Sembra che il crepuscolo sia ormai imminente sul regno di Melech Bibi, durato per ben dodici anni. Salvo colpi di scena, per Israele si apparecchierà un governo di larghe intese o di unità nazionale che dir si voglia, guidato inizialmente da quello che non fu mai il delfino di Benjamin Netanyahu, Naftali Bennett. Il rotante Bennett, che fino a poche ore fa appariva ancora tentato dalle sirene della vecchia volpe della politica israeliana, sembra adesso definitivamente pronto ad allearsi con Yair Lapid per un governo in cui si alterneranno alla guida dello stato Ebraico.

Dopo quatto elezioni inconcludenti e con lo spettro di una quinta elezione che giungerebbe allo stesso esito, e in pendenza di rinnovo della presidenza del paese, si è deciso di procedere a dare a Israele un governo apparentemente stabile dove entreranno tutti o quasi tutti, da Yisrael Beytenu alla coalizione Kahol Lavan, da  Nuova Speranza, il partito di un altro delfino che mai ci fu, Gideon Sa’ar, ai laburisti e perfino al residuale Meretz, ma anche, necessariamente anche se forse solo con un appoggio esterno, Ra’am, il partito islamico guidato da Mansour Abbas che pure Netanyahu corteggiava per averlo da puntello in una sua eventuale coalizione. Tutti dentro per mettere fuori Netanyahu, il quale, al momento, non si dà ancora per vinto e spera in smottamenti e pentimenti.

Il trambusto avviene sullo sfondo di veleni, rancori, anatemi, accuse di tradimento, ed è la conseguenza anche, e forse soprattutto, di non avere mai pensato neanche per un attimo, da parte di Netanyahu, di sganciare il Likud dalla sua presa, di preparare una successione, all’insegna dell’siamo tutti necessari ma nessuno è indispensabile, sopraffatta invece dalla convinzione e poi dall’esigenza di non potere essere sostituito, di incarnare lo Stato e le sue sorti ultime.

Netanyahu è un formidabile animale politico, possiede carisma e astuzia, è stato il migliore e più indefesso promotore di Israele in giro per il mondo e il miglior avvocato che il paese abbia mai avuto, è riuscito a costruire a livello personale e professionale una rete di rapporti internazionali che nessuno dei suoi antagonisti, racchiusi nel proprio angusto perimetro provinciale, può nemmeno sognarsi lontanamente, ma non ha saputo coltivare politicamente nessun altro se non se stesso. Questa mancanza di generosità e di lungimiranza oggi produce un assai probabile fine regno all’insegna del rumore e della furia. Il futuro appare in dotazione di mediocri comprimari, figuranti, rodomonti. Ma anche, se così fosse, il Re esautorato non lascerà la scena facilmente, non è nel suo carattere.

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Milanese. Laureatosi in filosofia teorica a Roma, è ricercatore indipendente relativamente al conflitto arabo-israeliano. Collabora con L’Informale, Progetto Dreyfus e Caratteri Liberi. Diverse sue interviste con alcuni dei più autorevoli studiosi di storia di Israele, islamismo e jihad, tra cui Benny Morris, Daniel Pipes, Robert Spencer e Mordechai Kedar, sono apparse oltre che su L’Informale, su DanielPipes.org, Middle East Forum, Frontpage Magazine e The Jerusalem Herald. Direttore editoriale della collana Ricerche sull’antisemitismo e l’antisionismo della Salomone Belforte Editore, ha pubblicato Il Sabba Intorno a Israele: Fenomenologia di una demonizzazione, Lindau, 2017 e Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa, Lindau, 2019. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.