Nonostante i tanti problemi, dopo decenni, incredibilmente, l’Italia, si trova in una posizione continentale invidiabile. Lo deve esclusivamente al prestigio dei suoi vertici istituzionali. Grazie a Mario Draghi e al presidente Mattarella è finito il tempo delle risatine, delle strette di mano mancate, delle foto di gruppo dove vieni sbattuto in seconda fila, accanto al presidente della Lituania.
Il resto d’Europa non vanta più vertici di questo livello. Angela Merkel sta esaurendo fisiologicamente la sua spinta propulsiva, mentre Macron non l’ha mai avuta. La Spagna fatica ad imporsi persino sulla Catalogna. Olanda e Belgio hanno dimensioni troppo contenute per poter esercitare una leadership sovranazionale e la Polonia con i suoi 40 milioni di abitanti rappresenta più un problema che una soluzione.
Una volta uscita l’Inghilterra dalla Unione l’Italia si trova in una condizione eccezionale, e persa l’Inghilterra, il vecchio continente deve raddoppiare la qualità della sua stoffa, non ricorrere a quella di seconda mano. L’Europa o fa un salto in avanti ora o ripiegherà su se stessa in un modo che è meglio non immaginare. La leadership europea ha bisogno di una personalità come Draghi, quanto ne ha bisogno l’Italia.
C’è solo da chiedersi se le forze politiche italiane siano consapevoli dello stato in cui ci si trova, perchè a leggere certe dichiarazioni ve ne sarebbe il legittimo dubbio. Tutti i partiti che sono in Parlamento, escluso, Fratelli d’Italia, hanno avuto il grande merito di sostenere il nuovo governo che per prima cosa sta guidandoci rapidamente fuori dalle pandemia. Un impegno di questo genere dovrebbe far si di evitare polemiche interne alla maggioranza. Non siamo ancora al sicuro e dobbiamo recuperare un danno enorme pregresso. E’ vero che vi sono delle differenze profonde tra le forze che compongono l’esecutivo e tutte hanno ancora uno schema politico persino contrapposto. Ciò non toglie che serve uno sforzo per cercare un prolungamento dell’intesa, piuttosto che la sua prossima interruzione. Quale sarebbe il vantaggio dal riformulare un governo, senza la presenza di un singolo partito, o addirittura superando la figura stessa di Draghi? Eppure abbiamo ascoltato la proposta di eleggere Draghi alla presidenza della Repubblica, praticamente il prossimo febbraio. Tale il raccapriccio da scrivere, piuttosto il presidenzialismo. Draghi serve al centro dell’azione di governo, così come serve la garanzia istituzionale offerta da Mattarella in questo suo settennato. L’Italia dovrebbe badare bene a non privarsi del ruolo di nessuno dei due. Un’elezione di Draghi alla presidenza della Repubblica, di cui si parla con imprudenza sempre più frequentemente, sarebbe inopportuna e prematura. Bisogna preoccuparsi di capire come estendere il ruolo di governo di Draghi anche nella prossima legislatura, proprio pensando alla ricaduta sul vecchio continente, dove l’Italia tornerebbe a contare finalmente qualcosa, come si è visto subito sui vaccini. Sui vaccini non ha cambiato passo solo l’Italia, l’ha cambiato l’Europa che pensava di distribuirli in nuova Zelanda. Potrebbe cambiarlo anche sull’immigrazione. Soprattutto bisogna saper gestire la nuova fase economica, la ripresa. Forse i partiti pensano di avere qualcuno più adatto di Draghi da proporre? Parliamo dell’esperienza maturata alla Bce, non della dottrina. Per carità, con una campagna elettorale importante come appare quella di ottobre è comprensibile che ci sia chi non veda l’ora di menare le mani. Speriamo solo che una volta che saranno più chiari i relativi consensi di ciascuno, si misurino anche con maggior prudenza ed acume le cose da dire e da farsi. Dopo il voto di ottobre, con i conti si metteranno a fuoco meglio le reali alternative che avanzano nel paese, cosa che si evince ora solo dai sondaggi. Servono i risultati elettorali delle amministrative in mano per tornare a ragionare.