Il governo Draghi, o meglio lui, Mario Draghi, va avanti nella sua missione di lotta alla pandemia e rilancio con il NGUE, consapevole che i finanziamenti europei sono legati alle riforme che l’Italia deve fare: giustizia, fisco e burocrazia, senza le quali e senza la garanzia del prestigio di Draghi, in Europa nessuno è disposto a rischiare.

I partiti dovrebbero approfittare del momento per dimostrarsi all’altezza del dopo Draghi, rinnovando la loro identità, producendo una legge elettorale che sottragga alle estreme populiste e sovraniste la centralità che un sistema maggioritario garantisce. Se le parti più moderate degli schieramenti si spaccano in partenza, con le coalizioni prima del voto (dando l’impressione al popolo che col suo voto elegge il governo del paese e non solo il Parlamento), il sistema diventa bloccato sulle estreme e coloro che vorrebbero essere gli assi portanti della governabilità si impiccano all’ineluttabilità del governo coi 5S, il PD, o con FDI, la Lega.

Cioè a gestire l’eredità di Draghi che non si può esaurire fra otto mesi al Quirinale e con le elezioni della contrapposizione perché  solo un clima di solidarietà fino alla fine della legislatura può garantire una possibilità di successo rispetto ai doveri verso l’Europa che solo Draghi e il suo governo possono garantire.

Invece i partiti con leader che si sentono statisti, e che invece sono nani o ballerine, rischiano di far crollare tutto. Letta sta nel governo per fare la guerra a Salvini che invece è necessario per non dare il paese in mano all’opportunismo becero e nazionalista della Meloni, che già si sente presidente del consiglio. Letta invece di sottolineare la sua identità in un clima costruttivo e di sostegno a questo governo fa di tutto per indebolirlo e favorire la crescita dell’opposizione. Vuole sostanzialmente un blocco sulla giustizia, garantendo quella magistratura amica ormai travolta dagli scandali, sui quali il PD, che dovrebbe, secondo Letta essere il garante della stabilità e della continuità democratica, non fiata e quindi di fatto impedisce la riforma seria della giustizia, lasciando come alternativa il referendum promosso da Salvini e radicali, al quale, secondo me il PRI dovrebbe unirsi anche come stimolo per portare avanti le proposte portate dal tavolo liberaldemocratico molte delle quali presenti nel progetto  Cartabia.

Il PD di Letta vuole cacciare la Lega dal governo in modo puerile, come se lui avesse la golden share del governo, invece è solo a rimorchio di una soluzione di cui è garante Mattarella.

Il PD di Letta vuole il modello elezione Ursula von der Leyen superato dall’iniziativa del Presidente della Repubblica e impossibile politicamente perché presuppone il suicidio di FI e di Berlusconi. Quindi un elemento di tensione ben più grave delle richieste che Salvini fa sulle riaperture, sugli orari, etc. sulle quali poi decide Draghi.

Letta in modo puerile spera che Salvini faccia l’errore Paapete 2, cioè che si chiami fuori del governo, provocandolo di continuo, giocando di rimessa sulle iniziative della Lega e avendo come identità lo ius soli, e i diritti degli omosessuali con una legge che molte associazioni di sinistra legate anche al PD giudicano pericolosa.

Un consiglio a Letta: se vuole Salvini fuori dal governo per lanciare un bipolarismo imperniato su PD e Lega si rassegni, Salvini non esce dal governo e quindi o esce lui oppure cambi registro e sostenga le politiche delle riforme. Purtroppo non lo farà; ma se questo è il leader, fino ad ora ha solo incassato ceffoni. La sua strategia di alleanza strategica coi 5S, presuppone che gli elettori dei 5S passino col Pd e che Conte si impicchi alla prospettiva unica dell’alleanza col PD, peraltro dovendo sacrificare la sindaca di Roma e quella  di Torino che sono state il simbolo del trionfo dei grillini nelle precedenti elezioni e che il PD ha contrastato e contrasta duramente.

