Come un’agitazione studentesca prefigurò l’estremismo dei campus universitari odierni

Cinquant’anni fa, insieme ad alcuni amici ebbi l’audacia di promuovere quello che definivamo la “Controconferenza: Un punto di vista alternativo”. Questo evento si svolse il 26 marzo 1971 all’Università di Harvard per spezzare una lancia a favore del coinvolgimento americano nella guerra del Vietnam, una posizione che all’epoca nei campus universitari era pressappoco assurda, come lo è oggi pronunciarsi a favore di una vittoria di Israele sui palestinesi.

Gli oppositori della guerra interruppero l’iniziativa, compiendo in tal modo il primo passo verso la cultura dell’annullamento che si diffuse nella vita del campus, con docentistudenti che si trovarono indagati da tribunali inquisitori, per poi essere licenziati o espulsi perché nutrivano delle opinioni sbagliate. Allo stesso modo, la leadership di Harvard, associando la forza delle parole alla debolezza nell’azione, prefigurava la condotta codarda dei dirigenti dell’università che parlano coraggiosamente, ma agiscono con pusillanimità.

L’iniziativa

La  Controconferenza si contraddistinse come “il primo evento politico significativo di Harvard ad essere avviato da studenti conservatori in più di cinque anni”, spiegava il quotidiano studentesco, Harvard Crimson. Il nostro solido gruppetto, denominato Students for a Just Peace (SJP, Studenti per una Pace Giusta), aveva  invitato cinque oratori al fine di spiegare il motivo per cui le forze americane avrebbero dovuto appoggiare il governo del Vietnam del Sud. Si trattava di Dolph Droge, consigliere della Casa Bianca sul Vietnam; Anand Panyarachun, ambasciatore della Tailandia presso le Nazioni Unite; Nguyen Hoan dell’ambasciata del Vietnam del Sud a Washington; I. Milton Sacks della Brandeis University e Daniel E. Teodoru del Comitato Nazionale di Coordinamento degli Studenti per la Libertà nel Sud-est asiatico. Lawrence McCarty dell’Unione Conservatrice Americana accettò di moderare l’evento.

Due gruppi si distinsero per la ferocia della loro reazione: Students for a Democratic Society (SDS, Studenti per una Società Democratica), fautori del sesso, della droga e del rock ‘n roll, e l’ampiamente dimenticato Progressive Labor Party (PLP, Partito Laburista Progressista), soprannominati “Maoisti con i capelli tagliati a spazzola”, moralisti e aggressivi. È così che la Nuova e la Vecchia Sinistra fecero fronte comune contro noi “reazionari”.

Insieme ad altri gruppi di Sinistra, si riunirono e decisero di interrompere la Controconferenza. Nei volantini che inondarono il campus prima dell’evento, il Progressive Labor Party affermava che i “tirapiedi”, i “macellai”, i “lacchè” e gli “scagnozzi” che dovevano prendere la parola “andavano distrutti”. In modo più prosaico, Students for a Democratic Society si limitò a chiedere che fossero “applauditi, impedendo loro di parlare”. Alcuni radicali giustificarono questa reazione sulla base del fatto che era stato il governo americano (e non noi che eravamo un manipolo di studenti) a portare gli oratori nel campus. Uno studente  definì perfino la Controconferenza “un complotto ordito da Harvard e dall’U.S. Information Agency per dimostrare che il movimento contro la guerra era morto”.

