Le difficoltà nel gestire  la crisi pandemica sono dovute anche da un protagonismo inutile e spesso dannoso con cui le regioni si rapportano al governo nazionale. Intanto occorre dire che i Presidenti delle giunte regionali, che ormai vengono chiamati governatori, e la conferenza stato regioni,  costituiscono un vero strabismo costituzionale. Il governatore, carica non prevista nella costituzione della Repubblica parlamentare italiana, esiste in sistemi  Federali  e sono veri capi di stato come in USA  che aderiscono ad un sistema federale con compiti  ed autonomie definite. I presidenti delle giunte regionali italiane in alcune materie  hanno potere legislativo autonomo garantito dalla costituzione ma in altre come  in materia di profilassi pandemica  devono eseguire ciò che prevede in forma esclusiva allo stato centrale,  art. 117 della costituzione. Così come la conferenza delle regioni da organo di scambio di esperienze e di coordinamento è diventata una vera e propria terza  camera dopo Camera e Senato . il che è assurdo perché è di fatto diventato uno strumento corporativo di conflitto con il governo centrale e con il Parlamento. Non è tollerabile che un presidente come De Luca affermi che la Campania, finito la vaccinazione  degli ultra ottantenni  si dedicherà alla vaccinazione delle categorie economiche, o che Emiliano decida di chiudere le scuole in modo difforme dagli orientamenti nazionali. Che alcuni propongano isole free Covid creando aspettative e tensioni nel paese. Quando Letta pretende di intestarsi  i meriti e il sostegno al governo Draghi, invece di rincorrere le dichiarazioni di Salvini sarebbe meglio che tenesse a freno gli atteggiamenti guasconi dei sui Presidenti di regione.  Il problema vero comunque è che dopo 50 anni dal sorgere delle regioni occorre ripensare il loro ruolo e forse anche la loro utilità.

Le Regioni dopo 50 anni dalla loro nascita, non essendo diventate enti di programmazione intermedia tra comuni e stato, non avendo abolito le province, non avendo ceduto deleghe ai comuni sono diventate enti inutili che non svolgono alcun ruolo se non quello di essere un serbatoio di voti clientelari che pesano sul sistema paese. Per chi si volesse informare oggi le regioni per oltre il 65% del loro bilancio ricevono dallo stato  le risorse per la sanità e le trasferiscono alle asl della regione di appartenenza. Una partita di giro assurda che genera costi doppi e inutili. per un altro 16/17 % è spesa assistenziale socio sanitaria, per un altro 12% sono spese per il funzionamento degli organi istituzionali e del personale, quello che resta viene distribuito a pioggia, in modo clientelare un po’ in tutte le province senza nessun progetto di riequilibrio territoriale ma salvaguardando i feudi elettorali di chi governa. Con la proposta di regionalismo differenziato, poi, si crea un sistema assurdo fatto di regioni a statuto ordinario, a statuto speciale e se venisse accolta  la proposta avanzata da alcune regioni, cui ne seguirebbero altre, le regioni differenziate che creerebbero ulteriori squilibri e disarticolazioni dello stato fino a minacciarne l’unità.

C’è da chiedersi se non convenga abolirle e passare ad un sistema articolato di poche macroregioni con compiti esclusivi di programmazione, città metropolitane territoriali, e comuni con 25 000 abitanti in modo da  articolare seriamente, uno stato moderno.

