Questo è il saggio di Oliviero Widmer Valbonesi pubblicato nell’Almanacco Repubblicano 2020. Riferendosi agli eventi dell’anno passato, è stato scritto prima dell’insediamento del Governo Draghi.

Valori umani in economia: un tema complesso che meriterebbe ben più spazio, per essere trattato, che un articolo.  Aldilà della disputa ideologica mercato, liberismo, statalismo e livellamento operaistico mi limiterò ad inquadrare il problema politicamente nell’epoca della globalizzazione e nell’ottica di una Repubblica democratica come la nostra. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro recita l’art.1 della Costituzione, Ugo La Malfa e il Partito D’Azione avrebbero voluto la dizione l’Italia è una Repubblica fondata sulla libertà, perché l’elemento fondante di una Repubblica non possono che essere i valori. Il lavoro di per sè non è un valore, ma lo strumento attraverso cui le persone acquisiscono un ruolo sociale e soprattutto la libertà dal bisogno e quindi la condizione di autonomia che la dipendenza da politiche assistenziali non garantisce. Tuttavia la componente comunista, che intendeva il lavoro operaio come l’unico possibile, fino a pensare ad una dittatura del proletariato e i cattolici che si riconoscevano nella dottrina sociale della chiesa raggiunsero un accordo per la prima ipotesi.  Ugo La Malfa aveva capito fin dal 1946 quando militava ancora nel P.D’A che la società democratica ed industriale avrebbe reso molto più complessa la composizione sociale del paese e che lo schema di classe sarebbe stato incapace di garantire condizioni di rappresentanza, uguaglianza e giustizia sociale a questi soggetti, per cui fin da allora, studiò ed elaborò proposte per garantire che lo sviluppo economico garantisse valori di libertà, di giustizia sociale e di protagonismo sociale a tutte le espressioni economiche e sociali del paese. Egli dice ”chiamatele posizioni di operai e lavoratori che non siano dell’industria, chiamatele posizioni di contadini che non siano braccianti, chiamatele posizioni di piccola borghesia e di media borghesia, chiamatele intellettuali, chiamatele come volete, ma voi avete un enorme estensione di interessi italiani che penetrano l’un l’altro e che dal punto di vista classista non sono definiti, ma che nel loro complesso rappresentano e possono rappresentare l’orientamento politico fondamentale della società italiana”. Eravamo nel 1946 e l’intuizione del nostro grande maestro fu talmente vera che nel giro di mezzo secolo si sono formati gruppi sociali, di piccoli e medi imprenditori, di operai specializzati, di quadri intermedi, di liberi professionisti, di cooperatori elevati dal ruolo di lavoratori al ruolo di lavoratori imprenditori, di tecnici dell’informatica, di operatori culturali e sociali che hanno definitivamente affossato lo schema populista corporativo moderato della DC e lo schema populista massimalista di lotta di classe del PCI. La preoccupazione costante di Ugo La Malfa fu quella di rendere partecipi di un modello di sviluppo programmato tutti i soggetti economici e sociali attraverso l’acquisizione di una funzione di responsabilità verso l’interesse generale che doveva accomunare forze di governo, di opposizione, enti locali, sindacati ed organizzazioni economiche nella condivisione di un modello di sviluppo programmato della società italiana, in cui tutti condividevano gli obiettivi generali prioritari e dove la politica e i soggetti imprenditoriali e sociali mantenevano la loro autonomia, ma con un quadro di riferimento condiviso. Cioè quel patto sociale, quel bene comune, quel senso del dovere come presupposto per la realizzazione dei diritti che aveva contraddistinto l’insegnamento mazziniano. La sintesi di capitale e lavoro nelle stesse mani, diventano nella visione lamalfiana il ruolo sociale dell’impresa, la simpatia verso forme di autogestione, il ruolo del Sindacato confederale e della Confindustria nel definire la politica di programmazione. Allora la risposta di Confindustria, ma anche del Sindacato fu negativa in quanto lo scontro ideologico operaistico del sindacato conflittuale coi padroni, trovava l’interfaccia in una   Confindustria che voleva essere libera da vincoli di sfruttamento e di riconoscimento di diritti eccessivi ai lavoratori. Quella politica, introduceva invece doveri e diritti che rimangono necessari, oggi, in un’economia globalizzata e sempre più dipendente dalle politiche di regolamentazione del mercato ai fini del mantenimento di livelli di giustizia sociale accettabile e non solo in balia di politiche che per la flessibilità, per la concorrenza sfrenata violano tutti i valori costituzionali riconosciuti. In realtà, la politica ha perso la sua autorevolezza