Il prezzo del petrolio WTI (West Texas Intermediate) nelle ultime settimane si è avvicinato alla soglia dei 70 dollari al barile, superano i livelli pre-pandemia. Nell’aprile dello scorso anno, il Covid-19 unito alla speculazione finanziaria, aveva spedito il suo prezzo in territorio negativo, fino al livello siderale di -37 dollari (!). Considerato il periodo di osservazione limitato (tredici mesi), l’oscillazione fatta registrare dai prezzi è talmente significativa da rendere necessaria una riflessione. Si tratta, cioè di rispondere ad alcuni interrogativi. Quali sono le forze che stanno muovendo il prezzo del petrolio? La sua domanda non è destinata a diminuire, alla luce della transazione energetica globale verso fonti di energia alternative? Quale partita stanno giocando le forze che controllano l’offerta di mercato e gli operatori finanziari? Il tutto per cercare di dare una riposta alla domanda cruciale: dove è potenzialmente destinato il prezzo del petrolio? Andiamo con ordine, partendo dalla domanda di petrolio. Prima della pandemia, essa era stabile da alcuni anni nell’intorno dei 100 milioni di barili/giorno, con un cambiamento epocale manifestatosi nel corso del nuovo secolo. Gli USA, oltre ad essere i primi consumatori di petrolio globale, sono diventati i primi produttori Frequently Asked Questions (FAQs) – U.S. Energy Information Administration (EIA) Ciò grazie all’introduzione di una nuova tecnica di estrazione: il fracking. In realtà di tratta della combinazione di due pratiche: horizontal drilling (trivellazione orizzontale) e hydraulic fracturing (fratturazione idraulica). La prima tecnica consente di scavare diversi pozzi attorno uno stesso giacimento, scendendo nel sottosuolo da diversi punti di ingresso e aggiungendo allo scavo principale una serie di altri pozzi da cui massimizzare l’ammontare di petrolio che si può estrarre. L’hydraulic fracturing si basa invece sull’utilizzo di un’imponente quantità d’acqua, iniettata nei pozzi ad altissima pressione e temperatura, che frantuma le rocce nel giacimento. I dati forniti da British Petroleum indicano la svolta epocale: in un decennio (2008-2018) grazie al fracking la produzione di petrolio made in USA è aumentata dell’87%, con alcuni effetti collaterali. In primo luogo sul prezzo: il fracking è una tecnica complessa ed onerosa, che spinge a rialzo il prezzo di estrazione, a livelli nell’intorno dei 25 dollari barile, una distanza siderale dal costo estrattivo medio degli altri principali produttori (10 dollari), quali Arabia Saudita, Iran ed Iraq. Ma anche in termini di impatto ambientale, particolarmente negativo sia sul consumo d’acqua che per i potenziali rischi sismici Il miracolo dello shale oil americano è davvero un miracolo? – Startmag La Covid-19 ha avuto un duplice impatto sul petrolio: sulla domanda e sull’offerta. La restrizioni conseguenti alla pandemia hanno determinato un crollo del 20% dei consumi medi giornalieri (fino a circa 80 milioni di barili giorno); ciò ha condotto i grandi produttori ad un taglio significativo dell’offerta (-9.7 milioni di barili giorno nell’aprile 2020 Petrolio, accordo all’Opec+ per il taglio della produzione – Economia – ANSA). Con il passare dei mesi, a partire dalla Cina e a seguire gli USA hanno però messo alle loro spalle le criticità pandemiche, riaprendo non solo le attività produttive ma anche i servizi non essenziali. Ciò sta portando ad una ripresa della domanda aggregata in grado di riportare i consumi petroliferi ai livelli pre Covid-19 entro la fine del 2021. Con tale processo si intreccia la svolta sistemica verso l’utilizzo di fonti energetiche alternative rispetto a quelle fossili. Per raggiungere gli obbiettivi indicati dall’Accordo di Parigi (riduzione delle emissioni di gas serra al fine di contenere l’aumento delle temperature a 