Prevedendo una risposta massiccia, gli organizzatori avevano riservato la sala più grande di Harvard, il Sanders Theatre, con una capienza di 1.238 posti. Students for a Democratic Society  e  il Progressive Labor Party avevano entrambi chiesto di organizzare dei raduni alle 19.00, un’ora prima dell’inizio dell’evento. Lo studioso dei gruppi estremisti Gordon D. Hall riportò nel Boston Herald Traveler che la maggioranza della platea era esterna a Harvard, inclusa gran parte della leadership radicale della regione. Tale era la rabbia per la sfrontatezza da noi avuta di invitare coloro che i due gruppi definivano “criminali di guerra” che la sala si riempì prima del tempo. Ma anche molti altri tentarono di entrare. Nelle parole del Boston Globe, “centinaia di sostenitori del gruppo SDS (…) si sono ammassati agli ingressi e hanno tentato di raggiungere le finestre del secondo piano”. Molti di coloro che facevano parte della platea estremamente ostile espressero in silenzio le loro opinioni mostrando il dito medio, indossando una fascia, portando delle bandiere Vietcong e sventolando cartelli con su scritto “ASSASSINI” e con altri slogan. Circa la metà dei disturbatori fischiava, mostrava indignazione, cantava, urlava oscenità,  gridava nei megafoni e batteva le mani ritmicamente. Urlavano slogan, soprattutto “Assassini” e “Stati Uniti fuori dal Vietnam, Macellai via da Harvard”. All’unisono, aprivano e chiudevano le mani colpendo i sedili di legno della sala. Bersagliarono il palco lanciando marshmallow, palline di carta, bucce di frutta, monetine e altri piccoli oggetti.

Gli oratori non ebbero alcuna possibilità. Un muro di rumore zittì i tre che cercavano di rivolgersi all’auditorio, ossia il moderatore, un rappresentante dell’Università e il primo oratore. (Per una registrazione audio di 41 minuti dell’evento cliccare qui.) Archibald Cox, 59 anni, (divenuto in seguito celebre per il “massacro del sabato sera” al Watergate hotel) era il mediatore di Harvard. Rappresentando l’Università, egli fece una dichiarazione molto apprezzata e menzionata, nella quale implorava la folla “di lasciar[gli] dire qualche parola a nome del rettore e dei professori di questa Università a favore della libertà di espressione”. Ma i facinorosi rifiutarono e continuarono a fare frastuono. Il suo appello – “se questa riunione viene interrotta (…) allora un po’ della libertà sarà  morta” – rimase inascoltato e schernito. Poi, il Progressive Labor Party condannò l’idea stessa della libertà di espressione definendola una “pessima idea”.

Il primo oratore, Dan Teodoru, cercò di combattere il fuoco con il fuoco, una tattica che fallì. Secondo quanto si legge nell’inchiesta ufficiale di Harvard, “il frastuono di voci continuò e dalla platea gli furono lanciate varie bordate e ad almeno una lui rispose a tono”. Teodoru cercò anche di umiliare la platea, ingiuriandola, ma non servì a nulla. Il frastuono e il caos continuarono per 45 lunghi minuti.

L’inchiesta condotta da Harvard racconta come si concluse l’evento: “Durante l’ultima parte dell’incontro, le persone a cui era stato impedito di entrare nel teatro dalla polizia universitaria quando la sala sembrava piena iniziarono a colpire le uscite di sicurezza e ruppero diverse finestre, lasciando presagire ulteriori violenze. Verso le 20:45, l’incontro fu annullato su richiesta del professor Cox, parlando a nome dell’Università. Le sue parole testuali furono: ‘Tenuto conto della moltitudine di persone, esiste il considerevole rischio di violenza. Vi chiedo di interrompere questo incontr’”. In modo più colorato, il Progressive Labor Party disse che un ariete era pronto ad abbattere le porte del teatro.

Una mezza dozzina di poliziotti di Harvard scortarono gli oratori all’esterno dell’edificio e nell’intricata rete di tunnel sotterranei dell’Università, proprio com’era accaduto con l’allora segretario della Difesa Robert McNamara pochi anni prima. Gli organizzatori del SJP guidarono gli oratori fino all’emittente radiofonica WGBH, che aveva trasmesso l’evento, e una volta lì, nella quiete dello studio, iniziarono la loro conversazione interrotta.

