Resta ancora da capire perché mai l’unico biografo fra possibili migliaia scelto da Macron nel suo discorso per incensare Bonaparte, sia il principale avversario dell’imperatore, ovvero il visconte di Chateaubriand. Per nascita ed estrazione culturale Chateaubriand è l’antinapoleone per eccellenza, come certo non lo sono l’ammiraglio Nelson o il duca di Wellington. Chateaubriand appartenente ad uno dei principali casati di Francia lascia la patria appena Bonaparte vi muove i suoi primi passi instavalati e mentre Bonaparte è a tutti gli effetti un allievo del secolo dei lumi, Chateaubriand è l’ultimo depositario del pensiero religioso di Pascal. La forza e l’originalità degli scritti di Chateaubriand deriva dalla sua frequentazione con uno dei più grandi autori del seicento a cui dovrà la stessa ispirazione del “Genio del cristianesimo”. Questo emigrato che ha preferito vagare nelle foreste canadesi piuttosto che restare nel suo paese sotto la rivoluzione, appena ritorna sul continente raggiunge gli eserciti legittimisti. Combatte dunque l’armata di Bonaparte persino sul campo di battaglia. Poi può darsi che abbia creduto alla volontà di riconciliazione dell’imperatore, tanto da porsi al servizio della sua diplomazia. Ma l’idillio dura pochissimo. La morte del duca di Engien ricolloca subito Chateaubriand all’opposizione. Mentre i cosiddetti “grandi nemici” di Bonaparte, Benjamin Constant, madame De Stael, scodinzolano ai suoi piedi in cerca di un incarico, Chateaubriand che lo aveva, vi rinuncia e torna un esiliato. Con la differenza che ora Chateaubriand non rompe con la Francia da nemico della libertà, ma da nemico della tirannia. E’ un aspetto cruciale che lo distingue anche rispetto al suo più fortunato e giovane cugino Alexis de Tocqueville. Entrambi della stessa schiatta, sono due intimi reazionari, con la particolarità che il primo ha una prospettiva filosofica che al secondo manca completamente, Tocqueville ha una formazione meramente giuridica ed è magistrale solo nel frugare fra gli archivi della storia. Soprattutto il primo combatte una tirannia, il secondo vi si prostra. Non c’è dubbio alcuno che fra i due il liberale è Chateaubriand. Chateaubriand difenderà le prerogative della spiritualità cattolica, quando il cugino solo lo Stato politico della Chiesa. Chateaubriand denuncerà che i popoli sono oppressi ed ingannati da Napoleone come lo erano dai loro sovrani precedenti, Tocqueville supera persino in repressione i propositi del suo padrone, il nipotino di Bonaparte, soffocando la libera Repubblica romana.
La superiorità intellettuale e morale di Chateaubriand su Tocqueville appare comunque nel giudizio sul loro tempo. E possibile che entrambi vivessero con angoscia la più incredibile stagione del cambiamento. Chateaubriand dirà al re ristabilito sul trono che la monarchia è morta una seconda volta dopo che sua maestà ha accettato i servizi di Fouchè e questa volta per sempre. Mentre Tocqueville ritiene destinata a morire solo la vita democratica. Questa democrazia che spaventa Tocqueville per i suoi prodotti anarchici o autoritari quali che fossero, non spaventa affatto Chateaubriand.
Il quale avversato in tutti i modi Bonaparte a costo della mistificazione più clamorosa, il resoconto dell’impresa in Egitto ad esempio, accusatolo da ogni scempio, davanti alla sua morte si inchina sulla tomba, ne compie l’elegia. Quello che Tocqueville non riesce a capire, era chiaro al cugino, Bonaparte era stato di gran lunga superiore all’ambiente naturale di Chateaubriand e la dimensione temporale del piccolo generale, sempre giudicata precaria, avrebbe invece sovrastato quella della monarchia che gli era cara. Così Chateaubriand cede il passo e si inchina all’epoca nuova, quando Tocqueville la combatterà fino al suo ultimo respiro. Se proprio dobbiamo, prendiamoci Chateaubriand.