Le cornacchie continuino a gracchiare e a sbattere le ali, ma il tempo della cuccagna è finito. Con il successo della campagna vaccinale, la ripresa della vita del paese è inevitabile. Nemmeno il super razzo cinese che ci può cadere sulla testa convince la gente a restare chiusa in casa.

Era tutt’altro che scontato per il nuovo governo e per il commissario alla vaccinazione, il generale Figliuolo, riuscire in tempi eccezionali a raddrizzare una situazione disperata tanto era stata gestita malamente. Nel caso in cui il governo ora si mostrasse anche in grado di recuperare i mesi sprecati per elaborare il Recovery Plan, offrendo all’Italia un’occasione unica di modernizzazione, avrebbe compiuto il suo mandato con un apprezzamento unanime.

Nonostante la formula della solidarietà nazionale stia rimettendo in piedi il paese, i partiti sembrano già inclini a riprendere i vizi di sempre. Il senatore Salvini vorrebbe Draghi al Quirinale, quasi a volersene sbarazzare, per quanto con buon garbo, e aprire la strada ad un nuovo governo. Va raccomandata soprattutto prudenza. Tolto Draghi, il successo del suo governo sarebbe conteso fra Lega, Pd, 5 stelle, persino Forza Italia, e non sempre gli elettori premiano coloro che vincono le guerre, soprattutto se privi persino del generale in capo.

Draghi alla presidenza della Repubblica sarebbe utile solo in un disegno di grande riforma, in modo da concludere la lunga agonia della prima repubblica, attraverso un profondo cambiamento costituzionale. Con l’elezione diretta del Presidente e la facoltà di scegliersi un governo sganciato da questi partiti, Draghi si limiterebbe a rispondere loro in Parlamento.

Al contempo solo un disegno di grande riforma potrebbe preservare il ruolo di Draghi alla guida del paese, ed anche rimuovere lo stato di cancrena dell’ordinamento giudiziario. Quello che è avvenuto nel mondo della magistratura è qualcosa di inaudito ed inconcepibile. Un istituto presidenziale eletto, sovrastante il Csm, consentirebbe di porre un limite autentico a quell’autonomia dei giudici che ha sempre più eroso poteri alla Repubblica con l’utilizzo indegno che tutti vedono. Infine, vi sarebbe il contenzioso governo centrale-regioni da risolvere una volta per tutte.

Alcuni amici nel Partito repubblicano pongono da tempo la questione dell’identità del partito, consapevoli del rischio che questa nel corso del tempo possa sbiadirsi, e forse hanno ragione. L’identità del partito non è data dalla schermaglia sugli schieramenti politici, che oltretutto di questi tempi appaiono davvero poca cosa, ma come viene detto spesso dalla bontà della proposta, dai “contenuti”. Può allora un partito profondamente costituzionale come il nostro, l’ultimo sopravvissuto, può ricollegarsi ad una parte importante della sua storia politica passata, sostenendo una grande riforma della Repubblica? E’ una domanda che è il momento di porsi.

Per la prima volta dopo molti anni, si intravede un candidato ideale capace di offrire alla nazione oltre all’equilibrio repubblicano, una garanzia di rilancio e di prestigio europeo.
Con la Brexit, il fisiologico declino di Angela Merkel e le performance dei vari leader degli altri Stati, dove Macron pare abbagliato dal “sole di Austerlitz”, bisogna battere un colpo al più presto anche nel continente. C’è sempre il rischio che tutto possa crollare.