Da qualche mese “il Foglio” ha rispolverato gli articoli di un intellettuale della vecchia gauche francese, Jacques Julliard. Oramai prossimo ai novant’anni, Julliard apparteneva al gruppo dei giornalisti del “Nouvel Observateur” influenzato da François Furet,  il revisionismo di sinistra in Francia. Furet rilesse la Rivoluzione con gli occhi di due autentici, sebbene molto diversi, reazionari, Cochin e Tocqueville e divenne consigliere culturale del presidente Giscard d’Estaing. Julliard di sei anni più giovane, cattolico, Furet era marxista, scrisse il suo libro più famoso nel 1985, “La faute à Rousseau”, che riprendeva le riflessioni lasciate incompiute da Furet nel 1978. L’opera non è stata tradotta in Italia ed è un peccato perchè discute  dei limiti della democrazia liberale, tanto da ricordare il giacobino “dispotismo della libertà”. Servirebbe poi uno studio a parte, per capire se Julliard polemizzi con l’idea di Furet secondo cui  la Rivoluzione doveva seguire la falsariga lafayettiana, e sfociare in  una monarchia costituzionale, piuttosto che dare vita ad una repubblica. Al quotidiano “il foglio”, sono comunque convinti che Julliard sia dei loro, un “fogliante”, come ama dire Giuliano Ferrara.

Julliard in effetti sostiene che in ogni caso la sinistra e la destra sono praticamente la stessa cosa ed ha argomenti molto efficaci a favore di tale tesi e molti altri se ne potrebbero aggiungere. Questo non fosse che la sua premessa teoretica è vittima di un terribile equivoco. Egli è convinto, lo asserisce in uno dei suoi ultimi articoli tradotti e pubblicati da “il foglio” che la sinistra sia erede dei principi del 1789 e che ciononostante, come la destra, li abbia dimenticati e calpestati. Peccato che i principi dell’89 erano principi borghesi stabiliti da borghesi che estendevano il diritto di voto sulla base della rendita. Ancora nel 1790 la corporazione dei servitori si incontrò con il presidente della Costituente Sieyés, chiedendogli di potere essere utile alla causa. I “servitori” all’epoca erano ottocentomila in Francia,  palafrinieri, cocchieri, cuochi, istitutori, esclusi da ogni diritto. Sieyés non ne volle sapere.

Furet,  ricordava meglio di Julliard il giudizio di Marx sulla Rivoluzione dato nella “Sacra Famiglia”. Marx ritiene l’intera epopea rivoluzionaria interna alla borghesia, il nemico, non l’alleato del nascente proletariato.
L’equivoco è clamoroso, tanto che vi caddero anche dei marxisti superficiali, quali erano Lenin e Trotsky, nel 1905 intenti a disputarsi l’eredità dei giacobini e dei girondini senza comprendere che fossero gli stessi. I girondini sono giacobini, anzi sono i giacobini che restano tali dopo la scissione avvenuta nel club causa la fuga del re. I girondini vennero espulsi dal club giacobino solo con il colpo di stato del giugno ’93 che vide saldare l’ala costituzionale residua del club di rue Sain Honoré, quella robespierrista, al club dei cordiglieri che comprendeva Marat, Danton, Hebert. Parlamentarmente, si tratta della “Montagna” che si unì con la Comune insurrezionale, salvo poi precipitare comunque in una lotta a coltello. Tutti costoro non avevano nulla a che fare con “la sinistra in quanto tale” che infatti era minoritaria e rappresentata all’interno del solo club dei Gravilliers da Jacqus Roux. Roux, un prete, sosteneva l’abolizione della proprietà privata e finì subito alla ghigliottina.

La proprietà privata era difesa da giacobini e cordiglieri, per questo Marx si sentiva lontano dalla Rivoluzione e Lenin e Trotski non sapevano su cosa si accapigliavano. I diritti dell’89 si fondano su di essa, non sulla laicità. I preti che non si sottomettono alla costituzione saranno sgozzati. Semplice.
La lotta fra la Comune e la Convenzione, che si rifranse nel comitato di salute pubblica fino al dramma di Termidoro, venne tradotta in una banalizzazione storico ideologica per la quale Robespierre divenne la sinistra.

Robespierre, costituzionale convinto e preoccupato di mantenere intatto il sentimento religioso contro la scristianizzazione, come di dover arginare il terrorismo dei commissari in missione era, semmai, “la destra”! E oggi ci sono persino storici che lo accusano di controrivoluzione, tanta è la confusione. Per la verità il giacobinismo robespierrista era contro la sinistra e la destra, manteneva infatti la carta dei diritti dell’89 di cui Robespierre era stato sottoscrittore quale membro della Costituente. E’ vero che voleva rendere il suffragio elettorale universale, ma  non l’ha mai fatto. La sinistra nacque contro i principi dell’89, sostenendo l’esigenza del primato di una classe sullo Stato, come avrebbe voluto il prete Roux, mai  Robespierre o un Marat. Controrivoluzionaria, è la sinistra, come la destra  dal primo momento.
Julliard, con tutto il rispetto, tutto questo, ancora non sembrerebbe averlo capito e forse nemmeno lo hanno capito a “il Foglio”.