Abbiamo atteso con pudore qualche giorno dalla ricorrenza dell’omicidio di Giovanni Falcone perché la “Voce repubblicana” è uno dei pochissimi giornali di partito, con il socialista, “Avanti”, ad averlo difeso in vita. Di conseguenza, non abbiamo piacere alcuno a celebrarlo da morto. Il ricordo penoso dell’aggressione a mezzo stampa avvenuta nei confronti di Giovanni Falcone è quasi tale a quello di aver visto poi il cratere sulla strada di Capaci. E’ un merito morale dell’onorevole Giorgio La Malfa, allora segretario del partito repubblicano, il tentativo di voler salvare Falcone cercando di convincerlo a candidarsi in parlamento. Falcone ringraziò l’onorevole La Malfa, ma gli rispose che la vita valeva quanto il bottone della sua giacca e che lui come parlamentare non avrebbe avuto niente da fare. Scelse di collaborare con il guardasigilli Martelli, che abbiamo intervistato qualche giorno fa su questa pagina, e in questo modo rese fatale il destino che lo attendeva. I lati della personalità di Falcone li riserviamo a coloro che l’hanno conosciuto e frequentato. Ci sembra invece interessante dire che egli aveva due tratti distintivi caratteristici del suo pensiero. il primo concerneva la necessità della separazione delle carriere, il secondo di negare il terzo livello della mafia. La storia del paese che beatifica Falcone, si è mossa nella direzione esattamente opposta a quella da lui indicata. A conti fatti è quasi impossibile pensare che con Falcone in vita, si sarebbe potuto non solo portare a processo Andreotti per mafia, Andreotti era il presidente del consiglio del governo con cui Falcone collaborava, ma anche istituire tutto il filone della trattativa mafia Stato. Per lo meno, nell’ambito dell’azione giudiziaria condotta da Falcone non c’è nulla che possa lasciare intendere un simile percorso che infatti si è realizzato liberamente solo con la sua morte. La vicinanza politica ed umana a Giovanni Falcone non ci consente di dire che egli difficilmente avrebbe avallato anche l’intera stagione di mani pulite. Per lo meno Falcone aveva un’idea della democrazia repubblicana per la quale il reato singolo non si trasferisce su altri da coloro che l’hanno commesso e amiamo credere, senza nessun conforto probatorio, che lui avrebbe difeso il sistema costituzionale dei partiti come alcuni partiti difesero lui. Egli sapeva perfettamente come la mafia fosse in grado di penetrare i partiti, e sapeva altrettanto perfettamente che uno strumento legato al consenso comportava anche necessariamente un freno alla mafia, che non si è più visto quando i partiti esistenti vennero liquefatti. Quando poi altri vi si sono sostituiti, quali garanzie vi sono che la mafia non vi sappia penetrare nuovamente? E’ questa la sensazione amara che abbiamo provato in questi trent’anni dal giorno ii cui ci avvisarono che Falcone era stato fatto saltare per aria. La mafia e gli amici della mafia si sarebbero rafforzati. Colui che la combatteva con i pochi che lo sostenevano, era invece scomparso.