Bruxelles si oppone all’adesione UK alla Convenzione di Lugano. Ma l’UE non è invisibile: Una persona su cinque tra chi ha votato “remain” nel referendum del 2016 voterebbe ora “leave” a causa delle azioni della Commissione

A Rue de la Loi, una ne fanno e cento ne pensano. Da ultimo, l’Unione europea sta brigando per impedire al Regno Unito di aderire alla Convenzione di Lugano.

La Convenzione di Lugano del 2007, che riproduce il modello dell’omonima convenzione del 1988 e della precedente Convenzione di Bruxelles del 1968, è un trattato internazionale che fissa delle regole comuni di giurisdizione in materia civile e commerciale per permettere la circolazione delle decisioni giudiziali tra gli Stati contraenti. L’adesione al patto permette alle sentenze giudiziali di essere applicate su base extra-territoriale in tutti i paesi dell’UE più Norvegia, Svizzera e Islanda. Il Regno Unito ha chiesto di aderire alla Convenzione di Lugano al fine di mantenere la certezza delle esistenti sentenze su controversie transfrontaliere.

Secondo fonti riservate, Bruxelles ha eccepito alle rappresentanze permanenti degli Stati membri che l’UK non è membro dello Spazio economico europeo o dell’Associazione europea di libero scambio e pertanto non può aderire alla convenzione. La decisione finale sarà presa dai 27 nelle prossime settimane e dovrà essere approvata all’unanimità.

La spinta dell’euroburocrazia contro Londra, tuttavia, confligge con i desiderata, e gli interessi, di diversi paesi dell’UE. Le posizioni delle capitali europee riflettono gli orientamenti politici storici di vicinanza o rivalità rispetto al Regno Unito: i Paesi Baltici, i Paesi Scandinavi e i Paesi Bassi insieme al Portogallo, al Belgio e alla Spagna – quest’ultima ha recentemente stipulato con l’UK un accordo per mantenere Gibilterra nell’area Schengen – sostengono l’adesione dell’UK, mentre la Francia è contraria.

Il mutuo riconoscimento delle sentenze non è materia per vendette politiche. Il meccanismo riduce il costo del rischio legale per le imprese multinazionali e facilita la tutela dei diritti individuali nelle relazioni tra controparti straniere. Le grandi transazioni commerciali e finanziarie internazionali sono generalmente governate dal diritto inglese e spesso eleggono il foro a Londra. Negare l’applicazione delle sentenze inglesi in Europa può forse gratificare la pancia dei Vandeani antibritannici della Commissione Ue, ma colpisce il portafogli di imprese e cittadini europei, aumentando il costo implicito delle transazioni e riducendo l’efficacia della tutela in giudizio.

A far data dalla Brexit, l’esecutivo comunitario appare perso in una deriva protezionista che ne sta condizionando tutte le decisioni operative (la politica estera, i servizi finanziari, i vaccini, la cooperazione giudiziaria) e ha inanellato una serie nera di fallimenti di governance che ne stanno pregiudicando la credibilità internazionale. Il trattamento riservato ai vertici Ue prima da Vladimir Putin, durante la missione di Josep Borrell a Mosca, e poi da Recep Tayyip Erdoğan, durante quella di Charles Michel ed Ursula von der Leyen ad Ankara, dovrebbe far riflettere la leadership europea sulla perdita di prestigio del blocco; una situazione che dovrà anche affrontare le incognite legate alla successione di Frau Merkel in Germania.

Ma l’UE non è invisibile. Un sondaggio di JL Partners/Bloomberg ha mostrato che il 67% dei britannici pensa che l’UE abbia agito in modo “ostile” durante la controversia sui vaccini. Il 62% degli intervistati ha detto che la Brexit ha favorito la campagna vaccinale in UK, sottraendola dal processo di approvvigionamento centralizzato dell’UE. Una persona su cinque tra chi ha votato remain nel referendum del 2016 voterebbe ora leave a causa delle azioni dell’UE.