Si scrive Toshiba: si legge Kioxia. E’ il classico caso in cui l’intervento degli investitori istituzionali, una volta individuato un mispricing di mercato, lo va a colmare facendo emergere il valore di una società fino a quel momento inespresso. Qual è il tema? Il fondo britannico CVC ad inizio aprile ha messo sul piatto 20 miliardi dollari per l’acquisto di Toshiba, un conglomerato industriale che è anche un simbolo industriale giapponese Can CVC pull off a $20bn ‘deal of the century’ at Toshiba? | Financial Times E fin qui l’operazione. La lettura? Il grande marchio che spazia nei settori più disparati – dai treni ai condizionatori d’aria – ha al suo interno una pietra preziosa: si tratta di Kioxia, una divisione che costruisce chip (altamente richiesti dal sistema mondiale) e che da sola potrebbe valere quasi 40 miliardi dollari, cioè il doppio di quanto sarebbe disposto a spendere CVC per l’acquisto dell’intera Toshiba (!). Alla notizia, le azioni di una delle più antiche aziende nipponiche si sono impennate al Kabutocho, allineandosi al prezzo dell’offerta. Ante scalata, Toshiba capitalizzava 16 miliardi dollari, soffrendo di una cronica sottovalutazione causata dai problemi patiti negli ultimi anni. Fondata nel 1845, e con un fatturato di 5.800 miliardi yen (circa 53 miliardi dollari), la società ha sofferto la crisi innescata dal disastro di Fukushima, che ha determinato la chiusura della divisione nucleare nel 2017. Quella che si candida a diventare la più grande scalata mai effettuata da un fondo di private equity, rischia di diventare un caso scuola per la finanza nipponica e globale. In primo luogo lo scandalo della finanza predatrice che si compra un’azienda a debito (leverage buyout), con il classico spezzatino societario che segue e la vendita dei pezzi pregiati, ricavandone molto di più del debito contratto (che quindi viene estinto, generando liquidità/redditività aggiuntive). In altri termini un’acquisizione che si ripaga da sola. Tutto ciò con l’aggravante del rischio che il sistema giapponese, notoriamente restio a takeover stranieri, possa opporsi all’occupazione di uno dei suoi tasselli industriali più rilevanti. Vediamo perché si tratta di due timori infondati. Il primo: la finanza predatrice. Sono lontani i tempi della proliferazione dei leverage buyout senza liquidità (sistema ampiamente utilizzato nel pieno della “bolla internet” di fine secolo scorso). Oggi al contrario l’operazione Toshiba, pur rilevante, rappresenta solo la punta dell’iceberg. A livello sistemico, complici le politiche monetarie iper-espansive operate da oltre un decennio dalle banche centrali, vi è una disponibilità di liquidità senza precedenti. Secondo le stime di Bain&Co si parla di circa 2.900 miliardi dollari (quasi una volta e mezza il PIL italiano!) disponibili per effettuare operazioni di acquisizioni Private equity, la potenza di fuoco sale a 2.400 miliardi | Calcio e Finanza Una piccola indagine sull’attività di fundraising dei grandi fondi aiuta a comprendere l’entità del fenomeno. Circa 200 miliardi dollari sono stati raccolti solo negli ultimi mesi: CVC 25 miliardi, Permira 11 miliardi, Apax 11 miliardi, Blackstone 26 miliardi, Ardian 7 miliardi, Advent 17.5 miliardi solo per citare i più rilevanti. L’attività è a pieno regime: si pensi che il fondo americano Carlyle punta a raccogliere, per i suoi vari veicoli, circa 130 miliardi dollari entro il 2024. La stagione dello shopping aziendale potrebbe pertanto essere solo all’inizio: lo dimostra il fatto che, sempre in Giappone, il fondo a stelle e strisce Bain Capital si appresta ad acquistare la divisione metalli di Hitachi per 8 miliardi dollari. E passiamo così al secondo timore. Che il Giappone, accerchiato, provveda ad alzare i suoi ponti levatoi per salvaguardare i colossi industriali di casa. Vediamo perché le cose potrebbero in andare diversamente. La prima sponda a CVC sarebbe rappresentata dal numero uno di Toshiba, Nobuaki Kurumatani, che di fronte al terremoto mediatico seguito alla news, si è limitato a dichiarare che “l’offerta non è concordata”. Kurumatani, con un passato professionale in CVC (il che ha destato i sospetti dei malpensanti), potrebbe vedere l’offerta del fondo di private equity britannico come l’opportunità per distogliere l’attenzione dai problemi dell’azienda. Nel 2015 era emerso che i bilanci sociali erano stati falsificati dal 2008; il dissesto della divisione nucleare americana Westinghouse, nel 2017, aveva inoltre creato un buco di 6 miliardi dollari. Per rimettere in sesto il gruppo, il CEO aveva chiamato il fondo di Singapore Effissimo, attingendo dallo stesso 5 miliardi dollari. Ma i nuovi soci, forti della loro posizione hanno iniziato a mettere sotto pressione Kurumatani, contestandone le pratiche gestionali al punto da chiedere un’indagine aziendale. L’operazione CVC potrebbe in un sol colpo mettere tutti questi problemi nel cassetto. C’è di più, e di molto concreto. E’ emerso che la Japan Investment Corporation (una sorta di CDP del Sol Levante) e la banca pubblica DBJ appoggiano la scalata. Se fosse confermato, sarebbe un’indicazione densa di significato. Non solo perché si tratta di due colossi finanziari pubblici nipponici, ma perché rappresenterebbe il via libera del capitalismo giapponese all’operazione. Tokyo e Londra nell’ottobre scorso hanno siglato il primo accordo commerciale post Brexit Britain and Japan sign post-Brexit trade deal – BBC News e, mentre l’economia della Corona sta ripartendo con forza grazie alle riaperture conseguenti ad una rapida campagna vaccinale, tale operazione finanziaria potrebbe avvicinare ulteriormente i due Paesi. L’acquisizione di Toshiba, che tra le altre cose produce le batterie agli ioni utilizzate nei sottomarini militari, potrebbe quindi non presentare eccesivi problemi nell’ottenere il via libera delle autorità nazionali, necessaria in base alla legge che regola gli investimenti esteri in società attive in business sensibili per la sicurezza nazionale (il golden power nipponico). Non sarà un processo rapido né privo di ostacoli, anche perché Tokyo si assicurerà che Toshiba sia in grado di continuare ad onorare tutti i suoi contratti pubblici. Ma il feeling è che qualcosa si stia muovendo nella “foresta pietrificata” del sistema di governance nipponico. “La sensazione è che gran parte della base industriale giapponese sia gestita in modo inefficiente, con conseguente sottovalutazione dei conglomerati – ha affermato Damian Thong di Macquarie Group, precisando che “se l’operazione andasse in porto, ci potrebbe essere un effetto trascinamento”. Tradotto: altre operazioni all’orizzonte del Sol Levante. Il sistema finanziario, spesso ritenuto esclusivamente in grado di evidenziare il suo volto rapace, mette così in mostra il meglio di sé: emersione del valore societario inespresso, richiesta di efficientamento gestionale, risveglio di un sistema dormiente, abbattimento dei muri di un sistema di governance autoreferenziale e asfittico. In una parola: il mercato!