“Avevo un padre, l’imperatore”, “Il colonnello Chabert”, Honorè de Balzac.

Ancora nel 1933 si disponeva di 500 mila libri sulla vita di Napoleone Bonaparte, poi si è smesso di contarli. Il gennaio scorso, ad un’asta pubblica, il resoconto autografo della battaglia di Austerlitz, poche paginette imbrattate di inchiostro, è stato battuto per un milione di euro, quanto il costo di un piccolo Picasso. Chateaubriand aveva descritto la terribile tirannia di Bonaparte in vita deridendone la caducità. Poi ebbe l’intuizione di quella ancor peggiore che avrebbe esercitata da morto. Vero. La Francia si consegnò al nipote che ne aveva i vezzi, senza il carattere. L’Europa intera, ancora nel secolo scorso, ne riprese gli aspetti più deleteri, gli stivali, il despotismo, persino l’invasione in Russia.
Eppure va ricordato che Bonaparte combatté gli Stati più retrogradi al mondo se non per amore della libertà dei popoli, almeno evocandola. Non avrebbe mai attaccato una repubblica cecoslovacca e in Spagna, per prima cosa schiacciò la Santa inquisizione, non una nascente democrazia. Per non parlare del suo sguardo pietoso verso la Polonia, la mitezza con la Grecia. L’idea di indipendenza regalata all’Italia. Va in Egitto con tanti archeologi quanti ufficiali e subito si converte all’Islam. Un impostore certo, ma ecco i suoi soldati quelli che a Mosca restituiscono la mucca requisita alla famigliola denutrita e scelgono di morire di fame.

Napoleone ebbe un’eredità, quella della Rivoluzione e le rimase fedele fino al 1800. Si fece imperatore ancora convinto di salvarla. Nessuno storico sarà mai più severo nei confronti di Bonaparte di un suo seguace, quale Stendhal. Stendhal a diciott’anni si arruola nell’armata d’ Italia e disprezzerà l’ incoronazione. Eppure lo segue fino a Mosca, per scrivere che si, non c’era più dubbio, Napoleone era divenuto un pazzo. Il punto è che con tutto il suo senno nemmeno Stendhal riesce ancora a staccarsi da tanta follia. Altri autori, meno coinvolti emotivamente di quanto lo fosse Stendhal, sostengono invece un interessante processo di sdoppiamento della personalità, a volte geniale, a volte meschina. Jacques Bainville, ne è convinto. Napoleone definisce Luigi sedici “un imbecille” quando quello si consegna all’Assemblea la giornata del dieci agosto, e pure ne segue docilmente le orme con un matrimonio austriaco altrettanto suicida.

Vi sono poi storici, il vecchio Thiers, che invece amavano riscriverne le battaglie, quasi dubitassero delle capacità strategiche del militare, mai ne avessero mostrate di loro. Meglio sarebbe discutere le scelte politiche. Il sistema continentale costruito non su liberi Stati alleati, ma governati da famigli, che tra l’altro non gli saranno nemmeno fedeli, è completamente fallito. Napoleone voleva isolare l’Inghilterra? Ha isolato l’Europa. e’ incredibile come si consegni interamente ad un Talleyrand, di cui pure diede un ritratto molto preciso ed irripetibile. Non parliamo nemmeno della fiducia, quasi fanciullesca, riposta in un cinico autocrate quale era lo zar Alessandro. Con il Cremlino in fiamme, Bonaparte aspetta che quello venga a stringergli la mano. La stessa politica di pacificazione all’interno della Francia, ha avuto esiti discutibili. Tutti quegli aristocratici riversatisi nella sua cerchia e pronti a tradirlo. Quando Fouché gli diceva che erano i realisti a volerlo morto, Bonaparte puntava il dito contro i giacobini. Ucciso il duca d’Enghien in un fossato, ecco che non avrebbe mai più avuto l’appoggio dei monarchici. Lo stesso, una volta messo agli arresti il pontefice, valse per i cattolici. Bonaparte camminava fra due precipizi.

Come Minerva dalla testa di Giove, la sua disgrazia uscì direttamente dalla sua gloria. I generali di Francia furono il suo vero appoggio, ma i migliori di loro muoiono in battaglia, Lannes e Desaix, o di malattia, il più formidabile di tutti, Hoche. Mentre quelli presi, come lui stesso del resto, dal fascino delle ambizioni, il fidato Murat, la sua nemesi, il grande Moreau, lo abbandonano. Quelli risucchiati dalla prima restaurazione, MacDonald si arruola come semplice granatiere nei cento giorni, Massena rifiuta ogni incarico, divengono inutilizzabili. Si ritrova persino nemico Bernadotte, che però non valeva sto gran che come soldato. Piuttosto Bonaparte lamenta, che i generali del 1815, non sono quelli del 1792. Come stupirsene? Nel ’92 non erano marescialli di Francia, principi e conti dell’impero, ricchi di titoli e proprietà, mogli e amanti. Il suo valoroso Ney a Waterloo, non sa più nemmeno guidare una carica di cavalleria. E che dire di Grouchy, che dubita del rombo del cannone. Nemmeno più un comandante dei granatieri a cavallo della Vecchia Guardia come Lepic.

Anche Bonaparte ebbe una sua epopea che si concluse già nel 1807, nella bufera di neve ad Eylau. Eylau non fu una vittoria, fu l’inizio della fine. Non volle rendersene conto per quanto, scrivendo alla Beauharnais su un campo sterminato di cadaveri, ne mostrò il presentimento. Napoleone non era più il primo console. Non firmava con devozione la bandiera del primo corazzieri capace di travolgere tre linee russe in una sola ondata. E’ un uomo preoccupato della successione, di come sopravvivere a se stesso attraverso un figlioletto, intento ad omaggiare un’intera famiglia di sanguisughe, compiaciuto dai ruffiani che lo circondano.
Il suo lato piccolo borghese e domestico, proiettato su uno sfondo aristocratico puramente irrealizzabile, era divenuto cognato dell’arciduca d’Austria, cosa di cui un tempo avrebbe riso, è la fonte della sua rovina. La caduta sarà più lunga del suo successo e qui Chateaubriand mostra perspicacia: “egli non era fatto per la sventura”.

Bonaparte tornerà se stesso nella notte di Sant’Elena. “Io dopo i miei rovesci di fortuna, non fui che un giacobino”, scrive nel suo memoriale. Una coscienza unica la sua, intorpidita dal sogno e risvegliatasi d’improvviso. Troppo tardi. Quel piccolo mondo che gli risultava stretto era già mutato una seconda volta.