Già dal settembre scorso chiunque abbia contatti con la Commissione europea era venuto a sapere dell’ insoddisfazione espressa a Bruxelles per le linee guida del piano di ripresa e risilienza che l’Italia doveva presentare. Dalla metà di ottobre il commissario Gentiloni iniziava via via ad incalzare il governo italiano a fare meglio e in fretta. Per tutta risposta, a dicembre, il presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno diceva candidamente che i fondi di cui disponeva l’Italia erano già sufficienti senza bisogno di risorse aggiuntive europee. Il piano presentato dal precedente governo alle Camere aveva fatto semplicemente ridere.
Non sappiamo dire quanto tutto questo abbia gravato sulla decisione presa dalle stesse forze di maggioranza di liberarsi di Conte improvvisamente e con un bel calcio nel sedere. Sappiamo invece dire che la scelta di Draghi era funzionale a recuperare il tempo perduto, troppo, su una questione che l’opinione pubblica aveva ritenuto dirimente per lo sviluppo e la modernizzazione del paese.
Che ciononostante l’Italia sia rimasta indietro lo si evince dal fatto che è trapelata sui giornali la frase di Draghi ai partner europei, ovvero che garantisce lui, il più stimato banchiere centrale avuto nell’Unione dalla sua fondazione ad oggi. Questo dovrebbe aiutare a capire la fretta di presentare un piano completo e dettagliato alla Ue, quello che probabilmente il parlamento è costretto a votare senza aver avuto il tempo di leggere nei dettagli.
L’onorevole Meloni se ne è molto risentita e ha rimproverato il governo di non dare una settimana aggiuntiva di tempo alle camere per una valutazione più appropriata. Vorremmo capire che cosa avrebbe dovuto fare Draghi nelle condizioni in cui si è trovato, veder sfumare i finanziamenti europei per consentire alle camere una discussione più approfondita? Ma Draghi sta dove sta proprio perché le camere si sono dimostrate incapaci a cominciare dalla capacità di tutelarsi. Dopo che l’onorevole Meloni ha votato il marzo scorso una surroga del Parlamento sulla base di un codice della protezione civile, ringrazi di non venir convocata per discutere di transomofobia. Lo ha concesso l’onorevole Meloni il potere legislativo al governo in nome dell’emergenza. Il Parlamento è diventato un accessorio, dal momento che ancora lo stato di emergenza non è finito e non è certo il presidente Draghi ad averlo prorogato. Fra i danni incalcolabili compiuti dal precedente governo ce ne è uno tragico inflitto alla Repubblica quando si toglie al Parlamento il suo potere legislativo. Solo la monarchia assoluta e lo stato totalitario concentrano potere esecutivo e legislativo, i sistemi presidenziali occidentali, dove pure il presidente decreta, hanno dei contrappesi nei parlamenti. Draghi è costretto a dover rimediare anche su questo, ed è forse il problema principale che si trova di fronte. Non era mai accaduto nella storia repubblicana che il parlamento diventasse un orpello, tanto che ci si lamentava quando procedeva a colpi di fiducia. Ma Sembra che l’onorevole Meloni non se ne sia nemmeno accorta.