Occorre osservare che se il teatro non fosse stato gremito da una folla in grande maggioranza ostile, i radicali avrebbero avuto in mente uno scenario più violento, come rivelato da Hall, che ha raccolto informazioni sui loro preparativi: “Un’affluenza ridotta avrebbe potuto imporre un’irruzione sul palco per assumere con la forza il controllo dell’evento”. Se così fosse stato i radicali avrebbero mirato a invadere la scena. “L’affollamento, gli spintoni e le urla avrebbero reso difficile per chiunque distinguere un individuo in particolare. Il caos sarebbe stato anche sufficiente a zittire gli oratori, confondere la polizia e a interrompere l’evento”. Secondo il PLP, gli oratori della Controconferenza erano “assassini di massa (imperialisti!) e artefici di terribili sofferenze che non hanno diritto di vivere e ancora meno di parlare”. In altre parole, la serata sarebbe potuta essere di gran lunga peggiore di come andò.

Legittimo o odioso?

I disordini accantonarono il dibattito sulla politica riguardo al Vietnam, a beneficio di un confronto sulle azioni dei radicali e sulla natura della libertà di espressione.

Gli argomenti a favore dell’interruzione dell’evento provenivano esclusivamente da ristretti ambienti dell’estrema Sinistra e si focalizzavano su due questioni: la morale e il potere. L’etica: gli oratori avevano le mani sporche del sangue di innocenti e pertanto non avevano il diritto di parlare. Il potere: gli oratori rappresentavano l’autorità e interromperli, scrissero due studenti, “offre agli individui privi di potere di influire sul corso degli avvenimenti politici”. Un editoriale di minoranza pubblicato nel Crimson minimizzò i disordini definendoli una mera “trasgressione delle leggi del protocollo e dell’ordine”.

Le voci provenienti da tutto lo spettro politico denunciarono i disordini. Il Consiglio di Facoltà stigmatizzò fermamente “il tentativo concertato e sostenuto di tacitare” gli oratori. Una sessantina di docenti di diritto firmarono una dichiarazione che esprimeva “la massima preoccupazione” e definiva i disordini un attacco alla “speranza stessa di una società giusta e compassionevole”. Il rettore di Harvard Nathan Pusey parlò di “fatto deplorevole” e di “affronto esecrabile”. Il rettore emerito Derek Bok lo definì “particolarmente ignobile”. Il Boston Globe lo classificò come un “comportamento disdicevole” e ritrasse i radicali come “nemici di ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. L’editorialista del New York Times Anthony Lewis etichettò i perturbatori come “ignoranti”. Il presidente della Corte Suprema, Warren Burger, menzionò i disordini con disapprovazione facendo appello all’educazione.

Alcuni commentatori definirono i disturbatori come dei totalitari. Lo storico Oscar Handlin ravvisò nei disordini “il grido dei selvaggi” e paragonò “l’odio visibile” sui volti dei perturbatori “all’odio che abbiamo visto su troppi altri volti, in altre epoche e in altri luoghi, ossia in Germania, il 9 novembre 1938”, un riferimento alla Notte dei Cristalli orchestrata dai nazisti. Allo stesso modo, il giornalista del Globe Daniel J. Rea scrisse riguardo all’evento di aver visto quella “espressione vacua dipinta sul volto della Gioventù Hitleriana degli anni Trenta e della Guardia Rossa della Grande Rivoluzione Culturale di Mao”. Cornelius Dalton del Boston Herald Traveler paragonò le tattiche degli agitatori a “quelle utilizzate dalle truppe d’assalto naziste” e definì quanto accaduto “il colpo più lesivo sferrato alla causa della pace dopo molto tempo”.

Molti professori sottolinearono la gravità dei fatti. Il fisico Bruce Chalmers, all’epoca 63 anni, osservò: “Il fatto che voi consideriate grave questo episodio dipende molto dalla vostra età. Più siete anziani, più vi sembrerà grave”. Cox dichiarò che “non poteva enfatizzare la gravità che noi attribuiamo a questo episodio. Niente di più importante o di più triste è accaduto qui a Harvard da molto, molto tempo”. John T. Dunlop, preside della Facoltà di Arti e Scienze ed ex segretario del Lavoro, affermò che i “disordini legati all’evento è stata la cosa più grave che è accaduta a Harvard da quando sono qui”. (E lì arrivò nel 1938, 33 anni prima.)