La globalizzazione e la crescente influenza che le politiche europee hanno sulle comunità locali richiedono uno sforzo culturale e politico per capire che le esigenze autonomistiche non possono prescindere dalla necessità di integrare il principio autonomistico con le linee dello sviluppo globale. Una società che non integrasse il principio autonomistico con le linee di sviluppo globale aggraverebbe tutti i suoi squilibri sociali, territoriali, frenandosi in una miriade di contenziosi burocratici. Oggi più che mai è attuale la lezione di Ugo La Malfa che voleva inserire la politica di programmazione del paese nella Costituzione, superando la concezione di autonomia intesa come esclusivo diritto delle comunità locali o del libero mercato di decidere spontaneamente le linee dello sviluppo locale e globale. In quella visione c’era la consapevolezza che l’unità della nazione era garantita dalle linee di politica di programmazione cui dovevano concorrere tutti i livelli istituzionali e le organizzazioni sociali. Quindi non un federalismo concorrente o regionalismo differenziato: quello che occorre al paese è uno snellimento dei livelli decisionali in un processo di decentramento, il tutto tenuto insieme da un modello costituzionale veramente repubblicano che persegua le ragioni di un contratto sociale riconosciuto dai cittadini e da tutte le istituzioni. Le Regioni nella nostra visione devono essere enti di programmazione tra i comuni e lo Stato. Occorre avere il coraggio, se si vuole incidere strutturalmente sulla funzionalità del sistema paese, quando si propone una riforma di tagliare qualcosa innovando. Non ha senso avere quartieri, Circoscrizioni, Comuni, Provincie, Comunità Montane, Associazioni di Comuni, Agenzie di ambito, Regioni, Asl, Distretti, ecc. con lungaggini burocratiche e conflitti di competenza che finiscono solo per scaricarsi, sul sistema produttivo e sui cittadini, negativamente. In questo modo si mortifica la partecipazione dei cittadini perché rischia di essere vanificata. La politica, libera dal sistema delle clientele e nell’interesse del Paese, deve avere il coraggio di fare un’analisi costi delle strutture pubbliche e chiederne l’abolizione in base ai benefici che produce. Le strutture pubbliche non devono vivere di per sé: non sono strutture che devono autoalimentarsi, sono strutture sorte per servire un interesse generale il cui costo deve essere accertabile ed accertato. Perché non arrivare ad un libro bianco della spesa pubblica che renda trasparenti i costi e i benefici delle strutture e dei servizi pubblici? Come si può pensare ad una politica di rilancio degli investimenti e dello sviluppo se non si mettono mai in discussione i santuari dell’ assistenzialismo? Ed è pensabile che si possa affrontare questi problemi semplicemente con visioni che tendono a mettere in concorrenza le Regioni con lo Stato o i Comuni con le Regioni, vendendo tutto questo come federalismo che invece è la forma più grande di unione finalizzata ad un progetto comune? I Comuni del Medioevo nacquero conquistando autonomia e libertà rispetto al centralismo dell’ impero, ma decaddero rapidamente perché non trovarono un momento di unità al di sopra dei localismi. Le Regioni, quando anziché momenti di programmazione, sono divenuti momenti concorrenti con lo Stato e Comuni, non decentrando deleghe, hanno via via assunto le caratteristiche e i limiti dello Stato burocratico ed accentratore e hanno finito per non giocare nessun ruolo riequilibratore. Del resto, il passaggio dalla politica di programmazione alla politica di concertazione è stato lo strumento funzionale al mantenimento di un sistema di potere clientelare incapace di aggredire gli squilibri territoriali e sociali e di liberare risorse verso l’ammodernamento delle infrastrutture, il funzionamento dei servizi, la qualità dello sviluppo. La politica di concertazione che era uno degli aspetti della politica di programmazione è diventata l’esatto opposto della politica di programmazione perché le istituzioni anziché perseguire finalità di interesse generale mediano interessi particolari. La logica corporativa ed assistenziale della pubblica amministrazione da un lato consolida le corporazioni forti a scapito delle più deboli e dall’altro tesse una ragnatela di assistenzialismo che impedisce la creazione di una politica di progetti di qualità e di sviluppo. Manca la cultura di governo sistemica e la cultura di governo di destinazione di quote crescenti di risorse a sostegno dello sviluppo, quella cultura che può far recuperare reddito pro-capite e qualità dello sviluppo. Questa cultura, questo modello sistemico dobbiamo contrapporlo all’attuale sistema di frammentazione campanilistica e produttiva, di scoordinamento infrastrutturale e dei servizi, di scarsa capacità innovativa e di resistenza al nuovo e alle tecnologie, sistema che finisce per far inseguire le nicchie e le marginalità del mercato, piuttosto che dinamiche di specializzazione che il mercato impone sempre di più. E questo, forse, è l’aspetto più negativo che una classe dirigente possa subire passivamente, senza apportare le necessarie correzioni. Cioè quello di orientare gli sforzi di governo verso la creazione ed il sostegno di piccolissime entità dotate di illusorie autosufficienze campanilistiche. Le prospettive di sviluppo della realtà regionale non possono invece che essere ricercate nell’ottica di un’economia aperta e quindi nella qualità e quantità di risorse di cui si può disporre in una competizione più vasta, altrimenti, si rischia o la marginalizzazione o la morte per asfissia. Occorre allora un ulteriore sforzo di selezione delle risorse disponibili, qualificando i settori ed i servizi nei quali si è investito fortemente, nel rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini, governando lo sviluppo secondo i criteri della vulnerabilità del territorio e avendo anche il coraggio di tagliare gli sprechi e i privilegi di cui hanno usufruito alcuni a discapito dell’interesse generale. Occorre migliorare alcune politiche di intervento a sostegno di una qualificazione dell’economia, come la formazione professionale che dovrà premiare progetti innovativi, in simbiosi con l’Università e il mondo produttivo, e non ricadere, invece, a pioggia su tutti gli enti di formazione. Così come occorrerà qualificare la sanità razionalizzando la spesa, programmando su area vasta e superando i campanilismi .La tendenza a gestire pubblicamente, molte volte in condizioni di monopolio, la maggior parte dei servizi, corrisponde più ad un residuo ideologico che ad un effettiva esigenza della collettività. La politica di programmazione non può essere la ricerca postuma di un consenso sui programmi elaborati dalle pubbliche amministrazioni; né tanto meno la sommatoria di istanze campanilistiche, ma deve essere la sintesi di un confronto serrato che le istituzioni svolgono con le organizzazioni imprenditoriali, dei lavoratori e della società civile nell’impostazione di progetti di sistema che rispondano all’interesse della collettività. Associazionismo e politica di sussidiarietà In questa ottica, secondo il principio di sussidiarietà, servizi di interesse pubblico possono essere gestiti da privati, che accettino il rispetto di standard qualitativi e il controllo sull’efficienza e sull’efficacia dei servizi da parte dell’ente pubblico o di associazioni di utenza da esso delegate, superando quel regime monopolista che è la vera causa di sacche di spreco e di inefficienza. La funzione propulsiva che strumenti a capitale pubblico possono esercitare su momenti innovativi della struttura produttiva o dei servizi, deve nel tempo lasciare spazio all’iniziativa privata e creare momenti di concorrenzialità, a garanzia degli utenti e delle imprese. In generale, comunque, la pubblica amministrazione deve operare su dei livelli territoriali più ampi dei singoli comuni, per ricercare integrazioni territoriali e strategiche adeguate ai nuovi problemi che la modernizzazione impone e trovare nella città metropolitana il possibile sviluppo istituzionale di questa progettualità. Nell’epoca della globalizzazione costruire uno stato moderno è la vera rivoluzione per determinare crescita e sviluppo