Intervista a Claudio Martelli

Non devo certo fare io la presentazione di Claudio Martelli, né spiegare quanto il suo impegno politico abbia caratterizzato e segnato una lunga stagione politica, l’ultima della prima repubblica.

La sua prima formazione politica fu nel Partito repubblicano italiano, quindi l’affermazione come delfino di Bettino Craxi ed indimenticato Ministro della Giustizia che camminò a fianco di Giovanni Falcone e ne appoggiò l’operato, sino al funesto giorno segnato all’uscita autostradale di un piccolo paese della Sicilia chiamato Capaci.

Lo ho ascoltato in questa intervista che ha toccato temi puramente politici, come quelli della creazione del polo laico cui lui si dedicò sin dal 1987, e temi connessi ai rapporti politica magistratura ed alla involuzione degli ultimi anni per non dire giorni.

Giudicatene Voi l’interesse, io ho trovato le sue parole illuminanti nella maturata convinzione abbia ancora tanto da dare alla Repubblica.

 

Cosa pensa dell’iniziativa politica dietro Un Programma per l’Italia, il polo liberaldemocratico oggi ha uno spazio politico percorribile?

Fui il socialista che negli anni ottanta più credette a questa possibilità alla creazione di una coalizione che unisse liberali, repubblicani, socialdemocratici, radicali e verdi. Si, perché già allora sui temi ambientalisti avevamo posto l’accento. Erano gli anni della discussione sul nucleare, gli anni del disastro di Chernobyl e delle grandi battaglie referendarie, e proprio su questi temi si trovò terreno fertile per una strada comune. Ricordiamo anche il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati come quella sull’aborto. Bettino Craxi mi diede per un certo lasso di tempo, intorno alla metà degli anni ottanta, via libera con ampia possibilità di azione politica per poi optare, alle politiche del 1987, da un lato per negare una intesa elettorale complessiva ma permettendo di operare limitatamente a dodici collegi senatoriali in cui ci presentammo con socialdemocratici, radicali e verdi. Repubblicani e liberali dopo un primo momento di intesa, si decisero a correre da soli. L’intesa con candidati comuni fu un successo, con il 21% dei voti a fronte di un risultato del PSI su scala nazionale del 14%. Nonostante questo successo, Craxi non volle andare oltre, del resto dopo il 1987 iniziò il declino della sua parabola politica che poi sarebbe anche stato accompagnato dalla tragedia personale che negli anni successivi lo travolse e che è parte della storia della Repubblica. Resto convinto che abbandonare la visione laica socialista per concentrarsi sul “duopolio” con la democrazia cristiana fu forse uno dei suoi più gravi errori politici. Dopo quella stagione vi furono altri tentativi, anche di matrice repubblicana, ma mai con risultati politici convincenti. Resta un sogno ricorrente della politica italiana, uomini e idee chiare sono necessarie ora come allora, così come una forza politica ed una leadership capace di farne un centro di attrazione dei consensi.

Negli anni successivi lei è nella memoria come Ministro della Giustizia che camminò a fianco di Giovanni Falcone nella sua lotta alla mafia ed alla candidatura alla procura antimafia, anche oggi come allora si parla di “corvi” tra caso Palamara e presunta associazione segreta Ungheria, trova similitudini tra queste due lontane stagioni politiche?

C’é una continuità di fondo tra queste due diversissime fasi, certo sono passati trent’anni e la società ha avuto enormi cambiamenti, ma questo elemento di continuità è rappresentato dalla tendenza, forte e robusta, della magistratura italiana a erigersi in potere. Questa tendenza ha una origine da un lato ideologica e dall’altro corporativistica, una tendenza ad assumere un ruolo esterno allo Stato che nasce negli anni settanta da una ideologia di contestazione di sistema, genericamente indicabile a sinistra. Questo leitmotiv è una costante, la sua genesi va ricondotta proprio agli anni settanta, contemporaneamente alla lotta al terrorismo di cui la magistratura fu indubbiamente protagonista nel contrastare  la minaccia alla democrazia portata dal terrorismo nero e rosso. Questo si acuì nella stagione di cui io fui diretto testimone, quello della lotta alla mafia, in cui ancora una volta, la magistratura ebbe un ruolo centrale nella difesa della Repubblica. Tuttavia, questo ruolo, suo proprio ed assegnatole dalla Costituzione, si accompagnò alla sua progressiva politicizzazione ed alla volontaria assunzione di un ruolo di centralità politica e di indirizzo politico, come dicevo, che non era e non è suo proprio per Costituzione.

Da qui arriviamo alla liquidazione per via giudiziaria della prima repubblica, che non è poco, in un paese che era all’epoca la quinta forza economica mondiale. Oggi il processo degenerativo ha fatto molta altra strada, tuttavia, e così ci allontana da questa stagione diciamo “politica” e “ideologica” della magistratura, per arrivare ad una fase corporativa e di lotta al potere tout court, una fase in cui, sottomessa la politica, la magistratura ha addirittura inteso sostituirla nelle funzioni, corrompendosi essa stessa. Questa è la vera novità di questo tempo.

Siamo ancora orfani della prima repubblica? Ed a questo proposito, pensavo che lei come uno dei più giovani politici di quella stagione ha avuto il privilegio, a differenza di altri, di vedere crollare il mito di Mani pulite, in una generale rivalutazione di quel periodo storico?