Come segnale dell’estremo turbamento della facoltà, il preside Dunlop inviò ai membri della facoltà un memo insolito e forse unico nella storia di Harvard, esortandoli ad affrontare con gli studenti il tema della libertà di espressione: “Le dichiarazioni pubbliche da sole non sono sufficienti. La calma e l’argomentata discussione tra le persone sono necessarie per influenzare i nostri studenti. Molti studenti, e anche alcuni membri del corpo docente non accettano l’affermazione che la libertà accademica esige la libera espressione di qualsiasi punto di vista. (…) Spero che sin dai prossimi giorni vi prenderete del tempo per discutere con gli studenti (…) di tali questioni importanti”.

Sanzioni?

A livello pratico, gli amministratori universitari presero due misure contro i perturbatori: la presentazione di denunce penali contro due di loro a un tribunale di Cambridge e l’apertura di una procedura interna contro di loro da parte di un organismo di Harvard noto come Commissione per i diritti e le responsabilità (in inglese, CRR, N.d.T.).

Il tribunale del terzo distretto riconobbe due studenti colpevoli dei disordini e li condannò al carcere. Le udienze e i verdetti della CRR furono molto più controversi e divennero pomo della discordia dal momento in cui la Controconferenza si concluse il 26 marzo, fino alla lettura del verdetto della CRR, emesso 70 giorni dopo, il 4 giugno. In un editoriale, il Crimson criticò duramente le udienze della CRR, definendole una “caccia alle streghe” caratterizzata da “prove mediocri, testimonianze vaghe, procedure imprecise e dall’indifferenza alla verità”. Il futuro direttore ed editorialista del Washington Post David Ignatius invitò a “non applicare nessuna sanzione”. Trentadue membri del corpo docente firmarono una lettera aperta dichiarando che “qualsiasi sanzione da parte dell’Università sarebbe inaccettabile”.

Tra i fautori della linea dura contro i perturbatori c’era Elliott Abrams, di recente nominato inviato speciale degli Stati Uniti in Venezuela e in Iran, che scrisse: “Dobbiamo rifiutarci di mendicare la libertà di espressione a Harvard. Dobbiamo insistere su questo. (…) Starsene in silenzio mentre bande di teppisti estremisti urlanti, che camminano con passo pesante, distruggono la libertà di espressione a Harvard è un crimine morale. (….) Dobbiamo chiedere la loro espulsione dalla nostra università”. Il futuro candidato al rettorato Alan L. Keyes affermò che gli agitatori “dovevano essere puniti con tutto il rigore di cui l’università dispone”.

Al contrario, il futuro leader della maggioranza al Senato Charles Schumer liquidò con tono di condiscendenza la Controconferenza come un “tour de farce”, lamentandosi di quello che considerava uno sviluppo più importante: “la fine delle organizzazioni studentesche”.

Alla fine, la CRR riconobbe solo nove studenti colpevoli dei disordini, circa l’1 per cento di coloro che avevano di fatto interrotto l’incontro. Di questi nove, quattro vennero sospesi temporaneamente, a tre venne revocato la sospensione e altri due ricevettero dei moniti. Students for a Just Peace chiese che ai gruppi di Sinistra che avevano pianificato i disordini fosse vietato in modo permanente l’utilizzo delle strutture universitarie, una richiesta che l’amministrazione non accolse perché “nessun elemento sta a indicare che a queste ‘organizzazioni’ venga vietato l’esercizio della libertà di espressione”.

In altre parole, le sanzioni si limitarono a delle pene simboliche. Le parole dure, i riferimenti ai nobili principi e i moniti sul futuro non si tradussero in azione. La risposta di Harvard fu retoricamente dura quanto sostanzialmente debole. In tal senso, Stephen P. Rosen, allora neo-membro del SJP e ora docente di Sicurezza nazionale e Affari militari a Harvard (Kaneb Professor), predisse correttamente giorni dopo l’evento che la bava dell’indignazione sarebbe passata presto: “Credetemi, quando questa improvvisa ondata di giusta indignazione passerà, l’università si dimenticherà della [Controconferenza] dello scorso fine settimana. La primavera incalzerà, il semestre scolastico finirà e la vita proseguirà come sempre, come se nulla fosse realmente accaduto”.