come soggetto che può regolare il mercato, che può stimolare l’economia con investimenti infrastrutturali, del sapere e della conoscenza, in un sistema di servizi pubblici efficienti, dalla scuola, alla sanità, dai trasporti alla giustizia, dall’ambiente alla creazione di un sistema istituzionale moderno. Lo stato, col sistema maggioritario, sia che governi la destra populista e sovranista o la sinistra populista  è diventato portatore di una politica di concertazione che privilegia le corporazioni e le politiche di assistenzialismo esasperato che sembrano ispirarsi ad un paese a decrescita che ad un paese che voglia rimanere fra le grandi società industriali del mondo. L’assistenzialismo è diventato il tratto prevalente dell’intervento dei governi nell’economia e quelli che erano strumenti, come la cassa integrazione, provvisori di intervento a difesa dell’occupazione in aziende che si riconvertivano, sono diventati strumenti stabili di intervento per conservare occupazione in aziende decotte in cui vengono immessi capitali pubblici senza prospettive di risanamento e di rilancio. La politica del sussidio, a favore di categorie, del ristoro a favore di piccoli e medi imprenditori costretti a chiudere per la pandemia distruggono quella ricchezza di ceto medio che ha sempre costituito l’ossatura produttiva dei paesi democratici industriali. Non è a caso che quello che è in atto nel paese è un vero disegno per radicare l’intervento dello stato in economia, per rendere schiavi di sussidi e assistenza le espressioni più vive della società e che il governo Conte 2 sia privo di qualsiasi disegno di intervento nell’economia che non sia quello di un allargamento del debito che si scarica sulle future generazioni. Neo liberismo e cattocomunismo ancora una volta sono incapaci di sfruttare al meglio l’opportunità che la UE offre con il Recovery Plan di passare ad una vera rivoluzione della spesa pubblica capace di invertire la corsa verso il baratro del capitalismo di stato modello cinese o verso una globalizzazione iperliberista senza regole dominata dalle multinazionali della finanza e del mercato. La politica di programmazione di Ugo La Malfa fatta di investimenti pubblici nei settori strategici del paese, la politica di responsabilizzazione di tutti i soggetti economici, la politica fiscale tesa a far emergere l’evasione e a non colpire duramente i ceti medi e i soggetti facilmente individuabili come i lavoratori dipendenti e pensionati, deve essere la politica obbligata per rispondere alle condizioni del Recovery Plan e ai controlli europei che quei finanziamenti richiedono o non ci sarà consentito di aumentare a debito, per sussidi vari in spesa corrente, con le garanzie della BCE o dell’UE. Il valore sociale dell’impresa inteso come comunità di persone che lavorano insieme per creare un  valore di produzione, non è l’incontro di opportunità, di vantaggi che la contrattazione aziendale consente ma è molto di più. E’ la consapevolezza che sistemi organizzativi e di crescita culturale all’interna dell’azienda sono un patrimonio collettivo permanente da difendere e che consente a tutti i membri dell’azienda di crescere. Ma c’è di più, il patrimonio di conoscenza di ogni azienda necessita di aiuti, di stimoli, di conoscenza esterna, dell’ambiente in cui opera e a cui partecipa per raggiungere quegli interessi e quegli obiettivi di interesse generale e di sistema paese necessari per competere nel mondo globalizzato. Non è un caso che sia i sindacati sia la Confindustria vogliono abbandonare la ragnatela della concertazione in cui corporativismo, assistenzialismo, statalismo sottraggono le risorse di sviluppo e di riequilibrio sociale e territoriale necessarie. Siamo ancora in tempo se prevarrà la consapevolezza che solo l’intervento di investimenti “buoni” nel sistema economico e sociale del paese possono aiutare il paese a riprendersi e a risanare la voragine del debito pubblico. La solidarietà “della mancetta natalizia” non lascia ben sperare. Tuttavia compito dei repubblicani non può che essere quello di aggregare le forze attive della produzione e del lavoro, dei servizi e del merito per fare trionfare quei valori di sviluppo, di sicurezza e giustizia sociale, di partecipazione ed equità che sono i valori della costituzione e di una vera democrazia avanzata dell’occidente. Non importa se saremo poco ascoltati, ma noi non possiamo non giocare il ruolo di tutela della costituzione e di coscienza critica dell’interesse generale del paese. Naturalmente vorremmo smetterla, perché diventiamo forza di governo che applica quella politica, ma finché rimarremo minoranza dobbiamo alzare il tono dei nostri richiami e del nostro impegno quotidiano.