Oramai è trascorso un anno e la previsione già fatta nel marzo 2020, la devastazione del sistema turistico italiano, dei lavoratori, delle imprese, si è avverata.

E’ incomprensibile il fatto che lo Stato italiano non abbia chiesto lo “stato di crisi” del turismo, che può essere utilizzato per un evento eccezionale ai sensi dell’art. 107, paragrafo 2, lettera b, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e che consente totale deroga sul montante di aiuti, ebbene tale aiuto è stato richiesto dal governo italiano, e così si è – a mio avviso –  commesso un grave errore strategico.

Il decreto sostegni – deve essere un buon investimento.

Oggi i margini di manovra sono ridottissimi e così l’obiettivo del decreto Sostegni (ex-decreto Ristori 5), che può contare su uno stanziamento di 32 miliardi di euro a valere sull’ultimo scostamento di bilancio, è finanziare nuovi aiuti per sostenere imprese e famiglie, alla luce delle restrizioni anti-contagio in vigore fino a Pasqua, ultimo decreto di aiuto, è davvero l’ultima chance.

L’enorme somma stanziata con un ulteriore sforamento di Bilancio, non va dissipata in azioni improduttive e finanziamenti a pioggia, come spesso è accaduto in questi mesi: perché è evidente a tutti che il Paese non si può permettere di sperperare 5 miliardi per il “piano cashless” o per inondare le città di pericolosi monopattini, mentre l’occupazione tendenziale sarà drammatica e che molte imprese turistiche rischiano di non rialzarsi più.

Il settore turistico non è la sorella povera dell’economia italiana.

Va rammentato che il turismo, oltre essere “mercato”, genera domanda per molte filiere (alimentare, trasporti, comunicazioni, ecc.) e il suo peso reale sul Pil è molto maggiore del 14% di Pil assegnatogli dalle statistiche, ma non può essere trattato più come le altre filiere produttive.

I percorsi “differenziati” tra manifattura e servizi sono ormai un obbligo e meraviglia che il sindacato non assuma una posizione chiara su questo punto.

Gli operatori di tutta la filiera turistica sono stremati, con alcuni cluster che sono a zero ricavi o quasi da un anno (eventi, terme, sci, alberghi business, ecc…) e invocano ristori , ma dato l’elevatissimo numero di aziende, i ristori si trasformano in piccole mance senza prospettiva e, purtroppo, data l’entità possibile, sono un’illusione.

Il governo quando elenca i benefici riconosciuti al turismo include nelle straordinarie cifre le somme stanziate per la cassa integrazione e FIS ( fondo integrazione salariale) nel turismo: ma questo è un dato assolutamente fuorviante, essendo un giusto sostegno generalizzato a favore dei lavoratori, ma non delle imprese turistiche.

Occorrono pochi ma mirati interventi, pochi strumenti chiari che consentano di guardare avanti velocemente e le priorità oggi a mio parere sono:

1 Definire immediatamente una nuova politica del lavoro per il turismo, ottimizzando il recente esperimento (positivo) del Fondo Nuove Competenze che va assolutamente potenziato, semplificato e reso coerente per il mondo del turismo; continuare a investire risorse enormi in cassa integrazione nel turismo, senza formazione e senza prospettive, umilia i lavoratori e penalizza le imprese.

Tutto ciò è profondamente sbagliato: le aziende devono essere aperte, fare formazione diretta, i lavoratori devono guadagnare competenze e cultura per prepararsi alle sfide del 2023, anno in cui si ritiene che si possa ripartire; oggi siamo tutti inadeguati, imprese e lavoratori .

Sostenere che solo la cassa integrazione e il reddito di cittadinanza siano gli unici strumenti di sostegno è ormai fuori da ogni logica razionale.

2 Rivedere I finanziamenti a 6 anni previsti ex art.13 decreto Liquidità garantiti da Mcc, ( Fondo di garanzia medio credito) che non potranno essere rimborsati dalle imprese del sistema turistico: devono essere previsto con scadenza a 12 anni; il rischio concreto è di trovarsi in tre anni una montagna di sofferenze bancarie con conseguenze terribili; non si capisce perché per il turismo questa misura non venga varata subito.

3 Investire, vale a dire, lanciare subito una misura di medio lungo periodo: il bond turismo a 20 anni a tasso ridotto, con garanzia dello Stato, che è l’unico strumento utile nel medio periodo; la copertura può avvenire dirottando le cospicue risorse ancora disponibili per i voucher turistici; se il bond viene strutturato bene e senza intenti speculativi, la garanzia dello Stato può consentire anche leva 10; ciò significa che con 1 miliardo di garanzia potremmo avere fino a 10 miliardi di bond: un vero strumento di rilancio. BEI, CDP, SACE, Poste sono attori che possono lavorare su tale progetto che darebbe davvero una prospettiva agli investimenti del turismo.

4 Prevedere l’esonero contributivo per tre anni per il settore turistico che deve spettare a condizione che l’ammontare del fatturato 2020 sia inferiore al 50% di quello dello stesso periodo del 2019; è una misura di medio periodo, finanziariamente spalmata negli anni, il che la rende compatibile con le esigenze di cassa dello Stato, e che necessita della deroga ex art. 107 del Trattato.

5 Inserire nel PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza, o Recovery Fund) risorse dedicate unicamente al turismo, al momento in questo piano il turismo non conta nulla. Questa operazione deve essere dimensionata in misura sensibilmente superiore agli attuali 8 miliardi di euro in condivisione con la cultura; peraltro entrando nel dettaglio al turismo sono assegnate una minima parte degli 8 miliardi, con titoli già individuati e di nessun interesse per le imprese.

Alcune  brevi considerazioni finali.

Considerato che il settore turistico (senza la cultura) produce 232 miliardi di euro e occupa 4 milioni di addetti, a fronte di un 14% di Pil, gli si dovrà riconoscere uno stanziamento proporzionato all’apporto fornito all’economia del Paese; e non vale la teoria di qualche ministro secondo cui «il Recovery Plan non può dare sussidi alle imprese»; giustissimo:  non si  chiedono sussidi, ma supporto concreto agli investimenti, come sta facendo la Spagna che per il rilancio del turismo ha stanziato 24 miliardi.

Una parte destinati a forme evolute di turismo, come quello “sanitario”, che in Spagna sta rappresentando un nuovo driver di crescita; in Italia non se ne riesce a parlare eppure saremmo la destinazione ottimale per clima, competenze, cultura, attrattività.

In conclusione, ormai il “nuovo” Governo deve prendersi la responsabilità di capire che il sistema turistico italiano, e le filiere connesse, hanno necessità di guardare avanti traguardando il 2023 come anno di restart, ma con strumenti reali per le imprese e una politica del lavoro proattiva che freni la tragedia umana, sociale, lavorativa che i nostri lavoratori stanno vivendo e da cui, con gli attuali strumenti, non si vede l’uscita

L’inerzia non è prudenza, è ciò che ci fa perdere la sfida con il futuro.