1.5°) l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), nel definire la road map per la decarbonizzazione, si è spinta fino a raccomandare lo stop immediato di ogni investimento per sviluppare nuove risorse di idrocarburi. Si tratta di una presa di posizione sorprendente, tenuto conto che l’obbiettivo dell’AIE, nata dopo lo shock petrolifero del 1973, è quello di evitare il ripetersi di carenze di oro nero a livello globale. Inoltre, fino a poco tempo fa (maggio 2020), la stessa Agenzia internazionale per l’energia metteva in guardia dal crollo degli investimenti nell’Oil&Gas, registrando con allarme “il rischio che i tagli odierni conducano a futuri squilibri sul mercato accentuando la volatilità dei prezzi petroliferi”. Come spiegato da Davide Tabarelli in un’analisi pubblicata da Il Sole 24Ore del 19 maggio (“Limitare gli investimenti non è green: è un errore”) il 97% della domanda globale di energia dei trasporti è coperta con i derivati del petrolio, che per questo è la linfa vitale dell’economia globale. Sono incaute le speranze – secondo Tabarelli – che profetizzano l’imminente fine dell’era petrolifera a causa dell’affermazione del motore elettrico. Il peso delle E-car non supera infatti l’1% del parco auto mondiale, quindi nonostante una presumibile (ed auspicabile) impennata delle vendite, il trasporto gomma dipenderà dal petrolio ancora per numerosi anni. Qui il fulcro del problema, secondo Tabarelli che sottolinea: “Il petrolio necessita di grandi investimenti per portarlo fuori, trasportarlo, raffinarlo e darlo ai miliardi di consumatori finali. Tutti i giacimenti attualmente in produzione, su cui si era investito quando i prezzi erano oltre i 100 dollari, si stanno esaurendo, ma di capacità di rimpiazzo ce n’è poca all’orizzonte [..] già nel 2022 si intravvede carenza di capacità produttiva”. A fronte della ripresa economica globale, i Paesi produttori di petrolio riuniti dal 2016 nell’OPEC Plus (in cui agli Stati appartenenti al cartello petrolifero si aggiunge la Russia), hanno recentemente deciso di ridurre i tagli alla produzione messi in atto nell’aprile 2020; ciò però non ha inciso sulle quotazioni dell’oro nero. Entro fine luglio ritorneranno sul mercato 2.1 milioni barili giorno: si tratta di un tapering dell’OPEC Plus che riguarda circa un quarto dei volumi oggetto di tagli. Ai margini del Vertice dei produttori, che si riunisce con cadenza mensile (potendo decidere aggiustamenti di 500mila barili/giorno), il Ministro saudita Abdulaziz Bin Salman ha confermato il trend rialzista in essere, precisando: “Ci sono notevoli segnali di miglioramento della domanda persino nei settori più colpiti come il trasporto aereo”. Impostazione che non ha subito alcun impatto nemmeno di fronte alla possibilità di un accordo USA-Iran nell’ambito del nucleare. Ogni decisione definitiva a riguardo è stata rimandata alla fine del mese di giugno, post elezioni politiche a Teheran; l’eventuale accordo potrebbe liberare l’Iran dalle sanzioni, rimettendo sul mercato globale oltre 3 milioni di barili giorno del gigante produttivo mediorientale. Il prezzo dell’oro nero non ha reagito negativamente perché ha la consapevolezza che l’Iran sta da tempo aggirando le sanzioni, vendendo a prezzi competitivi a Paesi non allineati agli USA. Ad ultimo, vi è il peso del sistema finanziario, che agisce con volumi significativi e crescenti sulle principali commodities, contribuendo all’amplificazione dell’erraticità dei loro prezzi Algoritmi e speculazione: se il petrolio è “manipolato” dai mercati (staffettaonline.com) Tutto ciò porta a ritenere che nel periodo post pandemico i prezzi del petrolio saranno crescenti e che l’impatto ribassista strutturale di lungo periodo, causato dal cambiamento dei modelli energetici, potrebbe essere preceduto da picchi rialzisti tutt’altro che irrilevanti.