Io sperimentai personalmente questa debolezza, avendo denunciato tre studenti, Bonnie Bluestein, Martin H. Goodman e John McKean. Il procedimento contro Bluestein fu memorabile perché io venni a lungo criticato dal 32enne Alan Dershowitz. Colui che sarebbe diventato un celebre docente di diritto mise in campo con successo le sue formidabili competenze giuridiche per convincere la CRR che il suo cliente era innocente, estraneo ai disordini di cui ero stato personalmente testimone. (Mezzo secolo dopo, Dershowitz ha cambiato totalmente idea in merito alle agitazioni studentesche.)

Il terzo accusato, McKean, era uno studente della Graduate School of Education, pertanto, furono i docenti di quella facoltà a occuparsi del suo dibattimento, che fu ancora più deludente di quello della CRR. Mi lamentai della mia esperienza a riguardo con il preside della Graduate School of Education:

In occasione dell’udienza tenuta il 20 maggio dalla Commissione disciplinare per gli studenti della facoltà, McKean non negò di aver partecipato attivamente ai disordini, ma piuttosto si dichiarò orgoglioso delle sue azioni. Di conseguenza, preferì non difendersi dalle accuse da me mosse, ma giustificò politicamente il suo comportamento, affermando che la natura della Controconferenza rendeva necessaria le agitazioni. Ero costernato per il fatto che la Commissione disciplinare  avesse deciso di ascoltare gli argomenti politici di McKean, perché la mia accusa riguardava una cattiva condotta che non aveva a che vedere con la politica.

Il mio appello cadde nel vuoto: McKean non si vide infliggere alcuna sanzione.

Io presentai altresì l’unica accusa contro un membro del corpo docente. Vidi Hilary Putnam, titolare della cattedra di filosofia e membro del Progressive Labor Party (che lo elogiava definendolo un “comunista rivoluzionario”), gridare per interrompere la Controconferenza. In seguito, Putnam approvò le agitazioni come “un vero atto di internazionalismo”. Ma la mia accusa si rivelò una patata troppo bollente per l’amministrazione scolastica, che la seppellì in un labirinto burocratico da cui non uscì mai. Deluso dalla mancanza di risposta, scrissi al rettore Pusey informandolo che avevo “visto un professore, il dottor Hilary Putnam, disturbare attivamente l’incontro”. Un collaboratore del rettore mi rispose immediatamente, comunicandomi di aver ricevuto la mia lettera e assicurandomi che “il signor Pusey leggerà la sua lettera quando rientrerà in ufficio”. Questo era tutto. Non fui più contattato. Occorre notare che, nei suoi ultimi anni, Putnam – che in effetti era un profondo ed eminente pensatore – nella formulazione delicata del suo necrologio del New York Times, “aveva tagliato i legami con il [PLP] e dichiarato che la sua appartenenza a quel gruppo era stata un errore”.

La Controconferenza rimase un argomento di discussione, come emerse in una  audizione del 1971 davanti alla Camera dei Rappresentanti sul Progressive Labor Party da parte della Commissione per la sicurezza interna. Nel suo libro del 1998, Harvard ObservedJohn T. Bethell definì l’episodio “un’orribile violazione della libertà accademica”. In uno studio del 2016 sui pregiudizi contro i conservatori nelle università, intitolato Passing on the Right: Conservative Professors in the Progressive UniversityJon A. Shields e Joshua M. Dunn Sr. citano un anonimo professore di storia il quale, da studente

Glissò verso Destra dopo aver affrontato l’intolleranza religiosa della Sinistra universitaria negli anni Sessanta. Lui e i suoi amici tentarono di organizzare una “Controconferenza” sulla guerra del Vietnam. Non andò bene. “La gente mi tormentava”, ha raccontato. “È stata un’esperienza davvero bruciante”. In occasione del suo ultimo anno, finì con riluttanza per accettare di non appartenere più alla Sinistra.

Chi vinse, chi perse?

Nella Controconferenza, quale parte vinse e quale perse?

