Le sanzioni incrociate tra Cina da una parte, USA, UE e adesso Regno Unito dall’altra, rappresentano una delle punte dell’iceberg di un evidente confronto geopolitico e geoeconomico che la pandemia da Covid-19 non ha alleviato ma semmai ha rinnovato e spostato su altri dossiers.

La notizia è che le sanzioni imposte da Pechino a Londra per le posizioni britanniche contro la repressione della minoranza uigura spostano ulteriormente la politica del governo di Boris Johnson su una linea fortemente atlantista e sempre più distante dalle lusinghe del dragone guidato da Xi Jinping.

Nella Londra post Brexit, che intende caratterizzarsi come la Singapore dell’Occidente, divenendo sempre più hub centrale e attrattivo per l’intera finanza globale, sembrano archiviate le suggestioni che volevano il Regno Unito come terminale occidentale della Nuova Via della Seta.

Pur intendendo mantenere un canale aperto su commercio e investimenti con la Cina, sono ormai lontani i tempi in cui gli accordi tra Londra e Pechino contribuivano a portare il renminbi tra le monete di riserva del Fondo Monetario Internazionale, o in cui si progettava il dual listing sulle rispettive Borse.

Una strategia in quel momento, all’inizio del lungo percorso verso Brexit, che sembrava poter essere positiva per l’intera area Atlantica, ma che è stata superata dai fatti: la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, sostenuta da Trump come risposta al surplus commerciale cinese e alle attività di dumping commerciale attuate da Pechino. Il confronto globale sulla sicurezza delle infrastrutture tecnologiche sfociata nelle posizioni contrarie alla partecipazione delle aziende cinesi nell’implementazione della rete 5G nei Paesi membri della Nato. La pandemia da Coronavirus e le politiche per superare la crisi sanitaria e la correlata crisi economica.

Sono questi tutti elementi caratterizzanti di un mutato assetto geopolitico e geoeconomico che ha determinato un cambio di strategia anche a Bruxelles e a Londra.

Del resto la Nuova Via della Seta sembra avere il fiato ben più corto di quanto sembrasse al suo avvio, e gli ingenti investimenti, allora previsti in circa 1700 miliardi di dollari da veicolare attraverso ICBC (Industrial e Commercial Bank of China), AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) e Silk Road Fund, non hanno mai raggiunto tali dimensioni.

Intanto il programma “Global Britain in a competitive age” varato dal Governo Johnson crea le condizioni per portare Londra ancora più in sintonia con New York e Bruxelles sullo scacchiere globale, nonostante le tensioni con l’UE generate in queste settimane dalla distribuzione dei vaccini anti-Covid.

Il programma di investimenti in sicurezza e intelligence del Regno Unito, che consta in 3 miliardi di sterline annue, l’industria spaziale che genera circa 15 miliardi di sterline all’anno, l’entità degli investimenti privati in tecnologia che ne fanno il leader in Europa, gettano le basi per importanti cooperazioni tra Londra e Bruxelles, ma anche tra aziende italiane e aziende britanniche.

La pandemia da Coronavirus non è superata, ma per uscirne, anche da un punto di vista economico, non bisognerà sottovalutare le opportunità offerte dalla cooperazione tra le due sponde della Manica, e ancor più complessivamente dalla cooperazione transatlantica.