Il 5 aprile del 1831, Alexis de Tocqueville salpa dal porto di le Havre, destinazione New York. La ragione ufficiale del viaggio è un’inchiesta sul sistema carcerario americano, il mondo della libertà visto attraverso le prigioni. Il vero motivo, però, è un altro. Tocqueville ha appena giurato da magistrato al nuovo regime costituzionale. Il suo cugino più amato, il visconte di Kergolay, si era rifiutato di farlo e tutta la famiglia legittimista lo sostiene. Tocqueville è parente di Rosambo e Malesherbes, Kergolay e Chateaubriand, il più alto concentrato di aristocrazia francese sopravvissuta in esilio, o sterminata dal Terrore. Il padre, Hervè, accompagna la carrozza di Luigi XVIII durante il suo ritorno in Francia gridando viva il Re! Caduto il regime della Restaurazione, Tocqueville teme per la sua carriera, presta giuramento al governo orleanista e salpa lontano in attesa degli eventi. Metti mai che si rimettano ad uccidere gli aristocratici.

I Tocqueville non sono solo dei reazionari, sono anche degli opportunisti. Il padre, entusiasta per il rientro dei Borboni, aveva a lungo brigato con Josephine Bouarnais per non essere ostracizzato da Napoleone. Parente alla lontana dei Le Peletier, famiglia aristocratica dove nacque il convenzionale regicida, si fa proteggere pure da quella. Per il resto è un buon diavolo, difenderà giacobini e bonapartisti caduti in disgrazia. Alexis condivide l’incubo di famiglia, la ripresa rivoluzionaria. Mostra temperamento e si imbarca per dove la disgrazia ha avuto inizio, l’America. I vecchi monarchici francesi avevano comunque una certa tolleranza per la rivoluzione americana, l’unico privilegio che era stato infranto era quello della corona inglese. Da parte loro, i governi americani, se si esclude la presidenza Jefferson, avevano più simpatia per Lafayette che per Marat, e anche la guerra all’Inghilterra del 1812, non fu certo fatta per solidarietà con l’Imperatore.

Tocqueville verso l’America non ha prevenzioni, al contrario, spera che quel regime possa evitare il destino dittatoriale che aspetta ogni repubblica. Democrazia e dittatura per Tocqueville sono lo stesso, il principio liberale è solo fondato dalla sovrana divinità di un Re, senza il quale, la decadenza sociale è inevitabile. Eppure in America, è molto sorpreso, incontra un popolo libero. Non si creda che Tocqueville pensi che questa libertà sia dettata dalla schiavitù e la spoliazione dei nativi americani, come commenteranno i legittimisti che odieranno il suo celebre libro. Gli indiani sono un elemento interessantissimo da studiare e dobbiamo a lui le notizie che ci aiutano a comprenderne meglio la loro storia. In tutte le peripezie di viaggio che lo portano dal Massachusetts all’Ohio, non vede un solo indiano che non siano gli irochesi dei centri abitati intenti a chiedere il sussidio per le loro terre. Sterminati da George Washington, gli irochesi erano il braccio armato inglese, furono poi indennizzati dai governi successivi.

Tocqueville, il primo indiano che vede fiero nelle sue vesti, al confine canadese è in realtà un bianco, un bois-brulè, intento nei suoi traffici. Bisognerà recarsi nel Mississipi per incontrare un gruppo della tribù dei Chatwa che si trasferisce in altro territorio su richiesta del governo, i Chatwa erano però già civilizzati, tanto da coltivare la terra, possedere schiavi di colore e poi combattere, trent’anni dopo, per la confederazione.

Un selvaggio vero e libero della foresta, Tocqueville non lo vedrà mai e per sua fortuna, altrimenti non avrebbe potuto raccontarcelo. In compenso Tocqueville offre uno spettro valido per comprendere il processo di assimilazione della maggioranza del popolo indiano avvenuta nei primi trent’anni dell’800, altro che olocausto. Non che Tocqueville futuro amico di Gobineau, il teorico della differenza razziale, si preoccupi della salvaguardia dei popoli estranei, ma si accorge che gli indiani sono numericamente marginali nei territori americani. Il vero problema sono i neri. Allora sottolineerà che chi non vuole la libertà dei neri, rischia di diventare un loro schiavo. In Tocqueville la libertà nella società democratica non ha mai speranza.

I suoi appunti di viaggio mostrano la sua sofisticata intelligenza. Mette a fuoco come la filosofia di Montesquieu, cambi completamente. In America la Repubblica non si fonda più sulla virtù, ma sul puro guadagno. Questa avidità dei cittadini americani non lo preoccupa affatto, anzi lo rassicura. Una comunità intenta a diventare ricca piuttosto che a conquistare il potere politico, come gli appare quella americana, riceve tutto il suo incoraggiamento. L’individualismo che la contraddistingue lo giudica salutare. Forza il piano di eguaglianza stabilito dalla società rivoluzionaria creata in Europa e forma necessariamente una nuova aristocrazia, anche se sempre aperta a chiunque sappia guadagnar soldi. Non si può avere tutto, come l’esclusione per nascita. Bisogna accontentarsi.

Tocqueville soggiornerà in America solo un anno, privilegiando determinate città ad altre e impiegando il tempo frequentando la vita mondana della migliore società, possiede lettere di presentazione per tutte le famiglie più rilevanti. Lo spaccato da lui ritratto se non è esaustivo, è veritiero. Pensando che ci sia poco altro fra gli indiani e i ricchi americani, Tocqueville si convince che questo sistema porterà all’atomismo ed al disinteresse per la grande patria. Profondamente cattolico, ignora il sentimento dello spirito protestante che accompagna l’operato quotidiano della vita comune americana, e presagisce soddisfatto l’inevitabile futura dissoluzione di quella società. Non è una minaccia, la ritiene non esportabile e se mai lo fosse, demolirebbe ogni possibile oppressione repubblicana.

A dire il vero, è cosa molto difficile capire la democrazia americana leggendo Tocqueville. Egli non dà importanza alla concentrazione politica del sistema presidenziale, gli pare privo di peso, descrive un idillio bucolico senza accorgersi che i beni mobili sono molto più espansi della proprietà terriera, dimentica il fanatismo del rogo per le streghe che hanno caratterizzato i primi cento anni di storia. La sua consolazione era che una volta dissolta la democrazia europea, non ci si sarebbe dovuti misurare più di tanto, con quella oltre Atlantico, ancora più vuota e debole. Poi ti chiedi come mai l’Europa abbondi di anti americani.