I repubblicani hanno un antico rapporto di amicizia con il professor Panebianco, che ha frequentato per anni i nostri dibattiti, in particolare in Emilia Romagna. I rapporti sono diventati più delicati quando il professor Panebianco ha aderito con entusiasmo alla linea maggioritaria, sostenuta anche da Marco Pannella, nella convinzione che ad un dato momento, il pendolo della storia battesse la nostra ora di democratici liberali. Parliamo del 1994. A distanza di 27 anni da quella data, forse occorre fare i conti con gli sviluppi di quel sistema, cosa che il professore ha fatto oggi con un editoriale sul Corriere della sera dal titolo “Quei pochi liberali che restano”.

Panebianco ammette che le condizioni storiche del nostro paese sono state piuttosto disgraziate, con il liberalismo assediato da due forze che non lo erano affatto, Pci e Dc e che solo l’ombrello atlantico ha impedito una deriva inquietante per l’Italia. Ancora oggi egli vede nella Lega e nel Pd, per non parlare dei cinque stelle, i tratti caratteristici dei partiti di massa, tanto da apprezzare il governo Draghi che ha sospeso “il gioco politico-partigiano”, obbligando tutti a “una sorta di tregua (armata) in nome dell’emergenza”. In altre parole, secondo Panebianco “il governo Draghi sta provvisoriamente tenendo a bada forze, di destra e di sinistra, che non hanno propriamente le carte in regola agli occhi di chi è interessato alle sorti della libertà individuale”.

Il problema è che per l’appunto egli parla di tregua temporanea e già vede profilarsi il prossimo scontro tra diversi populismi. Tanto da arrivare a scrivere, per la prima volta da quando lo leggiamo, che forse il sistema proporzionale, da lui mai amato, serviva per lo meno a dare la possibilità ad un’area politica diversa di costituirsi e di poter influenzare positivamente, anche con pochi numeri, questi grandi partiti, esattamente come avvenne con il partito repubblicano di Ugo La Malfa. Tanto ci basta per dire bene, anche Panebianco è tornato a comprendere la realtà italiana per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse. Perché se non capiamo nemmeno cosa è l’Italia diventa difficile riuscire a cambiarla.