Uno degli elementi che contraddistingue il marchio italiano nel mondo è il food&wine, sia in termini di qualità che di ampiezza della gamma di offerta. Nell’ultimo anno il settore agroalimentare ha vissuto profonde trasformazioni: la pandemia ha spinto la digitalizzazione, accelerando i cambiamenti dell’intera filiera. Ma la disruption è tutt’altro che terminata: enormi cambiamenti attendono il settore nei prossimi anni. Si tratta di opportunità epocali, ma anche di minacce esiziali.

Iniziamo con alcuni numeri. Nel 2020 l’export agroalimentare italiano ha fatto segnare 46 miliardi euro, con un rialzo del 2.5% rispetto all’anno precedente. Secondo il Rapporto ICE – Prometeia le prime cinque destinazioni sono state: Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. Vi sono delle eccellenze settoriali che riguardano specifici Paesi: il riso in Germania, la pasta in Giappone e in UK, l’olio in Francia e il vino in Olanda e Corea del Sud. Il punto è che tali mercati, dove il food&wine italiano ha un punto di forza consolidato, evidenziano anche una debolezza, come spiegato da Alessandro Terzulli, chief economist di SACE: «Il 90% dell’export si concentra nelle prime trenta destinazioni, ma i soli primi cinque mercati detengono più della metà delle vendite all’estero».

La sfida è pertanto l’acquisizione di ulteriori spazi a livello globale. La partita, secondo quanto indicato da Silvia Marzialetti in una recente analisi pubblicata da Il Sole 24 ore (Le esportazioni agroalimentari italiane cercano nuovi spazi per crescere) si gioca su due fronti: da una parte la conquista degli ampi spazi di crescita non ancora occupati sui mercati consolidati – dove sarà cruciale intercettare le nuove tendenze di consumo protagoniste del Green Deal europeo – dall’altra un allargamento dei confini tradizionali. Lo stesso Terzulli fa un’ottima sintesi a riguardo: «Negli ultimi vent’anni i processi di internazionalizzazione sono diventati più complessi per un discorso geografico, culturale e per le barriere tariffarie presenti anche all’interno della stessa organizzazione mondiale. È una complessità che va affrontata prima, ma che comporta ritorni maggiori rispetto al passato».

L’esempio di attualità è il Giappone, dove l’export agroalimentare italiano è cresciuto dell’8.6% nel 2020 grazie all’entrata in vigore dell’EPA. Cos’è e cosa prevede l’EPA, l’accordo commerciale UE-Giappone – FSTT (fstt-sat.eu). L’accordo di libero scambio ha aperto la strada a numerosi prodotti italiani, soprattutto in termini di indicazioni geografiche tipiche. Ma il vero “elefante nella stanza” è la Cina, il cui progetto economico disegnato dalla leadership attuale si propone di stimolare maggiori consumi interni da parte dei cittadini, in modo da poter rendere l’economia di Pechino meno dipendente dall’esportazioni verso il mondo Occidentale.

L’export agroalimentare italiano in Cina è ancora del tutto risibile, sia in termini di valore assoluto (513 milioni euro nel 2020) che di peso (l’1% sul totale delle esportazioni) ma è il trend di crescita a farne capire le potenzialità: +16.3% l’anno scorso. Questo è il motivo per cui l’Impero di Mezzo rappresenta la meta più attenzionata nella corsa verso nuovi mercati. Il processo è già in atto: la classe media cinese è in forte crescita e sta raffinando i propri gusti, incluso quello alimentare. Secondo Fabio Giacopello, legale dello studio Hfg a Shanghai “non è solamente una questione di palato. È l’occasione di consumo che piace al cittadino cinese”.

Le indicazioni che arrivano dagli imprenditori presenti sul territorio confermano l’interesse dei consumatori. Daniele Ferrero, CEO di Venchi, azienda piemontese specializzata nel cioccolato e nel gelato di alta qualità non nasconde l’entusiasmo: “la Cina per noi è una bomba: ci ha salvato dalla pandemia”. Venchi nel marzo scorso ha aperto un mall a Wuhan, dove è iniziata la pandemia Covid-19, e lo stesso Ferrero precisa: “il fatturato del mall di Wuhan è come quello di New York […] Il consumatore cinese è molto sofisticato, entra nel dettaglio degli ingredienti, cerca l’esperience like in Italy“.

