Non va in alcun modo sottovalutato quello che è accaduto nei gironi scorsi, prima con l’improvviso annuncio del progetto di una Superlega che avrebbe raggruppato e esclusivamente le più forti squadre di calcio inglesi, spagnole e italiane e che avrebbe formato una sorta di élite relegando tutte le altre squadre a un ruolo subalterno; poi con il rapido dissolversi del progetto a causa della ribellione prima di tutto dei tifosi delle squadre coinvolte, in particolare di quelle inglesi, poi di una parte degli stessi giocatori e allenatori. Non è da sottovalutare perché è un fatto di costume che ha significative ricadute in termini di immagine della società in cui viviamo, che, a detta di molti, sarebbe unicamente dominata dal danaro e in particolare dalla potenza economica delle multinazionali. Ebbene, di fronte a un progetto che si basava appunto sulla potenza del denaro e sul potere di società che sembrava avessero ormai reciso ogni legame con il territorio di origine, si è dimostrato che, almeno in questo caso, l’attaccamento ai valori identitari e i legami con il proprio territorio possono avere un peso maggiore degli stessi interessi economici, per quanto potenti essi siano.

L’episodio è tanto più rilevante in quanto i commenti che si erano levati da ogni parte, anche quelli più negativi nei confronti del progetto, davano per scontato che alla fine la potenza economica degli interessi coinvolti avrebbe finito per prevalere. E’ bastata invece la protesta di qualche migliaio di tifosi inglesi per far ricordare quali sono i valori fondanti dello sport e per far crollare il progetto.

Merita tuttavia prendere in esame gli argomenti di coloro che si erano dichiarati a favore del progetto o che comunque avevano ritenuto inevitabile la sua realizzazione. L’argomento principale usato è stato quello della libertà di mercato: il progetto si sarebbe realizzato perché si inseriva nella logica di un mercato che, se lasciato libero di agire, seleziona inevitabilmente i migliori e penalizza i più deboli. Ma questa argomentazione, apparentemente in linea con la cultura liberale, trascurava due aspetti. Uno di carattere generale: se la libertà di mercato è un valore, tuttavia essa si esercita sempre sulla base di regole condivise, altrimenti non si può parlare di libertà ma di legge della giungla; e in questo caso le regole erano tutt’altro che condivise. Il secondo aspetto è ancora più stringente, in quanto il progetto andava contro i fondamenti stessi di un libero mercato che si basa sul principio della competizione. Infatti il progetto prevedeva che le società che avrebbero fatto parte della Superlega non sarebbero state scelte in base al valore dimostrato nelle competizioni, ma sarebbero appartenute a un’élite che precostituita non sottoposta alla valutazione di merito derivante, appunto, dalla competizione. Come si vede, sarebbe stato violato uno dei principi base della cultura liberale, quello della libera competizione e quindi del merito e si sarebbe affermato invece quello di una sorte di rendita a vita che avrebbe coinvolto alcune poche società privilegiate, una sorta di aristocrazia del calcio, inamovibile. Un ritorno all’Ancien Régime, non un’affermazione di principi liberali.

Ho detto che non bisogna sottovalutare questo episodio perché è ormai superata da tempo l’idea che il mondo dello sport rappresenti una realtà esclusivamente agonistica e non rappresenti invece una componente essenziale della nostra società e e al tempo stesso costituisca uno specchio dei valori in essa presenti. Oggi questa immagine del mondo dello sport, e in particolare di quello del calcio, sembra scontata; ma si tratta di una consapevolezza relativamente recente: fino a pochi decenni fa era opinione corrente che lo sport costituisse un mondo a parte di cui si occupavano soltanto i giornali sportivi e le pagine specializzate dei quotidiani. Parlare del calcio al di fuori degli aspetti strettamente agonistici era considerato qualcosa di inopportuno, un’indebita invasione di campo.

Poiché sono stato testimone di questo cambiamento di prospettiva voglio raccontare un episodio di cinquanta anni fa. Nell’ottobre 1970 il riminese Mario Guaraldi prese l’iniziativa, insieme a un gruppo di amici riminesi e fiorentini, di fondare una casa editrice che nasceva sull’onda del rinnovamento in corso nella società italiana, del ‘’68 insomma. Il primo volume a essere pubblicato era la traduzione di un saggio di uno studioso tedesco appartenente alla Scuola di Francoforte, allora in gran voga, Gerhard Vinnai (Il calcio come ideologia), e mi fu chiesto di scriverne la prefazione. In realtà a me delle elucubrazioni ideologiche francofortesi interessava ben poco, e mi premeva invece mettere in evidenza i rapporti, in corso di profonde modificazioni, tra il mondo del calcio e la società italiana. Scissi perciò non una prefazione ma un lungo saggio introduttivo, del tutto autonomo rispetto alle tesi di Vinnai, nel quale cercavo di mettere in rilievo quanto ormai il mondo del calcio non costituisse più (ammesso che in passato lo avesse costituito) un mondo a parte, ma una realtà che si intrecciava strettamente con le dinamiche in corso nella società italiana. Uno degli esempi che adducevo fece molto scalpore: sostenevo infatti che gli acquisti di giocatori che la Juventus faceva sul mercato calcistico non rispendevano esclusivamente a motivazione agonistiche, ma chiamavano in gioco i rapporti tra la stessa squadra di calcio e la Fiat attraverso la famiglia Agnelli, Sostenevo cioè che era in corso il tentativo di fare della Juventus la squadra nella quale potessero riconoscersi soprattutto gli immigrati meridionali che lavoravano nella società automobilistica mentre sull’altra squadra cittadina, il Torino, si riversano i favori soprattutto dei torinesi di più antico insediamento. Che ciò fosse vero era dimostrato dal fatto che la Juventus aveva formato una squadra dove, accanto a qualche giocatore straniero, la maggioranza degli atleti era di origine meridionale e ciò creava un processo di identificazione facilmente percepibile. Quella tesi creò scandalo e non perché fosse vera o non vera ma perché infrangeva il tabù secondo il quale se si parlava di calcio lo si doveva fare solo in termini agonistici. Il momento culminate della polemica fu costituito dalla presentazione del libro a Milano, presso la Casa della Cultura, con la partecipazione di personaggi come Giorgio Bocca, Giovanni Arpino, Gianni Brera ed altri dello stesso livello. Fu un‘assemblea affollatissima e infuocata, perché una parte dei presenti rifiutava l’idea stessa che si potesse parlare di calcio al di fuori dell’ambito strettamente agonistico, senza connessione con le dinamiche della società civile. A un certo punto Giovanni Arpino, acceso tifoso della Juventus, interruppe la discussione e se ne andò sbattendo la porta mentre la maggior parte degli altri partecipanti, a partire da Giorgio Bocca, sottolineava quanto fosse importante avere una visione non separata del mondo del calcio.

Ho ricordato questo episodio per sottolineare quanto recente sia la consapevolezza del ruolo dell’attività sportiva, e in particolare del calcio, nelle dinamiche sociali. Quanto è accaduto in occasione del progetto della Superlega dimostra che questa consapevolezza è oggi pienamente acquisita.

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).