Nell’immediato, i radicali riportarono un successo tattico mettendo fine all’evento, qualcosa di cui si vantarono apertamente: per il PLP, “il fatto di avere costretto questi vermi imperialisti ad andarsene con la coda tra le gambe è una grande vittoria”. Students for a Democratic Society definì i disordini “una chiara disfatta politica per il governo statunitense e l’amministrazione di Harvard”. Nel giro di un mese, i radicali produssero un film celebrativo intitolato “Sanders Theatre Victory”.

Guardando la situazione a lungo termine, nella primavera del 1971 emerse un ampio consenso sul fatto che la cattiva condotta aveva danneggiato la causa dei radicali e aiutato la parte favorevole alla guerra. Come scrisse uno studente al Crimson, grazie ai disordini, gli organizzatori dell’evento “trassero un profitto maggiore di quello che avrebbero realizzato con i loro discorsi”. In effetti, fu così. apparvero lunghi e istruttivi articoli insieme a un riferimento sulla prima pagina del New York Times. Un membro querulo della platea parlò a nome dei partecipanti silenziosi, rovinando i disordini, perché era lì per ascoltare e apprendere, qualcosa che la Sinistra gli aveva negato. L’uomo concluse che “l’unica cosa che la Sinistra potrebbe aver ottenuto riducendo gli oratori al silenzio fu quella di alienarsi alcune persone che non si erano ancora fatte delle opinioni”. Il New York Times riportò che “una maggioranza degli studenti sembra ritenere che i disordini siano stati un atto tanto deplorevole quanto immorale e un errore tattico”.

Il sociologo Barrington Moore, Jr., convenne, condannando i radicali per aver inavvertitamente aiutato “una causa politicamente e moralmente fallimentare”. Aryeh Neier, direttore nazionale dell’American Civil Liberties Union, condannò le “tattiche pericolose e controproducenti” dei disordini. In questa ottica, Newsweek definì la vittoria dei radicali una “vittoria di Pirro”. L’editorialista del New York Times Lewis affermò che i sostenitori della guerra in Vietnam “spereranno in questi eccessi”. Il Boston Globe affermò che i perturbatori “hanno danneggiato in modo incommensurabile” il tentativo di porre fine alla guerra americana in Vietnam.

Ma analizzando la situazione cinquant’anni dopo, le cose sembrano molto diverse. Il profilo straordinariamente alto della Controconferenza – per il quale era stata riservata la sala più grande dell’università più importante del Paese per affrontare la questione più scottante del decennio – ebbe come conseguenza l’impatto considerevole della semi-impunità degli agitatori. Inviò un messaggio potente alla Sinistra, un messaggio che essa accolse e sviluppò perfettamente. Nelle parole di Saul Alinsky (le cui Regole per radicali fu pubblicato casualmente nel 1971), “Continuate a fare pressione. Non mollate mai”. Di conseguenza, nel contesto odierno, un evento come il nostro – che consisteva nel promuovere pubblicamente nel campus una causa molto impopolare – sarebbe improponibile. Un progetto del genere  verrebbe stroncato a priori dagli amministratori per motivi tecnici o logistici.

Il modo in cui i radicali considerano ora un’istituzione come Harvard dimostra questo cambiamento. Nel 1971, essi descrissero l’università come il nemico in un modo che oggi, nel 2021, è inconcepibile. Il Progressive Labor Party dichiarò che “Harvard, come tutte le università, serve solo la classe dirigente”. Il SDS era dello stesso avviso: “L’università sostiene il ‘diritto’ dei macellai come Henry Kissinger, Samuel Huntington e Richard Nixon. Il PLP pubblicò un annuncio sul Crimson chiedendo: “L’Università di Harvard è un forum aperto per le idee, come sostiene l’amministrazione oppure è un posto di comando per l’imperialismo? Chi dovrebbe essere espulso? (…) Noi diciamo: cacciate i criminali di guerra come Huntington e Kissinger”. PLP e SDS accusarono entrambi l’amministrazione dell’università di volere “la libertà per loro stessi allo scopo di continuare a sfruttare e opprimere le persone del mondo”. Come affermava il Progressive Labor Party, “Harvard agisce qui [a Cambridge] e in tutto il mondo per privare i lavoratori di tutto, inclusa la loro vita. Detestando il capitalismo e ignaro dei fatti, il PLP fece perfino riferimento “ai decani miliardari” di Harvard, una descrizione assurda in un’epoca in cui gli Stati Uniti non avevano miliardari e la stessa dotazione di Harvard aveva appena superato la soglia del miliardo di dollari.