Non sta a me dirlo, ma potrei citare le parole testuali del procuratore Borrelli nel ventennale della stagione di Mani pulite: “Dobbiamo chiedere scusa agli italiani, non valeva la pena gettare via il vecchio sistema politico per consegnare questo attuale”. Con riferimento alla sua seconda considerazione, beh, un privilegio che si paga a caro prezzo, cito Dante sul punto: “Proverai che duro calle è lo scendere e salire per le altrui scale”.

In questo contesto l’ANM ha un ruolo centrale nella difesa della deriva corporativistica della Magistratura.

E’ così. L’ANM è il problema, il problema principale della magistratura. Sbagliano coloro che affrontano questo problema sul terreno delle riforme tecniche. Tutto ciò risulta inutile se non “si cura e sradica questo cancro” sono le parole di un magistrato, di Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Un vero e proprio cancro perché minaccia la autonomia ed indipendenza di ogni singolo magistrato. Pretende di rappresentare un corpo separato dallo Stato con un compito etico non ben definito che sfocia in una generica difesa corporativistica di sistema che nasconde una lotta di conquista del potere. Quando l’ANM parla di “controllo di legalità” fa rabbrividire, giacché compito della magistratura è reprime l’illegalità non controllare e supervisionare i comportamenti generali, per giudicarli più o meno legali; da ciò nasce il malcostume dell’utilizzo delle intercettazioni senza limite.

A questo proposito voglio raccontarle un aneddoto. Un mio compagno di corso di Università divenne magistrato contemporaneamente alla mia abilitazione all’esercizio di Avvocato. Avevamo studiato insieme ed eravamo buoni amici. Festeggiammo e io scherzando gli dissi “ LA PROCURA NON CI FA PAURA”. Lui mi rispose “ DEVI AVERE PAURA, PERCHE’ LA PROCURA INDAGA SULLE VOSTRE VITE!” Gli risposi “ PENSAVO AVESSIMO STUDIATO INSIEME, LA PROCURA INDAGA SULLE NOTIZIE DI REATO NON SULLE VITE DEI CITTADINI!”

Proprio così! Un aneddoto calzante. A questo proposito la ringrazio di avermi inviato la bozza di Un Programma per l’Italia sulla riforma complessiva della Giustizia. Un testo tecnico e di rilievo ma mi permetta di essere franco. Se si lascia così com’é l’ANM, rischia di naufragare. L’ANM è il problema e la mia esperienza politica mi insegna che prima che essere buoni tecnici occorre fare il focus diretto sul problema. Il problema, come le ho cercato di illustrare, è proprio la deriva della ANM.

Una associazione privata, un sindacato di cittadini che esercitano una funzione delicatissima, l’amministrazione della giustizia, che di fatto ha il controllo pieno di un organo costituzionale, il CSM che regola le carriere e che ha potere di condizionare ogni singolo magistrato. Un fatto inaccettabile in una repubblica che si dichiari democratica e fondata sullo Stato di diritto.

Io come Ministro di Giustizia mi scontrai sulle nomine con il CSM che intendeva l’assenso ad una nomina da parte del Ministro come cosa scontata, portai il conflitto davanti alla Corte Costituzionale che mi diede ragione. Così  come mi scontrai per la nomina di Giovanni Falcone alla Procura Antimafia, il Giudice più noto e stimato in Italia ed all’estero era contestato dai suoi colleghi. Prima l’opposizione venne dai magistrati di destra i più conservatori, ricordo ancora le loro parole “la mafia non esiste e solo un fenomeno sociale, esistono mafiosi che delinquono, ma la mafia è solo una cultura del territorio”, poi l’ostruzione si allargò a tutta la platea dei magistrati schierati. Giovanni Falcone sapeva invece che si trattava di una organizzazione internazionale, Cosa nostra, e lo sapeva perché combattendola la aveva capito, con le sue ramificazioni ed interessi finanziari internazionali, italo-americani, o meglio siculi-americani.

Chiedo a Lei che ebbe ad avere un rapporto diretto con lui, come viveva Giovanni Falcone questa opposizione da parte dei suoi colleghi?

Amareggiato, si arrivò al punto che il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando Cascio, lo denunciò al CSM accusandolo di essere omertoso e nascondere le prove del cosiddetto  terzo livello nel cassetto, le prove dei mandanti dei delitti politici del Gen. Dalla Chiesa e di Piersanti Mattarella. Una accusa calunniosa ed infamante. Giovanni Falcone in realtà seguendo i flussi di denaro capì che il problema era negli appalti miliardari, anche della città di Palermo, nel loro controllo ed in una organizzazione che aveva una dimensione internazionale ed una capacità organizzativa militare. Lo disse chiaramente nella sua audizione al CSM.

Ebbe modo all’epoca di parlare con Giovanni Falcone del progetto di separazione delle carriere? Cosa ne pensava lui?

Il suo lavoro sul campo investigativo, la consapevolezza della professionalità che doveva avere la magistratura inquirente per perseguire le organizzazioni mafiose ed individuare i loro flussi di denaro, la sua peculiarità di azione, tutto ciò ne faceva un forte assertore della specializzazione dei ruoli. Giovanni Falcone era estremamente convinto si dovessero separare le carriere, proprio dall’alto della sua esperienza sul campo. Diedi vita io alla Fondazione Falcone che poi passai alla sorella, visto che avevo un processo di cui occuparmi, quella Fondazione conserva i suoi scritti e ciò che le dico è confermato lì, a sua firma.