Non poteva che farlo l’America: patria della libera impresa e fulcro del sistema finanziario globale. Fare cosa? Lanciare la proposta di una tassa minima globale sui redditi delle società commerciali. Ma perché proprio ora, quando il mondo è ancora immerso nello shock sanitario della Covid-19? Vediamo di che cosa si tratta e dei motivi per cui il timing potrebbe risultare, almeno sulla carta, perfetto. A fine marzo, a Pittsburgh il presidente Biden ha lanciato il “Build back better”: un piano di investimenti da 2.000 miliardi dollari, incentrato sulla modernizzazione delle infrastrutture e delle abitazioni, l’adeguamento del sistema energetico ai cambiamenti climatici, l’assistenza sociale e l’occupazione. Piano destinato a raddoppiare di entità non appena verrà presentata la seconda parte. E che arriva subito dopo l’approvazione di uno stimolo enorme (1.900 miliardi dollari) di aiuti all’economia e alle famiglie colpite dalla Covid-19. Tutto ciò, sommato agli interventi messi già in campo nel 2020 dalla precedente Amministrazione, porta il conto degli stimoli fiscali nei pressi dei 9.000 miliardi dollari, una somma gigantesca (quasi il 50% del PIL USA) e mai stanziata dalla conclusione del Secondo conflitto bellico mondiale. Il tutto a debito. Il Congressional Budget Office (CBO) – l’Ufficio di Bilancio del Congresso USA- il mese scorso ha lanciato un vero e proprio warning sulle prospettive del debito a stelle e strisce e sui potenziali impatti a livello globale: “By the end of 2021, federal debt held by the public is projected to equal 102% of GDP. Debt would reach 107% of GDP (surpassing its historical high) in 2031 and would almost double to 202% of GDP by 2051. Debt that is high and rising as a percentage of GDP boosts federal and private borrowing costs, slows the growth of economic output, and increases interest payments abroad. A growing debt burden could increase the risk of a fiscal crisis and higher inflation as well as undermine confidence in the U.S. dollar, making it more costly to finance public and private activity in international market”. Il Congresso quindi ha chiamato e la Casa Bianca ha risposto. Ad inizio aprile il Segretario al Tesoro Yanet Yellen (ex presidente FED) ha sollevato il sipario sulla riforma fiscale americana, finalizzata a rastrellare fino a 2.500 miliardi dollari in 15 anni. Vediamo, in concreto, le misure: innanzitutto un aumento dell’aliquota aziendale al 28% (dal 21%), poi un’imposta del 15% sul book income delle aziende più redditizie (le stime sono di circa 200 big company, con utili superiori a due miliardi dollari) ed infine una minum tax globale, sugli utili all’estero delle aziende americane, raddoppiata al 21% (al momento gli Stati Uniti hanno un’imposta minima sui profitti offshore al 10.5%). La nuova tassa minima dovrebbe in concreto obbligare le multinazionali a pagare in patria ogni differenza nelle imposte rispetto alla minum tax, vale a dire qualora all’estero l’aliquota di tassazione risultasse inferiore. Essa verrebbe calcolata non in generale sui profitti all’estero, bensì sulla base delle attività della multinazionale, conteggiati Paese per Paese. Naturalmente, perché la minum tax globale sia efficace serve il consenso internazionale, per evitare svantaggi competitive o fughe all’estero delle aziende americane. E qui la palla passa all’Italia, che dal 7 all’11 luglio ospiterà a Venezia il G20. Ovviamente, nessuno Paese ha un potere di influenza superiore agli USA all’interno del G20, ma ciò non significa che la strada sia tutta in discesa. La lista dei Paesi che verrebbero colpiti dalla minimum tax è infatti molto lunga con nomi altisonanti e anche molto influenti nei consessi globali. Ma quali sono i Paesi cosiddetti “paradisi fiscali”? Per scoprirlo è utile esaminare un report del dicembre scorso della Tax Foundation (think tank di Washington attivo dal 1937) Corporate Tax Rates Around the World | Tax Foundation In totale si tratta di 35 Paesi, dei quali 15 non prevedono alcuna tassazione sugli utili societari: Anguilla, Bahamas, Bahrain, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Isole Cayman, Guernsey, Isola di Man, Jersey, Saint Barthelemy, Tokelau, Isole Turks and Caicos, Emirati Arabi Uniti, Vanatu, Isole Vallis e Fortuna. Altri 20 Nazioni applicano un’aliquota inferiore al 12.5%, tra i quali un nutrito blocco di Paesi europei di secondo livello tutti al 10% (Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Kosovo, Macedonia del Nord, Andorra e Gibilterra) ma anche due big appartenenti all’Unione Europea: Irlanda (al 12.5%) e Ungheria (al 9%). Le armi di persuasione in mano all’Amministrazione USA sono numerose, tra cui l’eliminazione di deduzioni e vantaggi per le aziende dei Paesi che non dovessero accettare l’introduzione di una robusta tassazione minima. Ciò però potrebbe non bastare. Il perché è rivelato da un paper dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. Il documento pone l’accento sulla differenza tra le aliquote statutarie e quelle effettive nei Paesi dell’UE. La sintesi è che la tassazione applicata alle imprese può essere ufficialmente alta (si fa per dire!) ma in realtà risultare di molto inferiore, perché ridotta da interventi specifici come i tax ruling: detrazioni, deduzioni e interventi contro la doppia tassazione che, nel tentativo di evitare doppie imposizioni, finiscono spesso per non applicarne alcuna. I casi risultano numerosi. I più eclatanti sono l’Irlanda, dove l’aliquota è del 12.5% ma la percentuale più bassa applicate è dello 0.005% (!), il Lussemburgo, che ha una tassazione ufficiale del 25%, ma che in alcuni casi arriva ad applicare lo 0.3% (cioè il 99% in meno!) e Cipro che a fronte del 12.5% in alcuni casi non applica alcuna tassazione. Seguono l’Olanda, dove ad un tassazione del 25% può corrispondere un prelievo effettivo del 2.44%, il Belgio con il 29% formale ma il 2.9% applicato in forma minima e Malta dove si arriva al 5%, partendo da un’aliquota iniziale del 35%. La proposta statunitense vanta anche numerosi sostenitori di peso, tra i quali il più importante è il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che ha recentemente esortato i Governi a riformare i sistemi fiscali, nazionali e internazionali per ridurre le disuguaglianze esacerbate dalla pandemia. Chiaro anche che l’eventuale introduzione della minum tax renderebbe di fatto superata la proposta, avanzata da numerosi Paesi in sede OCSE, di introduzione di una digital tax sui ricavi generati dalle Big tech globali, e tanto avversata dagli Stati Uniti. Che le norme internazionali del diritto tributario siano obsolete, lo riconoscono un po’ tutti: esse sono state create all’inizio del secolo scorso in un mondo in cui la realtà materiale era sinonimo di ricchezza. Ora che le maggiori proprietà sono intellettuali e le maggiori ricchezze digitali, la trasferibilità è molto più semplice, e di conseguenza la rincorsa alla tassazione inferiore. Inoltre, negli ultimi 40 anni le aliquote d’imposta sugli utili societari sono costantemente diminuite a livello globale, passando da una media mondiale del 40% nel 1980, all’attuale 23.85%. Ciò non significa che, in un mondo sempre più disordinato post Covid-19 sarà facile per Biden convincere tutti della validità della minimum tax, evitando sotterfugi e scappatoie tecniche varie. Sarebbe certo un bel passo in avanti, soprattutto per gli Stati fiscalmente disuniti d’Europa; ma la battaglia è appena iniziata!