Oggi, nessun movimento progressista farebbe tali dichiarazioni, perché le università alimentano le idee della Sinistra e fungono loro da arsenali. Così quell’evento di tanto tempo fa ha contribuito a spianare la strada all’università di Sinistra monocroma di oggi. Nel 1971, il co-responsabile del SJP Arthur Waldron, ora professore di Relazioni internazionali (Lauder Professor) presso l’Università della Pennsylvania, osservò con perspicacia come “lo spirito repressivo della Sinistra ha indotto numerosi docenti ad ‘ammainare le vele’”. Questo si è dimostrato uno schema permanente che riesce a spiegare la codardia odierna del corpo accademico.

Charles Lipson dell’Università di Chicago osserva che oggi nessuno nei campus universitari sostiene il genocidio, la schiavitù o la pedofilia, piuttosto promuove “opinioni impopolari su argomenti come le ammissioni basate sul merito, le pari opportunità, la competizione transgender negli sport femminili, l’aborto e il sostegno a Israele”. Sebbene questi siano in generale tutti argomenti legittimi, “non è così nei campus universitari, dove le ‘opinioni sbagliate’ non sono opinioni minoritarie. Sono verboten, e lo sono anche le persone che osano esprimerle. Sfidare questo conformismo repressivo invita alla condanna, rompe le amicizie e minaccia le carriere. Non sorprende affatto che sono pochi coloro che lo contestano”.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto della CRR, Nathan Pusey pronunciò il suo ultimo discorso inaugurale come rettore di Harvard. Egli rievocò le grandi speranze delle università nel 1945 e i loro successi, per poi aggiungere una nota cupa:

I nostri sogni hanno guidato il nostro lavoro. I nostri sforzi non hanno dato esattamente i risultati che speravamo. Almeno non ancora. Ma ora si è verificato un cambiamento e, come spesso accade con il meteo, il cambiamento è stato accompagnato da temporali. Le università non vengono più ammirate unanimemente. In effetti, alcune persone sono arrivate addirittura a considerarle più come salvatrici che come fonte di mali da cui la società deve essere salvata. L’opinione pubblica mostra meno stima verso le facoltà universitarie. (…) Non c’è dubbio che l’istruzione universitaria sta entrando in un nuovo periodo molto differente e, a quanto pare, molto travagliato.

Pusey concluse il suo discorso osservando che “siccome sono numerosi coloro che, oggi, mettono in dubbio il valore delle università (…) si potrebbe facilmente avere una visione pessimista del loro futuro”. E quei molti avrebbero ragione.

(Traduzione di Angelita La Spada)

