Lo stato dei partiti della maggioranza a cento giorni della nascita del governo non è tale da poter confortare il Presidente del Consiglio, né tanto meno il paese. Il principale di questi, il Movimento cinque stelle, affronta una crisi di leadership di tale consistenza per cui il già dimezzato consenso dei sondaggi potrebbe ridursi ulteriormente. Siamo giunti al livello che si minaccia di querelare Lucia Annunciata per aver posto qualche domanda nella sua trasmissioni televisiva. Tanto sono i nervi scoperti.
Il Pd ha cambiato segretario e non sembrerebbe aver fatto un affare riesumando un presidente del consiglio sostituito dal suo stesso partito. Se Letta era il leader giusto, non si comprende perché mai avvicendarlo una volta giunto a Palazzo Chigi, come pure è successo. Purtroppo le proposte sciorinate dopo l’esilio parigino sono tali da lasciare di stucco persino gli estimatori della solidarietà nazionale. L’ultima, quella di una tassa di successione per finanziare i giovani, è apparsa talmente disarmante che persino il presidente del consiglio si è sentito in obbligo di intervenire. Quello di cui non sembrano rendersi conto il Subcomandante Enrico ed i suoi sostenitori è che l’aiuto promesso ai giovani appare come la conferma che il paese non sarà in grado di crescere e quindi di offrir loro un posto di lavoro sicuro. Ci si impegna per una mancia che né economicamente, né tanto meno socialmente, può rappresentare qualcosa di positivo. Se non si crede in un piano di investimenti per far ripartire l’economia, si pensa a dare qualche altro soldo. Ma solo se riparte l’economia, i giovani troveranno da lavorare assicurandosi un futuro, altrimenti restiamo alle regalie.
Questa visione assistenziale è la stessa del Movimento cinque stelle che con il reddito di cittadinanza ha illuso sulle prospettive di lavoro che mancano. C’è solo il reddito che aumenta il debito ed Enrico Letta ha portato il suo buon contributo teorico.
Non che la Lega ci conforti più dei suoi alleati. Per quanto Salvini sembri comprendere meglio le ragioni dello sviluppo, egli è pur sempre il promotore di quota cento, una misura altrettanto costosa ed iniqua. Rispetto ai suoi interlocutori, per quanto assolto dalle accuse della procura di Catania, Salvini resta colui nella luce peggiore per certi suoi atteggiamenti che non confortano la struttura istituzionale del governo. Ad esempio, la polemica sulla presidenza del Copasir, non ha migliorato l’immagine di Salvini.
Il leader leghista avrà pure ragione di contestare a Urso una qualche forma di simpatia nei confronti dell’Iran, non fosse che egli stesso deve ancora assicurare di aver perso una certa propensione per Mosca. Non è curioso che il leader del secondo partito del paese in Parlamento debba giustificarsi delle sue simpatie internazionali come dovette fare il Pci nella seconda metà del secolo scorso?
Tutto questo comporta una incognita che grava su Draghi, ovvero la compatibilità e l’identità politica della sua maggioranza. Non ci fosse Draghi che ha dalla sua un prestigio capace di tenere  la coalizione di governo al suo posto, non osiamo pensare a cosa accadrebbe nel Paese.
Anche perché mentre i mal di pancia di 5 stelle, Pd e Lega si attorcigliano fra di loro, l’unico che avanza davvero nei consensi degli italiani è il partito dell’onorevole Meloni. Per cui sarebbe meglio che l’attuale formazione politica del governo si preoccupasse di come poter durare invece di accelerare i passi del prossimo tracollo.