I presidenti francesi sono spesso stati molto attenti a non impicciarsi delle questioni storiche del loro Paese. La storia di un’antica e grande nazione come la Francia non è quasi mai stata una storia unitaria. Dal tempo di Carlo IX, fino alla guerra civile nel secondo conflitto, vi sono state in ogni secolo più ragioni di dissenso di quante ve ne siano state in ogni altro popolo del vecchio continente. Chirac ed Holland che ne ebbero l’occasione, si sono poi mostrati molto prudenti, in particolare nel giudizio da dare su Bonaparte. Chirac ha completamente ignorato la ricorrenza della battaglia di Austerlitz e Hollande non ha voluto nemmeno sentir parlare in Europa di una moneta commemorativa per Waterloo. Anche per questo il discorso di Macron per il bicentenario della morte dell’imperatore Napoleone rappresenta un azzardo. Dal testo si percepisce appena la traccia della complessità storica del fenomeno bonapartista, ovvero di come una rivoluzione vincente, abbia originato un dispotismo perdente. Si legge invece un’apologia, piuttosto tronfia, con qualche distinguo. Macron fondamentalmente rimprovera a Bonaparte, per la felicità del terzo mondista “Le Monde”, quella reintroduzione della schiavitù del 1802 abolita dalla Convenzione nel 1794, un voto lacerante quanto il giuramento del clero nel 1790. La reintroduzione della schiavitù è accompagnata dal concordato, ovvero sono i due capitoli su cui Bonaparte conta di ricostruire l’unita nazionale. Non si può condannarne uno ed apprezzare l’altro, sono la stessa politica. Bonaparte che voleva sanare le divisioni della Francia, non vi riuscì mai. La sua stessa persona era divisiva, a cominciare dalla nascita italiana, cosa che proprio uno Chateaubriand sottolinea appena possibile, come a dire, non c’entra niente con noi, guardate bene il suo colorito grigiastro, è un impostore.
Il retaggio napoleonico trascurato dagli ultimi presidenti è stato invece cavallo di battaglia dalla signora Le Pen. Può darsi quindi che Macron non volesse calarsi nei panni dello storico improvvisato, avvertendo la semplice necessità di competere alla destra i consensi che guadagna. Un bel rischio. Prima di Bonaparte, Macron aveva persino celebrato la figura del maresciallo Petain, molto meno culturalmente articolata, ma sempre problematica. “Fu un gran generale della prima guerra mondiale”, aveva detto, per poi ammettere che si, aveva commesso “qualche errore” successivamente. Se non si vuole condannare Petain per la repubblica di Vichy, è questione morale che riguarda Macron, affari suoi. Ma considerare il successo della Grande Guerra alla luce della ridicola impresa militare avvenuta nella Seconda, è un errore storico clamoroso. Mentre i carri armati tedeschi entravano in Francia, Petain era intento a litigare con De Gaulle sulla prefazione di un libro di strategia! E comunque, per quanto la Germania si fosse armata, la Francia lo era ancora molto meglio. Tutti i generali francesi furono degli incapaci e il solo De Gaulle si salva da questo giudizio per aver detto loro, inascoltato, che non capivano più niente, se mai avevano capito.
Macron si è caricato con molta disinvoltura sulle spalle il peso della memoria di Bonaparte, dopo quello di Petain. Difficile capire se almeno il presidente francese si sia accorto dell’unica cosa comune che lega entrambi, la sconfitta. Il primo avvolto in un alone di gloria, l’altro nella polvere del disprezzo, Bonaparte e Petain sono due vinti della storia. Ad inseguirli troppo da vicino, si rischia di afferrare per la coda questa sola misera eredità lasciata ai posteri. E’ successo che uno cerchi il sole di Austerlitz e finisca per sguazzare nel fango di Waterloo.