http://www.danielpipes.org/20200/harvard-counter-teach-in-50-years-later

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Addenda

  1. Per una ulteriore documentazione: (a) una registrazione audio di 41 minuti della Controconferenza (per visionarla cliccare qui ); (b) un filmato di tre minuti sull’evento di Harvard (qui); (c) una documentazione scritta, tra cui ritagli stampa, dichiarazioni universitarie, volantini, lettere, (qui) e (d) il mio resoconto dettagliato dell’evento scritto il giorno successivo (qui).
  1. Charles Schumer ha ridicolizzato i perturbatori che cercavano di evitare le conseguenze del loro comportamento: quando nei procedimenti giudiziari “la maggior parte degli agitatori sembrava ormai concentrare la loro indignazione morale su questioni giuridiche insignificanti; quando vennero accusati di aver scandito slogan alle 20:22, un manifestante si arrabbiò perché in realtà lo aveva fatto alle 20:24”. Il Progressive Labor Party concordò con lui, condannando altresì la vigliaccheria di avere “appena cantilenato: ‘Lasciate parlare i macellai’” o di “aver negato che aveva scandito troppi slogan o qualcosa di simile”.
  1. Contrariamente a quanto accade oggi, nel 1971, la Sinistra menzionava appena Israele, i palestinesi, il Medio Oriente o l’Islam. Al contrario, un volantino del PLP utilizzò un linguaggio oggi completamente estraneo, come dichiarare che la “dittatura del proletariato è l’unica soluzione”. Un altro chiedeva alla “classe operaia internazionale e [a]i suoi alleati di distruggere completamente la borghesia”. Obiettivi classici come la dittatura del proletariato o la distruzione della borghesia sono stati rimpiazzati da obiettivi più ragionevoli e insidiosi dei diritti dei transgender e di Black Lives Matter.
  1. La risposta insignificante ai disordini del marzo 1971 contrastò con quella di due anni prima, quando Pusey chiamò la polizia per espellere gli occupantidi un edificio amministrativo, nell’aprile 1969. Il fatto che i decani venissero cacciati dai loro uffici contava molto di più del dibattito sulla guerra del Vietnam. Waldron vede in questo contrasto il crollo della missione dell’università. “Supponiamo che invece di calpestare la libertà di espressione la folla avesse cercato di entrare nel museo per rompere antichi vasi e squarciare dipinti rinascimentali: la reazione dell’università sarebbe stata molto più dura. Ma di certo distruggere i diritti è peggio che distruggere manufatti. L’università era già cambiata nel 1971, e questo cambiamento è poi continuato costantemente. Non esistono più istituzioni veramente intellettuali”.
  1. Numerose personalità dell’epoca si occuparono di questioni sollevate dalla Controconferenza. Come osservato, Derek Bok, Warren Burger Archibald Cox, John Dunlop, Oscar Handlin, Anthony Lewis, Barrington Moore, Aryeh Neier, Nathan Pusey e Hilary Putnam lo commentarono pubblicamente, come fece lo storico specialista di Russia Richard Pipes (ridicolizzò l’argomentazione a favore dell’agitazione). Tra le future figure personalità di spicco c’erano Elliott Abrams, David Ignatius, Alan Keyes, Stephen Rosen, Charles Schumer e Arthur Waldron. Alan Dershowitz e Harvey Silverglate difesero i perturbatori. (Quest’ultimo mi ha detto ora che pur ritenendo che si siano comportati male, non si è pentito di averli rappresentati).
  1. Al contrario, le ricerche effettuate nell’ambito di questo articolo hanno rilevato una curiosità, ossia che un certo numero di persone che acquisirono visibilità a causa della Controconferenza in seguito scomparvero dai riflettori. Ad esempio, quasi tutte le citazioni dei motori di ricerca riguardo a John T. Berlow e Daniel E. Teodoru risalgono al 1971 circa.
  1. Laszlo Pasztor, Jr. e Arthur N. Waldron hanno co-presieduto il SJP. Il piccolo gruppo includeva anche Peter Barzdines, Douglas Cooper, Frederick Holton, John Moscow, John Preston e Stephen P. Rosen. Avendo io ricoperto l’incarico di tesoriere, posso dire che l’organizzazione dell’evento è costata complessivamente 564,26 dollari, non molto, anche nel 1971.
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Storico, politologo, commentatore e analista politico, specialista di Islam e Medio Oriente. Fondatore e attualmente presidente del Middle East Forum. Ha insegnato all’Università di Chicago, alla Harvard University, alla Pepperdine University e all’U.S. Naval War College. Ha ricoperto diversi incarichi presso il Dipartimento di Stato e presso quello della Difesa, ed è stato vice-presidente della Commissione Fulbright. Nel 2003, il presidente George Bush lo ha nominato membro dell’United State Institute of Peace (USIP), un’organizzazione no-partisan nata per iniziativa del Congresso allo scopo di “prevenire e mitigare i conflitti internazionali senza ricorrere all’uso della violenza”. Il suo sito web, DanielPipes.org, con un archivio dei suoi articoli e delle apparizioni nei media, ha registrato 70 milioni di pagine visitate fin dal suo esordio, nel 2000. Più di 11.000 traduzioni dei suoi scritti sono state pubblicate in 37 lingue. È autore di sedici libri.