Il covid ha cambiato le nostre vite, abbiamo vissuto un lungo periodo di transizione prima dell’arrivo del virus, stiamo vivendo un presente “sospeso”, ci sarà un dopo covid tutto da scrivere. La fine della transizione che ha chiuso il primo ventennio del XXI secolo è coinciso con un’emergenza sanitaria “epocale” che ha imposto un radicale cambiamento al nostro sistema sociale ed economico e che ha peggiorato la nostra qualità di  vita sotto tutti gli aspetti.

L’imprevisto evento nel quale ci siamo venuti a trovare ci ha colti impreparati, soprattutto coloro che vivevano e vivono nella convinzione di un “progresso illimitato” del genere umano, in tutte le sue manifestazioni materiali. Altro tema è il concetto di un “progresso immateriale”, più difficile da misurare nel mondo della tecnica, ma da perseguire per il miglioramento della persona e della società.

Tuttavia, questa nuova, quanto imprevista situazione ci costringe a porci delle domande su ciò che sta accadendo alla nostra democrazia e alla nostra filosofia di vita. Dopo oltre un anno e dopo il lungo lockdown, oggi conviviamo con i “semafori a colori” che scandiscono ad intermittenza quello che possiamo fare o non fare. La nostra “vita a colori” proprio per la sua peculiarità, necessità di una appropriata analisi che cercherò di affrontare con strumenti “filosofico – politici”.

Da oltre un anno assistiamo alla “sospensione” di molte garanzie costituzionali. Ciò, e non soltanto nel nostro Paese, è avvenuto grazie ad una narrazione, creata dai mezzi di comunicazione di massa sempre più etero diretti, mirata a diffondere il terrore della malattia, anziché informare su come affrontarla e soprattutto prevenirla. La paura ha avuto il sopravvento sulla ragione.

Abbiamo assistito (è ancora in corso, sia pure con sfumature diverse) una comunicazione emozionale che ha, in un lasso di tempo brevissimo trasformato il cittadino, attivo politicamente e cosciente dei propri diritti in un “paziente” che non è più in grado di interloquire, ma solo lasciarsi guidare dallo Stato paternalista, incarnatosi nella figura del Presidente Conte ed oggi nel ministro della salute Speranza. Da qualche mese, invero, assistiamo ad un approccio diverso da parte del governo Draghi,il tempo ci dirà se questa “discontinuità” avrà ripristinato un più equilibrato rapporto tra Stato e cittadino.

Ad oggi, la perdurante situazione emergenziale di “sospensione” dei diritti costituzionalmente garantiti, ci deve interrogare sulla nostra tradizione democratico – liberale, che pare svanita di fronte a questo stato d’eccezione, in un batter di ciglia, facendoci pensare se questa nostra tradizione sia stata nella nostra storia soltanto maquillage della tendenza, innata in noi italiani, allo statalismo o, al contrario qualcosa di sostanziale.

La concezione di Stato nell’ultimo anno è apparsa come un’istituzione salvifica alla quale vendere l’anima in cambio della salvezza del corpo.

Non c’è da stupirsi: viviamo una stagione in cui gli uomini concedono la loro mente esclusivamente al tangibile, alla materia, alla quantità, al corpo. Oramai, e da molto tempo, per molti credenti il sacramento della confessione è stato sostituito dalla visita al proprio medico, che è diventato l’unica vera salvezza.

La paura del covid19 ha riesumato un inedito statalismo, divenuto l’unico punto di riferimento, non soltanto del ceto politico, ma anche del corpo sociale. Si è instaurato progressivamente una sorta di “dispotismo statalista” condiviso, dove l’assolutizzazione della salute è divenuto l’unico valore e la scienza insieme alla tecnica l’unica fede.

Siamo di fronte alla riapparizione di un nuovo dogmatismo che si manifesta sotto forma di intransigenza medico-scientifica. Il virologo ha assunto un ruolo sacerdotale, cosi come il conduttore televisivo si è elevato a divulgatore del pensiero unico e fustigatore di chi la pensa in modo diverso. D’altronde non è casuale che, in tale contesto, si sia scelto una frase designante acquiescenza, accettazione, quiete, una reclusione coatta, “andrà tutto bene” che risale a Giuliana di Norwich, mistica inglese del ‘300.

Questa situazione di crisi sanitaria e economica, imprevista la prima, già in essere la seconda da almeno un decennio, ha messo in luce la debolezza dello Stato, soverchiato dagli organismi sovranazionali, la debolezza degli esecutivi, il cui autoritarismo si è sempre più accentuato all’aggravarsi dell’emergenza sanitaria, che ha inoltre evidenziato la latitanza dei corpi intermedi e della stessa Chiesa che si è autosospesa nella sua libertà religiosa.

La situazione attuale è dominata dal conformismo assoluto, dal totalitarismo del pensiero unico, dall’intellettualmente corretto. Tale conformismo, mutuando un pensiero di Gunther Anders, allievo di Heidegger e Husserl, si basa sulla semplice assimilazione dei contenuti proposti dal potere, ma li interiorizza profondamente.

L’anima del “congruista” patisce l’eccedenza di informazione acritica, che gli impedisce di compiere scelte autonome. Inoltre lo “Stato terapeutico” mira non soltanto a redarguire e a reprimere chi non si adegua agli obblighi imposti, ma agisce in modalità soft, per determinare il benessere dei nuovi “sudditi” e, in questo ambito, non ammette concorrenza.

Questo nuovo “statalismo” si insinua pervicacemente nella “politica”. Cosa accadrà dopo la fine della Pandemia? Come tornare ad uno Stato o meglio alle origini della Democrazia liberale che si è sganciata dalla sua idea originale, e che a sua volta ha assunto un tratto epidemico, in senso etimologico greco, in quanto ha teso a sovrapporsi, con i suoi apparati, al popolo, anziché porsi al suo servizio.

Il dispotismo sanitario ha mostrato tale tendenza; stiamo assistendo ad una trasmutazione del concetto di democrazia liberale, già avvenuta con la finanziarizzazione dell’economia e adesso con la dispotica governance dell’emergenza sanitaria. Non si tratta di difendere la democrazia liberale dal dispotismo sanitario, ma di pensare ad una democrazia più organica dove il progresso “illimitato” è quello della libertà di pensiero e di coscienza che si deve perseguire per il bene della nostra democrazia,  della Patria e dell’Umanità.