Permit me to issue and control the money of a nation, and I care not who makes its laws”. Potrebbe essere sufficiente questa massima di Mayer Amschel Rothschild (1744-1812) capostipite di una delle famiglie di banchieri più famose al mondo, per comprendere il potere della moneta. Sono passati oltre due secoli, ma il potere di signoraggio risplende ancora della stessa lucentezza. Negli ultimi anni si sta infatti scatenando una guerra in grado di modificare i tratti che lo hanno contraddistinto nell’ultimo secolo. Tale processo è in forte accelerazione, sia in termini di rapidità di manifestazione che di impatti potenziali. Cerchiamo di capire perché e come. Partendo dagli ultimi avvenimenti. Il 19 aprile Rishi Sunak, Ministro delle Finanze britannico, ha chiesto alla Bank of England (BoE) di valutare la creazione di “Britcoin”, una moneta digitale emessa dalla banca centrale, allo scopo di rispondere alle sfide poste da alcune criptovalute come Bitcoin. “Stiamo avviando una taskforce tra il Tesoro e la BoE per coordinare lavori esplorativi in merito a una possibile Central bank digital currency (Cbdc)’”, ha detto Sunak nel corso di una conferenza del settore finanziario. Più o meno nelle stesse ore la Banca centrale turca imponeva il divieto di trading con le cryptocurrencies. Tutto ciò dopo che nel mirino delle autorità di Ankara era finito Thodex, l’exchange che dopo la sospensione della sua attività, ha fatto tremare quasi 400.000 investitori che su di essa avevano depositato criptovalute per un controvalore di circa 2 miliardi dollari. Il timore è l’ennesima truffa, e le indagini puntano contro Faruk Fatih Ozer, giovane fondatore e proprietario di Thodex. Negli stessi giorni si è avuta la conferma della partenza di Diem, la stablecoin di Facebook. Secondo quanto riportato da CNBC la moneta digitale del colosso di Menlo Park prenderà avvio entro la fine del 2021, con il lancio di un progetto pilota. Qual è il filo conduttore di queste news, apparentemente distanti e slegate tra loro? Il signoraggio. Le tre notizie presentano infatti tre esempi relativi a tre differenti tipologie di monete, tra le quali è in corso una vera e propria sfida. Britcoin la moneta pubblica digitale; Bitcoin la criptomoneta (per sua natura decentrata e privata); Diem la moneta privata digitale, ancorata ad una moneta pubblica (stablecoin). Fino a pochi anni fa nessuna di queste esisteva: l’unica moneta era quella pubblica, emessa dalle banche centrali in forma fisica e/o elettronica. Si sta manifestando una disruption che tocca almeno le funzioni stesse della moneta: unità di conto, riserva di valore e mezzo di pagamento. Per quanto riguarda la prima, nasce dalla necessità di confronto – in termini di valore – tra beni e servizi. Derivando da una proprietà di natura matematica, essa non è privilegio esclusivo della moneta. Come dire, nella prima manche di una gara a punti tra le tre tipologie di monete: moneta pubblica 0; criptomoneta 0; moneta privata 0. La riserva di valore rappresenta la possibilità di trasferimento nel tempo della moneta, senza intaccarne il potere d’acquisto. E’ il cuore pulsante del sistema monetario, attribuito alle banche centrali. Su di esso si scatena la battaglia tra moneta pubblica (e stablecoin) da un lato e criptovaluta dall’altro. Il motivo? A partire dal 15 agosto 1971, data storica in cui l’allora presidente americano Nixon sganciò il dollaro dall’oro (mettendo fine agli accordi del Gold Exchange Standard definiti a Bretton Woods), le monete pubbliche sono diventate fiat money. Vengono cioè create dalle banche centrali senza alcun ancoraggio ad un bene fisico, quindi in quantità potenzialmente illimitata. Il rischio che ne consegue è l’ipertrofia monetaria sganciata da un qualsivoglia sottostante economico: ciò riguarda anche le stablecoin, perché legate ad un ancoraggio alle monete pubbliche. A fronte di tale rischio, ingigantito dalle risposte di politica monetaria iper-espansiva di questi ultimi anni (leggi quantitative easing delle banche centrali) si contrappone la criptovaluta per eccellenza, Bitcoin, che ha tra i suoi tratti distintivi l’elemento deflazionario, grazie a un limite massimo emettibile di 21 milioni di unità. Ciò rende potenzialmente Bitcoin bene rifugio di natura monetaria, salva in corner le monete pubbliche (con alcuni distinguo) che dietro di loro hanno degli Stati nazionali e boccia le stablecoin private (come Diem) che assommano il rischio di controparte a quello dell’ipertrofia monetaria delle fiat money. Seconda manche: criptovaluta 2; moneta pubblica 1; e moneta privata (stablecoin) 0. Passiamo alla terza funzione della moneta: mezzo di pagamento. Lo sviluppo tecnologico degli ultimi anni ha palesato in questi campo l’arretratezza del sistema bancario classico, anacronistico in termini di costo e rapidità di esecuzione (basti pensare a tempi e spesa di un bonifico estero!), decretando l’affermazione di sistemi di trasferimento di denaro alternativi, basati su fintech e facilmente attivabili scaricando la relativa app sullo smartphone. E’ il percorso alla base della nascita di Diem: un sistema di pagamento gestito da Whatsapp o Facebook, social che raggiungono oltre 2 miliardi e mezzo di persone nel mondo, rendendo disponibili sistemi di pagamento attraverso lo smartphone ad un vasto pubblico non bancarizzato. In questo ambito la criptovaluta per eccellenza, Bitcoin mostra tutte le sue fragilità, in termini di bassa scalabilità, che si ripercuote in una lentezza di esecuzione delle transazioni nemmeno paragonabile agli attuali sistemi di pagamento elettronico più in voga (circuiti VISA, Mastercard o American Express). Terza e ultima manche: moneta privata (stablecoin) 2; moneta pubblica 1; criptovaluta 0. Sommando i risultati conseguiti nelle tre manches, la gara termina con un sorprendente pareggio tra le tre tipologie di monete (tutte a 2 punti!). Sovvertendo le logiche dell’ultimo secolo, ciò pone le basi per una disruption di signoraggio in cui tali tre forme di moneta potrebbero essere destinate a convivere, senza che alcuna di esse prevalga. Ma questo rappresenterebbe un’imbarazzante sconfitta per le monete pubbliche (fiat money); da qui il fatto che i policy maker pubblici si stiano attrezzando per rispondere all’attacco sferrato dalle altre due contendenti. Britcoin rappresenta proprio questo: un avanzamento del processo tecnologico nella creazione della valuta pubblica digitale, in grado di favorirla nella sfida per il dominio di signoraggio. E che vede un ulteriore elemento di complicazione: la corsa all’interno delle valute pubbliche, tra chi riuscirà a rispondere più velocemente ed efficacemente a tale processo (vedasi la volontà di Pechino di essere la prima grande nazione a varare la Central Bank Digital Currency). Una sfida nella sfida, insomma, in cui la variabile monetaria si intreccia con quella geopolitica, a dimostrazione del fatto che il signoraggio è innanzitutto potere e che la moneta è fiducia e sovranità. Forse avrà avuto ragione Bill Gates, che nel lontano 1994 profetizzò: “Banking is necessary, banks are not”. O forse no. Unica certezza: la sfida si fa ogni giorno più accesa, come dimostra l’arrivo di Britcoin!