Tutte rose, quindi? No, ci sono anche le spine. La prima arriva dall’Europa, con l’etichetta Nutri-Score, chiamata anche “etichetta a semaforo”. Di cosa si tratta? Nell’ambito della Farm to Fork Strategy, percorso pensato per condurre verso un sistema alimentare più sano e sostenibile, la Commissione Europea ha inteso proporre un sistema di etichettatura nutrizionale obbligatorio armonizzato a livello comunitario, che dovrebbe essere adottato entro la fine del 2022.

Per prima è arrivata la proposta francese, adottata subito dal Belgio e a seguire, nel novembre scorso, dalla Germania. L’etichetta ideata dalla Francia si chiama Nutri-Score e, utilizzando appunto l’immagine di un semaforo, assegna un colore, e dunque un via libera o meno, ad ogni alimento in base al livello di zuccheri, grassi e sale, calcolati su una base di riferimento di 100 gr di prodotto. Intuitivamente i cibi con semaforo verde sono da preferire rispetto a quelli rossi.

Contro il sistema di etichettatura franco-tedesco si è schierata l’Italia, sostenendo che le indicazioni “a semaforo” penalizzano la dieta mediterranea e più in generale quindi i prodotti Made in Italy. L’alternativa proposta si chiama NutrInform Battery e valuta non i singoli cibi, quanto piuttosto la loro incidenza all’interno della dieta. L’etichetta è pensata come una batteria e reca l’indicazione di tutti i valori relativi ad una singola porzione consumata. All’interno del simbolo vengono indicate quindi le percentuali di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale apportati dalle singole porzioni rispetto alla quantità giornaliera raccomandata.

L’obiettivo è quello di contribuire a definire un metodo per combattere le patologie legate a scorrette abitudini alimentari. Anche se i prodotti DOP, IGP e STG rimarrebbero esclusi da tale etichettatura, secondo le stime di Coldiretti e di Federalimentare, tale nuova normativa potrebbe avere un impatto negativo su circa il 50% dell’export alimentare italiano Federalimentare: «L’Italia è sotto attacco dal Nutriscore agli insetti, ma vincerà» (adnkronos.com).

Il Ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, ha identificato la posta in palio: «Non è possibile che nel nostro Paese si passi a un sistema di etichettatura dove una bevanda zuccherata creata in laboratorio risulta più sana del nostro parmigiano o dell’olio d’oliva. Fino a quando sarò Ministro mi batterò con tutte le forze affinché il sistema Nutri-Score venga abbandonato: è un danno enorme per il nostro settore».

Ma non è tutto qui. In autunno, a New York si terrà il Food Systems Summit | United Nations occasione in cui proprio dalle Nazioni Unite potrebbe arrivare l’indicazione che la dieta mediterranea contiene troppi alimenti di derivazione animale, risultando quindi poco sostenibile per la Terra. Già nel 2018 la diplomazia italiana bloccò il tentativo di far passare il concetto che la dieta mediterranea facesse male alla salute. A riguardo, il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio è stato perentorio, indicando anche i motivi che, a suo avviso, si nascondono sottotraccia. Questa le sue accuse, lanciate su Il Sole 24ore del 25 maggio: «Voglio essere molto chiaro: dal tentativo dell’ONU di tre anni fa al Nutri Score europeo, fino a quest’ultima critica alla dieta mediterranea, sono tutti attacchi che non hanno niente a che fare con gli interessi che dichiarano di voler tutelare. Dietro la questione della salute umana e di quella dell’ambiente si nasconde il tentativo di frenare la competitività del Made in Italy». Il quadro risulta quindi più chiaro. È in corso una battaglia sistemica ai livelli istituzionali più elevati, dal cui esito dipenderà la spartizione delle crescenti quote dello sviluppo agroalimentare, e quindi del relativo export globale nei prossimi decenni.