Sono neanche tattiche, ma solo ingenui tentativi di uno sprovveduto che crede di essere il salvatore del Pd e della democrazia italiana. Democrazia italiana che invece è saldamente in mano all’esempio di Draghi che costringe la politica ad elevarsi con cultura di governo e non con politiche velleitarie e demagogiche.

A destra poi, la Meloni fa già, nella sua vanità, le prove da capo del governo. Anche se fosse il primo partito del centro destra non c’è nessuna legge, nella Repubblica parlamentare italiana, che dice che il leader del primo partito è il presidente del consiglio. Sono le credenze di una prassi che viola la Costituzione e che narra che il popolo nomina il governo. Ma c’è invece, una ragione politica che impedirebbe alla Meloni di essere la presidente del consiglio italiano della prossima legislatura. Il recovery plan e i suoi finanziamenti durano sette anni, come può la Meloni leader dell’unico partito di opposizione, garantire l’Europa che gli impegni assunti da Draghi verranno rispettati?  Lo dovrebbe fare sconfessando tutta la politica che in questi tre anni porterà avanti contro il governo e l’Europa, essendo anche la leader dei partiti contrari all’Europa solidale. Se fosse stata coerentemente al governo e avesse avuto il premio dal voto popolare poteva provarci ma così non ha nemmeno una chance. Se Draghi fosse presidente della Repubblica prima di dare l’incarico alla Meloni che meno garantisce gli impegni europei ci penserebbe mille volte e un eventuale incarico sarebbe fallimentare in partenza.

La Meloni e Salvini sono meno uniti di quello che sembra, la Meloni negli ultimi due governi in cui la Lega era presente è sempre stata all’opposizione e la Lega per governare con la Meloni vorrà la continuità con le scelte del governo Draghi e a livello europeo si porterà in una posizione più moderata. Se Draghi, invece, non sarà presidente della Repubblica sarà il leader, il punto di riferimento a livello europeo di una leadership senza la Merkel, che giocherà un ruolo di trasformazione europea ed atlantica decisivo nel rapporto con gli USA e che quindi vedrà con fastidio una non continuità con la sua politica al governo di questi anni. Per cui, i partiti è meglio che pensino ad una legge elettorale proporzionale, che si presentino agli elettori con la loro identità , che le forze centrali del sistema politico italiano si liberino dai lacci di destra e sinistra e sulla continuità delle politiche di questo governo portino il paese verso la crescita e lo sviluppo.

Letta, Salvini, e la Meloni rischiano di essere come l’asino di Buridano, che fermo davanti ai mucchi di fieno e ai secchi d’acqua che incontrò nel suo cammino, indeciso e senza indicazione su quali puntare, rimase fermo e morì di sete e fame. A maggior ragione i veri interpreti positivi delle politiche del governo Draghi non possono che essere i partiti seduti al tavolo liberaldemocratico e se sapranno spiegarlo agli italiani con un risultato positivo allora saranno la sintesi migliore per governare il paese.

Del resto Spadolini e Craxi per un certo periodo furono gli equilibri più avanzati rispetto al bipolarismo corporativo e massimalista rappresentati da DC e PCI in uno schema che non consentiva l’alternanza per la posizione di legame internazionale del PCI con il comunismo sovietico.  Così adesso è impossibile governare l’Italia senza un riconoscimento fondamentale della nuova politica europea solidale ma che necessita di ulteriori politiche comuni, dal fisco alla politica di difesa, al ruolo della BCE, dagli eurobond a politiche infrastrutturali di valenza continentale. Chi sta fuori da questo quadro è out; noi non siamo l’UK che ha sempre avuto una sua moneta, un legame con i territori del Commonwealth e il legame storico con gli USA consolidato da due guerre mondiali iniziate e finite insieme. Non esiste un’Italexit impossibile per le nostre debolezze ed indebitamento. L’unica strada è quella indicata da questo governo e dalla sua continuità.