Come per la scuola, anche per l’università italiana, tra didattica a distanza, non sempre efficace e produttiva, esami rinviati, attività di laboratorio e di tirocinio ridotte, si sono messi in crisi quasi due anni accademici, un danno gravissimo , a cui si aggiungono il calo delle iscrizioni, l’elevato numero di abbandoni, la percentuale di laureati (il 27% della fascia 25-34 anni) più bassa d’Europa e il corrispondente penultimo posto in ambito OCSE (seguiti solo dal Messico).

Ancor oggi, a differenza degli altri paesi europei, gli investimenti pubblici per i nostri atenei risultano irrisori (solo lo o,3 del PIL), il ricambio generazionale dei docenti resta ancora complesso, poco lo spazio riservato ai ricercatori, insufficienti le borse di studio ed alte le tasse d’iscrizione, tutte condizioni che non agevolano certamente i nostri giovani e che sono causa di disuguaglianze sociali. Si finanziano soprattutto le università di prestigio, con alti numeri di iscrizioni, centri di ricerca, mentre si lasciano ai “margini del sistema” le università “periferiche”, che proprio nelle realtà socio-economiche più arretrate potrebbero, con gli opportuni sostegni finanziari e con docenti di qualità, rappresentare un ottimo strumento di modernizzazione e di progresso.

In  vista del post-pandemia, occorre, sin d’ora, pensare, al rilancio ed alla riqualificazione del nostro sistema universitario, prevedendo di investire una parte cospicua del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza)in nuovi atenei policentrici, in nuovi concorsi, nello sviluppo della ricerca e dell’innovazione, che già molti dei nostri istituti sono in grado di garantire, nel sostegno ai  giovani ricercatori, veri e propri talenti che il mondo ci invidia; è opportuno attivare il proficuo raccordo col mondo delle imprese, della cultura, delle professioni, ma anche le tanto attese azioni di inclusività, magari con un adeguato riorientamento universitario, con l’abolizione dei “numeri chiusi” e con aiuti cospicui alle fasce deboli e “meritevoli” (prestiti sull’onore, esenzione dal pagamento delle tasse…), che possano consentire l’accesso agli studi universitari di una larga fetta di giovani e conseguentemente incrementare il numero di laureati, per arrivare a quella fatidica soglia del 50%, che l’UE auspica.

Si tratta, pertanto, di effettuare scelte politiche coraggiose e decisive,da pianificare in modo “interdisciplinare e sistemico” sul trinomio “studio-ricerca-innovazione”, per rilanciare il Paese e, nel contempo, per salvaguardare un “capitale umano”  su cui vale sempre la pena investire.