Business is business. E’ con questa logica, spesso cinica, che numerose aziende private hanno tratto profitti anche dai regimi più efferati della Storia. Spesso non senza difficoltà e cambi di rotta. Emblematica fu ad esempio la vicenda di Fritz Thyssen, magnate dell’industria tedesca dell’acciaio che appoggiò l’ascesa del regime nazista, pur essendo fermamente contrario alla guerra e alla persecuzione del popolo ebraico. Liberatosi dal giogo dell’ideologia hitleriana, si rifugiò prima in Svizzera e poi in Francia, dove venne arrestato e portato nel campo di concentramento di Dachau. Messo in salvo dalle forze anglo-americane terminò la sua vita in Argentina. Pur senza correre il rischio della vita, la Storia sta riproponendo un cliché già visto per le multinazionali private, costrette a scegliere da che parte stare all’interno di un sistema multipolare, le cui linee di faglia si stanno scontrando. Di cosa stiamo parlando? Facciamo un esempio per chiarire il quadro. Nel settembre 2020 il gigante svedese del prêt-à-porter Hennes & Mauritz (H&M) ha annunciato l’interruzione di ogni rapporto con un produttore cinese di filati in ragione delle accuse di lavoro forzato che la popolazione degli uiguri sarebbe costretta a svolgere nella provincia cinese dello Xinjiang. Un rapporto del think tank Australian Strategic Policy Institute, pubblicato nel marzo 2020, indicava H&M come beneficiaria – insieme ad un altro nutrito gruppo di multinazionali – del programma di lavoro forzato nella regione cinese dello Xinjiang, tramite il suo rapporto con il produttore di filati tinti Huafu Major brands implicated in report on forced labour beyond Xinjiang – Business & Human Rights Resource Centre (business-humanrights.org) Lo scorso marzo la risposta di Pechino: il gruppo svedese è stato improvvisamente rimosso dalle piattaforme di e-commerce Tmall di Alibaba, JD.com e Pinduoduo senza alcuna spiegazione. I 520 negozi fisici del brand nelle città della Repubblica Popolare sono diventati introvabili su Baidu e Gaode, le due app cinesi equivalenti di Google Maps. È inoltre intervenuta la Lega della Gioventù comunista, invitando i suoi 90 milioni di iscritti a «reagire alla campagna di disinformazione e falsità sullo Xinjiang lanciata dall’Occidente». Il caso H&M è velocemente dilagato sulla stampa cinese; su Weibo si sono scatenati i troll che hanno coinvolto altri grandi marchi della moda, da Nike a Adidas, Gap, Uniqlo, Muji, Burberry che in passato avevano dichiarato di non utilizzare cotone dello Xinjiang o di lavorazione dubbia. Un clima da caccia alle streghe, con decine di modelle e star del cinema e della tv cinesi che hanno cancellato i loro contratti con i brand stranieri, temendo di finire vittime dell’ondata nazionalista. Un caso isolato, si dirà. Tutt’altro! Qualche ulteriore esempio farà comprendere la vastità di un fenomeno in rapido allargamento. In Myanmar la giunta militare che ha recentemente preso il potere con un atto di forza ha ordinato a Telenor (impresa di telecomunicazioni norvegese) di sospendere l’accesso a internet. In Russia, McKinsey (società di consulenza americana) ha invitato il proprio staff a non protestare in piazza o sui social per l’arresto di Alexei Navalny, detenuto politico e strenuo oppositore del presidente Putin. A Hong Kong HSBC (conglomerato finanziario britannico) ha congelato con solerzia i conti correnti dei militanti pro-democrazia contro il governo di Pechino. Nulla obbligava il chief di McKinsey a scrivere ai propri dipendenti russi “rimanete al sicuro, rimanete neutrali, godetevi il week-end”, se non il desiderio di mantenere buone relazioni con il Cremlino e di conseguenza evitare che le porte delle aziende pubbliche russe venissero chiuse. Nello scusarsi personalmente con Ted Hui, ex deputato di Hong Kong rifugiato nel Regno Unito, il CEO di HSBC ha esplicitamente citato un’ingiunzione che le autorità hongkonghesi avevano notificato alla banca. Infine Sigve Brekke, CEO di Telenor, ha dichiarato che “la società che dirige applica le leggi dei Paesi in cui opera – pur precisando che – Telenor considera fondamentale assicurare il diritto della popolazione a libertà di espressione e accesso alla libera informazione”. In risposta alle critiche ricevute, McKinsey si è affrettata a sostenere il diritto dei propri lavoratori a partecipare legalmente e a titolo personale alla vita civile e politica. Fuori dal linguaggio formale dei comunicati ufficiali, si tratta di veri e propri esercizi di equilibrismo semantico per tenere il classico piede nelle due scarpe. Da una parte la necessità di preservare (coltivando ulteriormente) il business in Paesi del mondo in rapido sviluppo o addirittura che, come la Cina, sono candidati alla leadership globale. Dall’altra, la volontà di salvaguardare il rispetto dei diritti sociali e civili se non per una scelta etico-democratica, a causa del peso crescente che i fattori di responsabilità sociale comportano per le aziende (vedi la lettera S dell’acronimo ESG – Environmental Social and Governance). Angelica Bonfanti e Andrea Goldstein, in un’analisi pubblicata da Il Sole24 Ore del 26 marzo (Multinazionali e diritti umani, una relazione complessa che diventerà decisiva) auspicano un intervento a livello del prossimo G20 finalizzato all’introduzione di procedure di due diligence legate al rispetto dei diritti umani. Riguardo a tale necessità, essi precisano: “I comportamenti ondivaghi e ogni tano incoerenti riflettono la diatriba, annosa e quanto mai irrisolta, sulla funzione sociale delle imprese e le ambiguità connesse all’estensione lungo l’intera catena del valore dei diritti indiscutibilmente riconosciuti nei Paesi della capogruppo, ma spesso non adeguatamente protetti in quello dove operano le filiali”. Certo, oggi per le multinazionali Occidentali la situazione appare la più sfidante dal Dopoguerra. Ciò per il peso rappresentato dalla Cina in termini economici e finanziari a livello globale. I suoi valori – oggettivamente distanti da quelli Occidentali – rappresentano un capitalismo politico in cui la massimizzazione del rendimento del capitale investito viene dopo la salvaguardia del potere politico del partito comunista e della leadership che lo rappresenta. Che non sia facile trovare un equilibrio lo palesano esempi sempre più numerosi. Tra tutti il ricordo corre all’autunno 2018, quando i due famigerati stilisti italiani Dolce e Gabbana girarono un video Dolce e Gabbana chiedono scusa alla Cina – YouTube in cui si scusavano nei confronti del popolo cinese rispetto a quello che stava diventando un incidente diplomatico, sociale e commerciale enorme a seguito della pubblicazione di tre spot pubblicitari che erano stati accusati di ledere la tradizione e la cultura locale (266) Dolce Gabbana campagna sotto accusa in cina per razzismo e sessismo – YouTube Le polemiche che erano montate in Cina avevano infatti portato alla cancellazione della mega sfilata di Shanghai e al ritiro degli stessi prodotti della maison dai più importanti e-commerce cinesi. Cosa faranno le imprese per tenere insieme elementi che paiono divergere sempre più, anche sulla base delle crescenti tensioni geopolitiche globali? L’emersione di differenti visioni e valori sociali e umani nello scenario globale rappresenta una delle sfide più ardue che il sistema imprese si trova ad affrontare, evidenziando ampie crepe nella visione dell’iper-globalizzazione senza limiti. Chi vincerà questa sfida avrà una marcia in più rispetto agli altri. Perché business is still business.