in oltre settanta anni deve moltissimo a questo rapporto cementato da valori, interessi e aspettative comuni all’insegna della libertà, della democrazia e della tutela dei diritti umani.

Naturalmente, questo rapporto è stato anche esposto a periodiche tensioni, come quelle generate dalla Francia in seno alla NATO negli anni 60’, dalla guerra dello Yom Kippur ed il successivo embargo petrolifero negli anni 70’, dalla politica assertiva della Presidenza Reagan verso l’Unione Sovietica negli anni 80’, dai conflitti nei Balcani negli anni 90’, dall’invasione dell’Iraq nel primo decennio del XX secolo, e, più recentemente, dai conflitti commerciali e, da ultimo, dal tumultuoso periodo coinciso con la Presidenza Trump. Ogni volta, la posta in gioco, la profondità delle relazioni stabilite e i citati valori condivisi hanno, fortunatamente, avuto la meglio rispetto a ipotesi di distanziamento o autonomia dell’Europa rispetto agli Stati Uniti. Le alternative non sono mai apparse allettanti e, soprattutto, sostenibili.

Archiviato il vertiginoso quadriennio della Presidenza Trump, si è diffuso un senso di sollievo sulle due sponde dell’Atlantico, in particolare quella europea, benché sia ancora prematuro stabilire se questo sia completamente giustificato. Naturalmente, Joe Biden ha solennemente proclamato che “America is back”; in realtà l’America non se ne era mai andata, ed ora si è ripalesata con sembianze ed atteggiamenti decisamente più graditi e confortanti per i suoi alleati europei. La nuova Amministrazione USA ha immediatamente impresso un’inversione di tendenza rispetto a quella precedente sulle cruciali questioni climatiche, con il rientro negli Accordi di Parigi. Il Presidente ha inoltre firmato, il 27 gennaio scorso, un ordine esecutivo dal titolo “Tackling Climate Crisis at Home and Abroad” nel quale stabilisce che le questioni climatiche rappresentano un “elemento essenziale nella politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Questa rinnovata determinazione americana è indubbiamente una novità significativa nella lotta contro i cambiamenti climatici. Nella nuova Interim National Security Strategic Guidance presentata qualche settimana fa, poi, Biden ha posto una rinnovata enfasi nella cooperazione con gli alleati e, soprattutto, sulla diplomazia quali strumenti prioritari per affrontare le numerose sfide che questo inizio del ventunesimo secolo sta prospettando.

A prima vista tutto sembrerebbe procedere per il meglio, il Segretario di Stato Blinken ha recentemente incontrato i suoi omologhi europei a Bruxelles mentre il Presidente Biden si è rivolto virtualmente all’ultimo Consiglio Europeo svoltosi la settimana scorsa, accompagnati da solenni dichiarazioni e propositi di rinnovata cooperazione.

Questi due importanti appuntamenti sono stati tuttavia preceduti da significative tensioni tra Washington da una parte, e Mosca e Pechino dall’altra. Nel primo caso, Biden durante un’intervista ha affermato che il Presidente Putin è un killer e quest’ultimo ha richiamato il suo Ambasciatore dagli Stati Uniti; nel secondo, il Segretario di Stato Blinken ed il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Sullivan hanno avuto un confronto accesso dinanzi alla stampa con i rispettivi omologhi cinesi durante il primo incontro bilaterale tra i due Paesi volto ad affrontare i numerosi nodi che affliggono le loro relazioni. Consultazione che si è poi risolta in un nulla di fatto.

Mettendo da parte facili considerazioni su quanto effettivamente diplomatici siano stati i toni usati dall’Amministrazione Biden, un atteggiamento eccessivamente assertivo verso Russia e Cina determina un certo disagio in Europa. I membri dell’UE non sembrerebbero infatti pronti a sottoscrivere scelte politiche suscettibili di determinare una nuova Guerra Fredda con Mosca e adesso anche Pechino. Un insieme di interessi politici, economici e commerciali suggerirebbero, almeno dal punto di vista europeo, un approccio più misurato e pragmatico e meno ideologico. Ovviamente, l’UE ha da tempo adottato sanzioni contro la Russia e, nei giorni scorsi, ha fatto per la prima volta altrettanto verso la Cina, determinando, peraltro, una severa replica da parte di quest’ultima.

Un intenso dialogo transatlantico appare quindi essenziale per individuare una sintesi che soddisfi entrambe le sponde e attenui le frizioni e per quanto possibile favorisca un approccio comune che corrisponda agli interessi di tutti.

Tuttavia, per propiziare maggior comprensione e cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico, sarebbe utile se gli Stati Uniti cessassero alcune pratiche, piuttosto irritanti, come quella delle sanzioni secondarie, anche nei confronti dei propri alleati, per costringerli ad adeguarsi di fatto a sanzioni unilaterali che gli Stati Uniti hanno approvato nei confronti di alcuni Paesi.

Il primo caso che viene in mente è quello dell’Iran. Washington si è ritirata dal noto accordo nucleare JCPOA nel 2018 adottando nuove dure sanzioni verso Teheran che tuttavia non sono state ratificate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU; queste, pertanto, impegnano legalmente solo gli Stati Uniti. Questi ultimi hanno tuttavia esercitato pressioni presso i propri alleati europei, pena sanzioni verso loro imprese ed istituti bancari, affinché anch’essi si astenessero, come poi in effetti è avvenuto, da alcuna attività economica con l’Iran, e inducendo quest’ultimo ad allontanarsi pericolosamente dell’osservanza del JCPOA.

Ancor più stridente è il caso del Nord Stream 2, il gasdotto quasi ultimato, che dovrebbe collegare Russia e Germania senza transitare attraverso Ucraina e Polonia. Gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni fortissime su Berlino affinché l’infrastruttura non venga ultimata come misura punitiva verso la Russia e per salvaguardare, asseritamente, la sicurezza energetica tedesca. A parte la curiosa circostanza in cui gli USA sembrerebbero voler stabilire come la Germania debba tutelare la propria sicurezza energetica, vi sono altre due considerazioni che andrebbero sottolineate per inquadrare un po’ meglio tutta la prospettiva

  • Durante la guerra fredda, e con un avversario assai più temibile che si chiamava Unione Sovietica e con eserciti massici ed armi nucleari dispiegati da ambo le parti lungo la cortina di ferro, l’Europa si approvvigionava regolarmente di gas e petrolio da Mosca; non si giunse mai a contemplare sanzioni americane verso l’Europa.
  • La posizione critica americana verso il Nord Stream 2 e la Germania forse sarebbe più sostenibile se, contemporaneamente, gli Stati Uniti non fossero uno dei maggiori acquirenti di petrolio russo.

Che gli Stati Uniti adottino dei doppi standard verso gli avversari può essere giustificato all’insegna della realpolitk, che lo facciano anche nei confronti dei loro alleati è piuttosto imbarazzante.

Il rapporto transatlantico e l’alleanza euro-americana restano punti di riferimento importantissimi, ma potrebbe divenire sempre più difficile difenderli. Appare difficile, infatti, contemplare una seria comunanza di valori ed interessi se una delle due parti giunge ad adottare addirittura azioni coercitive nei confronti dell’altra per farla adeguare alla propria visione dei fatti. Su questi aspetti l’Amministrazione Biden è chiamata dunque a svolgere uno sforzo ulteriore. Un proficuo ed affiatato rapporto transatlantico è essenziale per affrontare efficacemente le molteplici sfide del XXI secolo, se poi si riuscisse, laddove possibile, ad instaurare anche una migliore collaborazione con Russia e Cina sarebbe anche meglio.