Randolfo Pacciardi si ammalò la prima settimana di aprile del 1991, tanto da non poter partecipare alla direzione nazionale nella quale si dimise, a seguito della formazione del settimo governo Andreotti, l’allora segretario del partito repubblicano Giorgio La Malfa. Le comunicazioni sulla compagine ministeriale date dal presidente del consiglio incaricato, mortificavano il partito repubblicano con il dimezzamento del ministero Maccanico e il rigetto della candidatura del professor Galasso alle Telecomunicazioni. La Malfa si dimise immediatamente.

Pacciardi venne ancora invitato alla direzione del partito convocata successivamente, il 12 aprile, sulla decisione del voto di fiducia del partito al nuovo governo. Fu una direzione drammatica. La Malfa si presentava dimissionario e l’onorevole Battaglia dichiarava ai telegiornali che lui avrebbe giurato come ministro del governo. Spadolini, allora presidente del Senato, guardava l’ipotesi di un passaggio del Pri all’opposizione con una qualche apprensione e lo stesso senatore Visentini, presidente del partito, era piuttosto prudente, per non dire refrattario ad un Pri fuori dal governo. Non c’era più l’Urss, ma c’era ancora il Pci.  La segreteria dimissionaria aveva invece il sostegno dei dirigenti romagnoli che si erano già pronunciati contro la partecipazione al sesto governo Andreotti e alcuni, Amerigo Battistuli, Denis Ugolini, che comunque non erano parlamentari, si erano espressi contrariamente persino alla partecipazione al governo De Mita. Il complesso dei parlamentari della Direzione aveva invece le opinioni più articolate. La senatrice Agnelli era decisamente contraria all’uscita del Pri dal governo, il senatore Ferrara, entusiasta alla sola ipotesi. Prima che iniziasse la direzione, le agenzie di stampa, i giornalisti presidiavano la vecchia sede del Pri di piazza Caprettari a due ore dall’apertura dei lavori, batterono una breve dichiarazione di Pacciardi raggiunto per un commento. “Se lo faccia da solo il governo Andreotti”.

Il lancio venne stralciato e portato in direzione. Il Pri votò l’uscita dal governo. L’onorevole Battaglia non rinnovò il suo mandato ministeriale. Fu l’estrema vittoria politica di Randolfo Pacciardi che morì il giorno dopo, il 14 aprile. Pacciardi costretto ad uscire dal Partito repubblicano all’inizio della stagione del centrosinistra fu in qualche modo rinfrancato dalla rottura che si era prodotta in quei giorni nel pentapartito.

Lui non aveva mai polemizzato direttamente con Andreotti, ma aveva invece attaccato, quasi trent’anni prima con durezza l’onorevole Moro dicendogli che avrebbe pagato a caro prezzo l’accordo politico con i socialisti. “Il diavolo e l’acqua santa”, lo scherniva parlando in piedi dal suo banco a Montecitorio. Quando rientrò alla fine del suo lungo esilio nel partito, Pacciardi aveva oramai superato la diffidenza storica politica nei confronti del Psi, preferiva di gran lunga Craxi al premio Stalin Nenni.  In compenso ne aveva maturata una per la Dc altrettanto forte.

Pacciardi, il vincitore di Mussolini nella battaglia per Madrid, non aveva la presunzione di influenzare o di determinarne la politica del Pri. Classe 1899, desiderava semplicemente concludere la sua esistenza nell’unica casa politica che aveva mai sentito di avere e di dover onorare. Amava ancora molto discutere, non ha mai rinunciato a prendere la parola in un consiglio nazionale, ma la sua presenza era più una testimonianza ed un simbolo.  Eppure,  novantenne, egli aveva ancora l’intuito per cogliere l’occasione politica.  Un partito repubblicano che rompeva finalmente con la Dc e il Psi era una idea cara della sua giovinezza che  finalmente si avverava, anche se davvero, troppo tardi.